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Il Libro del Mese




Hedera
di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

La Luna Sepolta
Venerdì, 06 Novembre 2015 - 05:05 - 10044 Letture
Fiabe Lunari “Tanto tempo fa, al tempo di mia nonna, la Carland era tutta coperta di paludi, grandi pozze di acqua nera, striscianti rivoletti d’acqua verde, e ciuffi d’erba molle e fangosa che sprizzavano quando ci si posava sopra il piede.
Ebbene, la nonna mi diceva sempre che una volta, molto prima del suo tempo, la Luna stessa era morta ed era stata sepolta nella palude, e se volete, come lei lo raccontava a me, lo racconterò a voi.

La Luna, lassù, splendeva e splendeva, proprio come fa adesso, e quando splendeva illuminava le pozze della palude, così che vi si potesse camminare in mezzo quasi al sicuro come durante il giorno.
Ma quando la Luna non splendeva, sgusciavano fuori le Creature che abitavano nelle tenebre, e se ne andavano in giro cercando di nuocere e far del male a tutti coloro che non erano nelle loro case, al sicuro, accanto al focolare. Goblin, e Fantasmi, e Orrori Striscianti, tutti venivano fuori, quando la Luna non splendeva.
Ebbene, la Luna ne era venuta a conoscenza, ed essendo buona e gentile – com’è sicuramente, poiché splende per noi durante la notte invece di concedersi il suo naturale riposo – ne fu molto turbata.
“Andrò a vedere con i miei occhi, lo farò”, si disse, “forse non è così male come la gente lo descrive.”
Abbastanza sicura che fosse così, quando giunse la fine del mese s’incamminò giù, avvolta in un mantello nero, con un cappuccio nero calato sui suoi lucenti capelli biondi. Camminò avanti a sé, verso il margine della palude, e si guardò intorno. Acqua qui e acqua là, vacillanti ciuffi d’erba, e zolle di terra tremanti, e grandi tronchi d’albero neri, tutti ricurvi e contorti. Davanti a lei tutto era buio – tranne che per il brillare delle stelle riflesse nelle pozze, e per la luce che veniva dai suoi piedi bianchi, che spuntavano da sotto il mantello nero.
Proseguì fino al centro della palude, e fu uno strano spettacolo quello che vide. Orribili streghe ghignavano cavalcando grossi gatti neri, il Malocchio lampeggiava dagli angoli più tenebrosi, e i fuochi fatui danzavano tutt’intorno, con le lanterne che dondolavano appese alla loro schiena.
La Luna si strinse nel mantello e rabbrividì, ma non voleva tornare indietro prima di aver visto tutto quello che c’era da vedere; così procedette, camminando leggera come la brezza estiva, da zolla a zolla, tra le avide e gorgoglianti pozze d’acqua. Si era appena avvicinata a una grande pozza nera quando d’improvviso il suo piede scivolò, e per poco non vi cadde dentro. Si aggrappò con entrambe le mani a un tronco morto per sostenersi, ma non appena lo toccò i suoi rami le si avvilupparono intorno ai polsi, e la strinsero così forte che lei non poté più muoversi. Così tirò, e si contorse, e lottò, ma non riuscì a liberarsi. Era stata presa, e lì doveva restare.
Si guardò intorno, tremando nell’oscurità, chiedendosi se qualcuno sarebbe venuto in suo aiuto, ma vedeva solo mutevoli e guizzanti Creature Maligne, che andavano e venivano qua e là.
Ad un tratto udì qualcosa in lontananza – una voce che chiamava e chiamava, e si disperdeva in singhiozzi, finché tutta la palude fu piena di quel pianto disperato. Poi sentì dei passi agitati, che sprofondavano nel fango e scivolavano sulle putride zolle erbose, e nel buio vide un volto pallido con grandi occhi impauriti.
Era un uomo che si era smarrito nell’acquitrino, e intorno a lui Goblin ghignanti e Orrori Striscianti si aggiravano e si accalcavano, e i fuochi fatui fluttuavano con perfida gioia, guidandolo lontano dalla via giusta. Sconvolto dalla paura, l’uomo brancolava verso quelle luci tremolanti, che apparivano soccorrevoli e sicure. E quando la povera Luna vide che si stava avvicinando sempre di più alla grande pozza nera, allontanandosi sempre di più dal sentiero, si sentì così triste e angosciata che si dimenò e lottò e tirò più forte che mai. E anche se non riuscì a liberarsi, si contorse e si scosse tanto che il cappuccio nero del suo mantello ricadde all’indietro e sciolse i suoi lucenti capelli biondi, e lo splendore che ne emerse scacciò via l’oscurità.
Oh, come urlò l’uomo per la gioia di vedere di nuovo la luce! E subito tutte le malvagie Creature fuggirono indietro nei loro angoli bui, perché non potevano sopportarne il bagliore. Così l’uomo poté vedere dove si trovava, e dov’era il sentiero, e come doveva fare per uscire fuori dalla palude. E aveva tanta fretta di allontanarsi dai Fantasmi, e dai Goblin, e dalle Creature che lì abitavano, che diede solo una rapida occhiata alla luce coraggiosa proveniente dai bellissimi e scintillanti capelli biondi, che si riversavano fuori dal mantello e ricadevano nell’acqua ai suoi piedi. E la Luna stessa era così impegnata a salvare lui, e a rallegrarsi che fosse tornato sulla strada sicura, che ingenuamente si dimenticò di aver bisogno d’aiuto per se stessa.
Così l’uomo se ne andò, sfinito e ansimante, inciampando e singhiozzando di gioia, fuggendo via dalle terribili paludi per salvarsi la vita. La Luna, che voleva andare con lui, riprese a tirare e a lottare fino allo stremo, finché, esausta, cadde in ginocchio ai piedi del tronco. E mentre giaceva li, annaspando per respirare, il suo cappuccio nero le ricadde in avanti sulla testa. Lei tentò di rigettarlo indietro, ma quello rimase impigliato ai suoi capelli e non si mosse più. Così si spense la luce benedetta e tornò la tenebra, con un grido e un ululato, e con tutte le sue Creature Maligne. Queste si affollarono intorno alla Luna, schernendola, e trascinandola, e ingiuriandola, urlando e ringhiando con rabbia e rancore, perché avevano riconosciuto in lei il loro vecchio nemico, colei che li relegava negli angoli bui e li tratteneva dal compiere i loro crudeli istinti.
“Tu sia maledetta!”, strillarono le streghe, “hai rovinato i nostri incantesimi in tutti questi anni passati!”
“E hai mandato noi a tramare negli angoli!”, ulularono i Goblin.
E tutte le Creature si unirono in un grande “Oh, oh!”, finché gli stessi ciuffi d’erba putrida ne furono scossi e l’acqua si mise a gorgogliare. Poi cominciarono di nuovo.
“Noi la avveleneremo, avveleniamola!”, gridavano le streghe.
“Oh, oh!”, ululavano di nuovo le Creature.
“Noi la soffocheremo, soffochiamola!”, sussurravano gli Orrori Striscianti, e si avvolsero attorno alle sue ginocchia.
“Oh, oh!”, beffavano tutti gli altri.
E di nuovo urlarono con rancore e perfidia. E la povera Luna si rannicchiò su se stessa, e desiderò d’essere morta e sepolta.
Le perfide Creature si azzuffavano fra loro, e litigavano per decidere cosa avrebbero fatto di lei, quando una pallida luce grigia cominciò a rischiarare il cielo: l’alba era vicina.
Appena esse se ne accorsero temettero di non fare in tempo a realizzare i loro propositi; così afferrarono la Luna con le orribili dita ossute e la spinsero nelle profondità dell’acqua, ai piedi del tronco nero.
I Goblin andarono a prendere una strana grossa pietra e la fecero rotolare sopra di lei, per impedirle di risalire. E dissero a due fuochi fatui di fare a turno la guardia al tronco, per controllare che restasse lì, immobile e sicura, e che non rovinasse il loro gioco.
Così giacque la Luna, sepolta nella palude finché qualcuno non l’avesse liberata.
Ma chi poteva sapere dove cercarla?

