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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

La Vecchia e la Fanciulla
Mercoledì, 13 Ottobre 2021 - 18:24 - 133 Letture
Archetipi LA VECCHIA E LA FANCIULLA
Lo Spirito del Grano, Cailleach e Bride, Gyre Carlin


L’ultima manciata di grano falciato simboleggiava lo Spirito del Grano, manifestazione della Luna e della Terra. A mietitura tardiva era chiamata Carlin, Vecchia, mentre a mietitura precoce era chiamata Maiden, Fanciulla, i due aspetti della Dèa più arcaica, Cailleach, l’Anziana dell’Inverno, che a primavera ringiovaniva, o si trasformava in Bride, Regina dell’Estate, la quale, al volgere della stagione, si trasformava in Cailleach. Il nome dello Spirito del Grano nel suo aspetto di Vecchia era contenuto in quello della gigantesca Gyre Carlin, che a Samain vagava nella notte insieme alle Fate, di cui si diceva che fosse Regina.



L’antico tempo celtico non aveva origine e non aveva fine. Sempre simile a se stesso e sempre diverso, si snodava a spirale seguendo i cicli della Luna, sorella della Terra e figlia della Notte, oceano infinito ed eterno della Vita dalle infinite forme. Dalla Tenebra emergono le Stelle, isole di luce nell’oceano della Notte, Madre del Giorno e del Sole, la cui luce è riflessa dallo Specchio della Luna, immagine dell’Oltremondo, e raccolta dal Calderone della Terra, immagine del Mondo. I due aspetti della Luna, Nuova e Piena, sono immagini dei due aspetti della Natura, Morte e Rinascita, come lo sono Autunno e Primavera, le due stagioni della Terra, sua sorella. Non vi è mai nascita. La Tenebra diventa Luce e la Luce diventa Tenebra, la Notte si scioglie nel Giorno e il Giorno si scioglie nella Notte. Tutto si trasforma in un ciclo eterno al di fuori del tempo, in modo sempre simile e mai identico, in una perpetua metamorfosi senza origine e senza fine. Vi è sempre e soltanto metamorfosi, con il passaggio della Morte e la nuova forma della Rinascita.

Come la Luna è Nuova e Piena, così la Terra è Autunno e Primavera. Come la Notte si scioglie nel Giorno, così la Luna Nuova attraverso la Luna Crescente diventa Piena e l’Autunno attraverso l’Inverno diventa Primavera. E come il Giorno si scioglie nella Notte, così la Luna Piena attraverso la Luna Calante diventa Nuova e la Primavera attraverso l’Estate diventa Autunno. Come la Notte è Madre di Luna e Terra, così Luna e Terra sono Madri delle Donne e di tutto ciò che vive nel Mondo. Attraverso i cicli e le stagioni, dispensano i loro doni. Nel Grano, uno dei doni più antichi e più preziosi, si manifestano nell’uno o nell’altro dei loro aspetti come Spirito del Grano.

Un tempo nelle fattorie di Scozia se la mietitura era tardiva, cioè se non avveniva prima della fine di settembre, l’ultima manciata di grano o di avena falciata dai mietitori, la quale simboleggiava lo Spirito del Grano, era chiamata Carlin, cioè Donna Vecchia, o Megera, o Vecchiaccia, o Strega, oppure donna in senso dispregiativo, anche se tanto giovane e bella da poter essere descritta come ninfa, o ancora donna plebea, o donna in generale, e anticamente moglie, oppure donna di qualsiasi età. In questo caso prendevano il nome da lei la festa della fine della mietitura e la bambola confezionata con l’ultima manciata, la quale rimaneva appesa in casa sino all’aratura. In alcune regioni, se la mietitura si concludeva dopo il tramonto, l’ultimo fascio falciato era chiamato la Strega e si credeva che portasse malasorte.

Se la mietitura era precoce, invece, l’ultima manciata mietuta di grano o di avena era chiamata Maiden, Fanciulla, e si credeva che fosse di buon auspicio quando a falciarla era un ragazzo oppure una ragazza, perché allora ne preannunciava il matrimonio prima della mietitura successiva. Così la si conservava e se ne modellava una bambola in sembianza di fanciulla, la si ornava di nastri o di strisce di seta, talvolta in tre trecce, con grembiule rosso e merletto o nastro bianco, e infine la si appendeva all’interno della casa, a una parete dove fosse ben visibile, oppure al soffitto della cucina, o ancora, se era di avena, sopra la mensola del camino. Con lei, si diceva, era finalmente arrivato l’inverno.