Passarono alcuni giorni, e quando venne il tempo della Luna nuova gli abitanti della palude misero penny nelle tasche e paglia nei berretti (*), preparandosi alla sua venuta, perché la Luna era una buona amica, e loro erano contenti quando il tempo oscuro finiva, e i sentieri erano di nuovo sicuri, e le Creature Maligne erano respinte nelle tenebre e nelle buchi dalla sua luce benedetta.
Ma i giorni continuarono a trascorrere, uno dopo l’altro, e la Luna nuova non arrivava mai, e le notti erano ancora più buie, e le Creature Maligne non erano mai state così spietate.
Passarono altri giorni ancora, e della Luna non c’era traccia. Naturalmente la povera gente era impaurita e angosciata, e molti di loro si recarono dalla Donna Saggia che abitava nel vecchio mulino, per chiederle se poteva scoprire dov’era scomparsa la Luna.
“Ebbene”, disse la donna, dopo aver guardato nel paiolo, nello specchio, e nel Libro, “è strano, ma non posso dirvi con esattezza cosa le sia successo. Ci rifletterò, e poi forse potrò aiutarvi. Se udite qualcosa, tornate qui e parlatemene. Ma fino a quel momento, mettete un pizzico di sale, un filo di paglia e un bottone davanti alla porta di casa, così quando scenderà la notte gli Orrori non potranno entrare, che vi sia o meno la luce.”

Così gli uomini della palude se ne andarono per la loro strada, e mentre i giorni passavano, senza che mai tornasse la Luna, essi parlarono fra loro – eccome se parlarono, fecero andare la lingua nelle loro case, e alla locanda, e al chiostro. E fu così che un giorno, mentre molti di loro erano seduti a parlare sulla grande panca della locanda, un uomo del confine delle terre paludose, che mentre fumava ascoltava, d’improvviso si alzò in piedi e si diede una pacca sul ginocchio.
“Per la miseria!”, esclamò, “l’avevo completamente dimenticato, ma credo di sapere dov’è la Luna!”. E raccontò di come si era perso nelle paludi, e di come, quando era quasi morto dalla paura, la bella luce aveva sfolgorato, ed egli aveva potuto ritrovare il sentiero e tornare a casa salvo.
“Ero così spaventato”, disse, “che non guardai con attenzione da dove provenisse la luce, ma ricordo che era soffice e bianca come quella della Luna. E veniva da qualcosa di scuro, in piedi nell’acqua, accanto a un tronco nero. Non riuscii a vedere bene”, disse ancora, “ma mi sembra di ricordare un volto luminoso e biondi capelli in mezzo al bagliore, e aveva un aspetto gentile, come quello della Luna quando splende sulla palude.”

Gli uomini si recarono di nuovo dalla Donna Saggia e le raccontarono il fatto, e lei scrutò a lungo nel paiolo, e nel Libro, e poi annuì.
“È ancora buio, figli miei, buio!”, disse, “E non posso vedere con chiarezza, ma fate ciò che vi dico. Andate alla palude, tutti voi, prima che la notte si infittisca. Mettete una pietra in bocca e tenete in mano un ramoscello di nocciolo, e non dite una sola parola finché sarete tornati al sicuro nelle vostre case. Camminate in mezzo alla palude senza aver timore, finché troverete una bara, una candela e una croce. Allora non sarete lontani dalla vostra Luna; guardatevi intorno, e potrebbe succedere che la troverete.”
Gli uomini si grattarono la testa.
“Ma dove la troveremo?”, chiese uno di loro.
“E come faremo a raggiungerla?”, disse l’altro.
“I Goblin non ci prenderanno?”, disse un altro ancora.
“Non posso dirvi altro”, brontolò la donna. “Fate come vi ho detto e non abbiate paura. Oppure state a casa e fate a meno della vostra Luna.”

Giunse la notte seguente e gli uomini uscirono dalle loro case, ognuno con una pietra in bocca e un ramoscello di nocciolo in mano, sentendosi – potete ben immaginarlo – impauriti e tremanti. Inciampavano e barcollavano lungo i sentieri in mezzo alla palude, e non vedevano nulla, ma sentivano sussurri e soffi nelle orecchie, e gelide dita toccarli. Tuttavia andarono avanti, guardandosi intorno per cercare la bara, la candela e la croce, finché giunsero al margine della pozza accanto al grande tronco, dove la Luna giaceva sepolta. E allora tutti si fermarono, sgomenti e spaventati, perché scorsero la grossa pietra, metà dentro e metà fuori dall’acqua, che in tutto e per tutto assomigliava a una strana bara. E sulla sua cima c’era il tronco nero, che allungava le due braccia a formare una oscura e macabra croce; e su di esso tremolava una piccola luce, simile a una candela morente. Tutti si inginocchiarono e invocarono il Signore, prima davanti alla croce, e poi dietro le spalle, per tenere lontani i Goblin; ma lo fecero senza proferir parola, perché sapevano che le Creature Maligne li avrebbero catturati se non avessero fatto ciò che la Donna Saggia aveva raccomandato loro.

Si avvicinarono, e presero la grande pietra, e la spinsero verso l’alto; e in seguito raccontarono di aver visto, per un brevissimo istante, uno strano e bellissimo volto, che li guardava felice mentre emergeva dall’acqua nera. Ma la Luce crebbe così rapida, e così bianca e luminosa, che essi arretrarono, abbagliati da essa e frastornati dal grande urlo rabbioso che venne dagli Orrori in fuga.
E un minuto dopo, quando poterono vedere di nuovo, c’era la Luna piena nel cielo, splendente, e magnifica, e gentile come sempre; e brillando sorrideva loro, rendendo le paludi e i sentieri chiari come di giorno, e infiltrandosi persino negli angoli. E se solo avesse potuto, avrebbe scacciato le tenebre e i Goblin per sempre.