In alcune regioni della Scozia la si conservava con cura sino alla mattina di Yule, in altre fino al primo giorno dell’anno, e nella tradizione più antica sino all’inizio di febbraio, Imbolc, festa di Bride. Poi era distribuita come fieno ai cavalli per l’aratura, affinché assicurasse un raccolto abbondante, oppure a una giumenta o a una vacca gravida, o altrimenti era divisa fra cavalli e bestiame.

Nei due aspetti dello Spirito del Grano, la Vecchia e la Fanciulla, si possono riconoscere i due aspetti di quella che potrebbe essere la più arcaica di tutte le Dèe. Infatti Carlin era identificata con un altro essere soprannaturale, Cailleach, il cui nome aveva lo stesso significato, Vecchia, ed era spesso associato alle Fate.

Multiforme signora del tempo, delle acque e degli animali, Anziana dell’Inverno, dispensatrice di sovranità, profetessa e strega, Cailleach, la Vecchia, era colei che modellava il territorio, lo spirito più antico fra tutti. Madre di tutte le divinità di Scozia, era antichissima e non moriva mai di vecchiaia perché al principio di ogni primavera beveva le acque magiche della Fonte della Giovinezza, che sgorgava nella Verde Isola d’Occidente, dove gli alberi erano sempre fioriti e carichi di frutti. La magia delle acque era più potente quando le giornate si allungavano all’inizio della primavera. La notte precedente la prima di queste giornate, ossia l’ultima notte del suo regno quale Regina dell’Inverno, Cailleach si recava sull’Isola e sedeva presso la Fonte, tutta sola nella tenebra, in attesa dell’alba. Quando il primo fioco raggio di luce compariva nel cielo orientale, beveva l’acqua fresca che gorgogliava in una fenditura nella roccia. Era necessario che vi attingesse prima che qualunque uccello giungesse alla fonte e prima che qualunque cane abbaiasse. Se un uccello avesse bevuto prima di lei o se un cane avesse abbaiato prima che lei bevesse, Cailleach si sarebbe sbriciolata in polvere. Appena bevuta l’acqua magica nel silenzio e nella solitudine, incominciava a ringiovanire. Poi lasciava l’Isola e tornava in Scozia, dove sprofondava in un sonno magico, da cui si destava alla luce del sole, bella, con lunghi capelli biondi come fiori di ginestra, le guance rosse come bacche di sorbo, gli occhi azzurri sfavillanti come il mare al sole estivo. Abbigliata di verde e coronata di fiori multicolori, percorreva tutta la Scozia avanti e indietro. Nessuna Dèa era più bella di lei, tranne Bride, Regina dell’Estate. A mezza estate era una donna adulta, in autunno invecchiava iniziando a perdere la sua bellezza, e in inverno, di nuovo vecchia, incominciava a regnare.

Il suo unico occhio era tagliente e penetrante come il ghiaccio, svelto e guizzante come uno sgombro nell’oceano. Aveva i denti rugginosi i denti rugginosi e l’incarnato azzurro fosco come il mare incupito dal vento. Le ciocche pesanti che le cadevano sulle spalle erano bianche come pioppi tremuli coperti di brina. Indossava un berretto maculato ed era tutta vestita di grigio. Non la si vedeva mai senza le spalle strettamente avvolte nel suo ampio scialle grigio brunastro. Lo lavava nel mare, perché nessun lago era grande abbastanza, e lo stendeva ad asciugare sulle montagne. Quando lo recuperava, asciutto, tutti i monti di Scozia, bianchi di neve, annunciavano che era iniziato il regno della grande Regina dell’Inverno.

Si dice che nei giorni in cui il mondo era giovane Cailleach avesse visto la terra dove ora si stende l’acqua e che avesse visto l’acqua dove ora si stende la terra. Una volta, quando un mago le chiese quale fosse la sua età, ella rispose: «Da lungo tempo ho smesso di contare gli anni. Tuttavia ti dirò ciò che ho visto. Laggiù, in mezzo al mare, si trova la roccia di Skerryvore, frequentata dalle foche. Rammento quando era una montagna circondata di campi. Ho visto i campi arati e l’orzo crescervi lussureggiante e succoso. Laggiù c’è un lago. Rammento quando era un piccolo pozzo rotondo. In quei giorni ero una ragazza giovane e bella, mentre ora sono molto vecchia e debole e tetra e miserabile».