Così gli uomini tornarono a casa col cuore leggero, e da allora la Luna splendette ancora più chiara e brillante sulla palude, rispetto che in ogni altro luogo, perché si ricordava che i suoi abitanti l’avevano cercata e trovata quando vi era stata sepolta.
E vi do la mia parola, è tutto vero, perché mia nonna vide con i suoi occhi il tronco con le due braccia, che in tutto e per tutto assomigliava a una grande croce, e la pozza d’acqua viscida e verdastra ai suoi piedi, dove la povera Luna era stata sepolta, e la pietra che l’aveva trattenuta sul fondo, prima che la Donna Saggia ebbe mandato la gente della palude a liberarla e a rimetterla nel cielo.”



Illustrazione The Buried Moon di Giada Rose

***


Nota:

La storia qui tradotta, trascritta per la prima volta col titolo The Dead Moon da Mrs. Balfour nella sua raccolta Legends of the Cars, era stata narrata all’autrice da una bambina di nove anni, e fa parte delle leggende delle terre umide e fredde del North Lincolnshire. Mrs. Balfour tentò di riportare la storia nel dialetto locale, inserendo tuttavia alcuni idiomi che appartenevano più alla sua Scozia natia piuttosto che alla zona del Lincolnshire.

Si potrebbe ipotizzare che la leggenda, sopravvissuta per via orale, contenga l’eco di antichi culti lunari, e di una tradizione femminile nella quale le donne erano ritenute sagge ed erano consultate e ascoltate per risolvere le difficoltà delle genti del luogo.
La leggenda raccoglie anche alcune usanze per tenere lontani gli spiriti malevoli che nottetempo infestavano le Carrs - o Cars – le paludi e le zone umide del North Lincolnshire.

* Il riferimento al gesto di mettere dei penny nelle tasche potrebbe riferirsi a una vecchia usanza che era tramandata in Scozia, e che probabilmente si ripeteva anche nel Lincolnshire. In vari distretti scozzesi, giovani e vecchi infilavano una moneta in tasca per salutare la regina della notte, la Luna nuova. La moneta era chiamata peighinn pisich, ovvero “il penny fortunato”, e si usava rigirarlo nella tasca per tre volte appena si vedeva brillare in cielo la prima falce di Luna. Questo era dunque un gesto di affettuoso omaggio al rassicurante ritorno della Luna, ed è possibile che per lo stesso scopo, nonché per attirare la buona fortuna, si usasse mettere dei fili di paglia nel cappello.

***

La traduzione italiana della leggenda, a cura di Laura Rimola, è stata svolta attingendo dalla versione di Joseph Jacobs (1894) e da quella di Margaret Hodges (1990), che nella sua rinarrazione si è fedelmente attenuta alla fonte originaria della storia, narrata da Marie Clothilde Balfour (1891) nel dialetto inglese del North Lincolnshire.


Fonti

Legends of the Cars, Marie Clothilde Balfour, in Folk-Lore, Vol. II, No. II, London, June 1891
More English Fairy Tales, Joseph Jacobs, G. Putnam’s Sons, London, 1894
Buried Moon, rinarrata da Margaret Hodges e illustrata da Jamichael Henterly, Little, Brown & Company, Canada, 1990
Lincolnshire Folk Tales, Maureen James, The History Press Ireland, 2013
Carmina Gadelica, Alexander Carmichael, Oliver and Boyd, Edinburgh, 1940
The Silver Bough, Florence Marian McNeill, Canongate Books, Edinburgh, 2001
Queen of the Night: Rediscovering the Celtic Moon Goddess, Sharynne MacLeod NicMhacha, Red Wheel/Weiser, York Beach, 2005


Traduzione italiana e note a cura di Violet (Laura Rimola). Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso scritto dell'autrice e senza citare la fonte.


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Re: La Luna Sepolta (Punti: 1)
da Danae 07 Nov 2015 - 18:23
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Le storie sulla bella Luna e sul Sole sono quelle che nella maniera più semplice ci mostrano la Via... e oggi ne abbiamo più bisogno che mai, poiché in passato era tutto più spontaneo e naturale, amare le fonti luminose...
Grazie Violetta, man mano che passa il tempo mi accorgo sempre di più che lasci piccoli semi rari nei tuoi Doni...:))



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