Si dice che Cailleach abbia prodotto lo scaturire di molti fiumi e il formarsi di molti laghi, talvolta volontariamente, talaltra contro la propria volontà. Si dice inoltre che abbia modellato i monti e le valli di Scozia nei giorni in cui scaturirono i fiumi e si formarono i laghi. Durante il lavoro portava sulla schiena una cesta piena di sterro. Mentre lei saltava di collina in collina, la cesta talvolta s’inclinava, rovesciando sassi e terra ad ammassare isole nei laghi. Ecco perché molte isole sono chiamate «sterro della cesta della vecchia gigantesca». In tal modo Cailleach costruì le montagne, sia per usarle come gradini sia affinché vi dimorassero i giganti, suoi figli, alcuni sulle cime, altri nelle profondità delle grotte. Il suo unico attrezzo era un martello magico. Con una percossa lieve conferiva al suolo la durezza del ferro. Con una percossa violenta scavava una valle.

Secondo una leggenda, Cailleach, la Vecchia, rapiva Bride, la Fanciulla, per impedire che diventasse la Regina dell’Estate e che si unisse a suo figlio Angus, Re dell’Estate. Il suo intento era quello di prolungare il proprio regno, ossia l’Inverno. Secondo un’altra leggenda, invece, alla fine dell’inverno Cailleach si trasformava in Bride, come Bride si trasformava in Cailleach alla fine dell’estate. Così lo Spirito del Grano poteva diventare di volta in volta Fanciulla o Vecchia, e comprendere nella metamorfosi che le univa la giovinezza e la vecchiezza, Beltaine e Samain, la Morte e la Rinascita.

Il nome dello Spirito del Grano nel suo aspetto di Vecchia, cioè Carlin, era contenuto in quello di un altro essere soprannaturale, talvolta raffigurato nello spaventapasseri che ne portava il nome e che prima della mietitura proteggeva le messi dai corvi, ossia Gyre Carlin, connessa a Samain, ai morti e all’inverno.

Per trascorrere piacevolmente il tempo intorno al fuoco, le famiglie scozzesi narravano storie, leggende e fiabe in prosa e in versi di re e di nobili scozzesi, del pozzo alla fine del mondo, di Arthur, di Lancelot e delle loro avventure, delle profezie di Thomas the Rhymer e di quelle di Merlino, e molti altri piacevoli racconti di Red Etin, un gigante con tre teste, e della Gyre Carlin, una strega anziana e gigantesca, su cui si raccontavano un tempo molte leggende.

Spesso associata agli spettri, ai Bogey, ai Brownie e agli Hobgoblin, Gyre Carlin viveva all’interno di un’altura e si nutriva di carne umana, carne di cristiani. Era armata di bastone, poteva causare sterilità con le sue maledizioni, era in grado di assumere forma di scrofa e aveva la capacità di modellare il paesaggio creando colline. Si diceva che fosse sposata con il Diavolo e che fosse Regina dei Pagani.

La notte di Samain, nonché alcune altre notti, come pure la Vigilia di Natale, Gyre Carlin vagava insieme alle Fate. Se incontravano qualcuno che suscitava il loro dispiacere, le Fate, non sempre benevole, lo imbottivano di burro e di orzo. Nelle notti d’inverno era possibile sentirle giocare a curling su ogni superficie ghiacciata. Ogni sette anni dovevano compiere un sacrificio umano al Diavolo, perciò talvolta rapivano i bambini, sostituendoli con volpacchiotti nella culla. Di solito le malattie del bestiame erano attribuite alla loro malevolenza. Spesso i dardi elfici ferivano le vacche.

Si diceva che Gyre Carlin fosse la Regina delle Fate e che proprio nella notte di Samain ne guidasse il corteo. Indossava un lungo mantello grigio e con il suo bastone poteva trasformare l’acqua in roccia e il mare in terra. Si narrava che proprio a Samain, quando la marea aveva rapito molti cavalli del suo corteo, si fosse talmente infuriata da stendere il braccio avvizzito, protendendo il bastone sul mare a trasformarne i flutti in acquitrino. Ecco perché ancora oggi Lochermoss, fra la Solway e Locherbrigg Hill, è terra, nelle cui torbiere si possono tuttora trovare fra il muschio rostri, chiglie, prore e altri relitti.

L’ultima notte dell’anno, nel Fife, le donne erano ansiose di filare tutto il lino che avevano nelle conocchie, persuase che altrimenti tutto quello che non era stato ancora filato sarebbe stato portato via prima del mattino dalla Gyre Carlin, la Vecchia nel suo aspetto forse più spaventoso e più inquietante, come la Strega, l’ultimo fascio falciato alla mietitura conclusa dopo il tramonto, di cui si credeva che portasse malasorte, un aspetto terribile assunto dalla Vecchia durante la metà oscura dell’anno, nei momenti di passaggio in cui potevano essere varcate le soglie dell’Oltremondo, in autunno e in inverno, quando la Fanciulla era prigioniera, oppure dopo la metamorfosi della Fanciulla in Vecchia.

Così, nello Spirito del Grano, assumendo l’uno o l’altro aspetto, Vecchia o Fanciulla, si manifestano la Luna, Nuova e Piena, e la Terra, Autunno e Primavera. Cailleach, la Vecchia, è il fosco volto tenebroso della Luna Nuova, il manto di bruma grigia che vela la Terra in Autunno, Samain, l’oscurità, il freddo, la sterilità, la morte. Bride, la fanciulla, è il candido volto fulgido della Luna Piena, la veste di verde prato fiorito che ammanta la Terra in Primavera, Beltaine, la luce, il caldo, la fertilità, la rinascita. E la Vecchia e la Fanciulla, Cailleach e Bride, non sono Madre e Figlia. Si tramutano l’una nell’altra attraverso i cicli e le stagioni, aldilà della vita e della morte, al di fuori del tempo, in una spirale eterna (1).

Tutto questo era vivo nelle coscienze nelle case dei contadini scozzesi, nelle lunghe notti d’inverno, con il fragore della pioggia o del mare, dopo cena, quando il pavimento era spazzato, la lanterna era accesa, tutto era in ordine, e intorno al fuoco di piote si narravano le storie di Cailleach e di Bride, e degli esseri soprannaturali che vagavano nella notte di Samain, le Fate e la Gyre Carlin, e Nicneven, la strega famigerata, forse appartenente a una famiglia di streghe, di cui si diceva talvolta che portassero il nome le Madri delle Streghe a guida delle congreghe, e persino la stessa Gyre Carlin, che forse era la loro Dèa. Tutto questo era simboleggiato nelle case dei contadini scozzesi dalle bambole appese sopra i camini fuligginosi in cima ai quali si vedevano sfavillare le stelle, la Vecchia o la Fanciulla, personificazioni dello Spirito del Grano, immagini della Terra e della Luna, figlie della Notte.

***


Nota

1. «Nella Luna, nata dalla Notte, il cui ciclo simboleggia il potere di nascere, morire, rinascere, si può riconoscere l’immagine del mistero della vita. Luna era la Dèa Natura, «dèa madre di tutto, madre dalle molte risorse», «fine infinito», padre di se stessa e «senza padre», «di tutto padre, madre, nutrice e allevatrice», «fiorente, intreccio», «impulso delle stagioni», «portatrice di vita, fanciulla» che tutto nutre, «notturna» e «guida», «di tutto sapiente», «del tutto liquida, circolare», in perenne trasformazione. […] Come Signora delle Piante, «Potnia Phyton», la Dèa Natura, colei «che tiene insieme tutto e fa circolare il grande fuoco», infinita ed eterna, polinomica e multiforme, genera alberi, fiori e frutta in un incessante alternarsi di fertilità e di sterilità, di siccità e d’inondazione, di vita e di morte, intrecciate in un tessuto di Armonia. Nelle continue metamorfosi del mondo vegetale, con gli alberi che si nutrono dell’humus delle loro stesse foglie decomposte, e i funghi che vivono su sostanze organiche morte, per cui dalla morte rinasce incessantemente la vita senza che esista un vero confine fra l’una e l’altra, si osserva il riflesso del potere di morte inseparabile dal potere di vita che è caratteristica della Madre, Terra e Luna […]» (Il Giardino della Strega, http://www.tempiodellaninfa.net/public/print.php?sid=201).


Bibliografia essenziale

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The Denham Tracts: A Collection of Folklore by Michael Aislabie Denham, Edited by Dr. James Hardy, London, David Nutt, 1895.
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Frazer, James George, Spirits of the Corn and of the Wild, II Vols., London, Macmillan and Co., 1912.
Hogg, James, The Poetical Works of James Hogg, IV Vols., Edinburgh, Constable & Co., 1822.
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Jamieson, John, An Etymological Dictionary of the Scottish Language, II Vols., Edinburgh, Printed at the University Press, 1808.
Mackenzie, Donald Alexander, Wonder Tales From Scottish Myth & Legend, London, Glasgow and Bombay, Blackie and Son, s.d.
Mackenzie, Donald Alexander, Scottish Folk-lore and Folk-life, Edinburgh, Blackie, 1935.
McNeill, F. Marian, The Silver Bough, IV vols., Glasgow, MacLellan, 1957.
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Scotish Poems, Collected by John Pinkerton, III vols., London, John Nichols, 1792.
Scott, Walter, The Minstrelsy of the Scottish Border, IV Vols., Edinburgh, Robert Cadell, 1849.
Scott, Walter, Letters on Demonology and Witchcraft, Addressed to J.G. Lockhart, Esq., New York, A.L. Fowle, 1900.


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