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Per le vie dell'altro mondo
di Carlo Donà

 

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La Fanciulla e i Dodici Mesi
Lunedì, 09 Marzo 2015 - 03:30 - 7667 Letture
Racconti “C’era una volta una madre che aveva due figlie. Una delle due era sua figlia naturale, mentre l’altra era sua figliastra, nata dalla prima moglie del marito. La donna amava molto la propria figlia, ma nutriva un odio profondo per l’altra fanciulla, e non desiderava altro che vederla sparire dalla sua vita per sempre. La sua sola presenza la infastidiva e così non mancava mai di insultarla crudelmente e di colpirla ogni giorno senza alcun motivo. Sebbene fosse la sua preferita, però, la figlia naturale era magra come uno stecco e sempre malaticcia, mentre la figliastra cresceva forte e sana, e le sue guance erano rosse come ciliegie mature. Questo faceva infuriare la matrigna ancora di più, e ogni sera meditava nuovi modi con cui avrebbe potuto far del male alla povera giovane.

Una sera alla donna venne il pensiero di mandare la ragazza a prendere l’acqua a un pozzo solitario che si trovava fuori dal villaggio. Questo, però, non era un pozzo come tutti gli altri. Tutti conoscevano bene l’albero incantato che vi cresceva accanto, sulla cui cima si incontravano le antiche Samovili. La matrigna sperava infatti che questi spiriti malvagi avrebbero ridotto la fanciulla in pezzi, così finalmente se ne sarebbe liberata.
Decisa a mettere subito in pratica il suo piano, scrollò la figliastra addormentata e la costrinse ad alzarsi per andare nel bosco.
La notte era buia come la pece, e la fanciulla riuscì a stento a raggiungere il pozzo. Quando fu vicina, vide dodici ombre in piedi sotto al grande albero magico, e fra queste scorse una donna molto vecchia, che era conosciuta col nome di Madre Marzo. Le ombre che le stavano intorno erano i restanti mesi dell’anno.
La fanciulla mise da parte la sua paura e disse cortesemente: “Buona sera a voi. Spero che stiate tutte bene.”
“Benvenuta, cara bambina”, disse l’anziana donna, “certamente, stiamo molto bene. Ma come mai sei venuta qui nel cuore della notte a prendere l’acqua? Non sei spaventata?”
“Lo sono”, ammise la giovane, “ma mia madre mi ha costretta a venire… cos’altro avrei potuto fare?”
“E’ difficile a dirsi”, osservò la donna, “ma visto che sei qui vorremmo porti una domanda. Sai dirmi quali mesi dell’anno sono i migliori, e quali i peggiori?”
“Oh certo, cara madre! I mesi sono tutti diversi ma noi abbiamo bisogno di ognuno di essi, quindi non esiste alcun mese cattivo.”
“Ti ringraziamo per la tua risposta”, disse sorridendo Madre Marzo, “e per quello che hai detto ti doniamo la nostra benedizione. D’ora in poi, ad ogni parola che pronuncerai un pezzetto d’oro cadrà davanti ai tuoi piedi.”
La fanciulla si accomiatò dalle dodici Samovili, riempì il secchio con l’acqua del pozzo e corse a casa.
Vi giunse che il cielo stava schiarendo, e appena la matrigna la vide fu assai delusa e furiosa per il fallimento del suo scopo. Tuttavia, chiese alla giovane cosa fosse successo, e quando si accorse che per ogni parola che lei pronunciava una moneta d’oro cadeva davanti ai suoi piedi, la afferrò rabbiosa e urlò: “Dimmi subito com’è possibile che l’oro cada dalla tua bocca ogni volta che parli, altrimenti ti colpirò come mai prima d’ora!”
Terrorizzata, la fanciulla raccontò quello che le era accaduto.
La matrigna allora volle che la stessa fortuna capitasse anche alla propria figlia, così la mandò la sera stessa a raccogliere acqua al pozzo.
La ragazza lo raggiunse controvoglia, e sotto il grande albero vide le ombre delle dodici Samovili, le quali le rivolsero la loro domanda. Lei però rispose sfacciatamente e piena di sdegno: “Siete forse impazzite? Non riuscite ad arrivarci da sole? Tutti sanno che Gennaio e Febbraio sono i mesi peggiori, e che Madre Marzo è una donna lunatica. Quanto ai restanti mesi, non sono certo migliori perché ci annoiano con caldo e umidità, e non possiamo combinare niente durante il giorno.”
“Ti ringraziamo per la tua risposta”, disse la più anziana delle Samovili, “ma per quello che hai detto non avrai la nostra benedizione. D’ora in poi, per ogni parola che pronuncerai una serpe cadrà dalla tua bocca.”
Non appena la giovane giunse a casa, la madre le chiese di parlarle di ciò che era successo, ma non poté credere ai propri occhi quando alla sua prima parola una brutta serpe scivolò fuori dalle sue labbra. Allora la donna gridò disgustata: “Come è potuto accadere proprio a te, figlia mia? Perché la fortuna è capitata solo alla tua odiosa sorellastra?”
Da quel momento, la donna tentò di maltrattare la figliastra ancora più di prima, ma senza più riuscirci, perché la buona fanciulla era protetta dalla benedizione delle Samovili.
Dopo diversi mesi il padre tornò a casa dal suo lungo viaggio, e quando seppe ciò che era accaduto cacciò via di casa la cattiva moglie e sua figlia.
Questo è il motivo per cui tutti sanno che “Chi nuoce agli altri, nuoce a se stesso”.” (1)

(Tratto da Goddess Holle. In search of a Germanic goddess, Garden Stone, p. 61-63. Traduzione italiana a cura di Violet)


***




Le Samovili e la ciclicità della Natura

La fiaba qui narrata è una delle versioni del racconto “I dodici mesi”, conosciuto soprattutto in Russia, in Germania e nei paesi dell’Est Europa. (2) Nelle varianti più note, i diversi mesi sono spesso rappresentati da uomini saggi e molto anziani, con la lunga barba bianca e l’aspetto ieratico e distante. Vivono sulla vetta innevata di un’alta montagna, e a prima vista la fanciulla li scambia per dodici pietre erette, immobili e silenziose, raccolte intorno al fuoco acceso. Talvolta i mesi primaverili appaiono come bambini, mentre quelli estivi come giovani forti e di bell’aspetto; i mesi autunnali sono incarnati da uomini di mezza età e quelli invernali da anziani curvi e canuti.
In queste storie, la giovinetta, odiata dalla matrigna, viene mandata nottetempo e nel cuore dell’inverno a cercare violette, fragole e mele mature, oppure candidi bucaneve, e per la sua gentilezza e nobiltà d’animo viene sempre aiutata dai saggi mesi, che per brevi istanti sciolgono la neve e fanno crescere per lei ciò di cui ha bisogno.
La sorellastra pigra e scontrosa, invece, non riceve da loro alcun aiuto, ma al contrario viene lasciata morire di freddo nella gelida tempesta di ghiaccio, seguita dalla madre che, uscita a cercarla, va incontro allo stesso destino.
La versione della storia qui proposta, a differenza delle altre, descrive invece i dodici mesi come sapienti spiriti femminili, e potrebbe attingere a una fonte più antica, in un tempo in cui le divinità dei boschi e delle acque erano percepite come presenze reali e potenti che vivevano in mezzo agli uomini. Il posto stesso in cui la fanciulla deve recarsi per attingere l’acqua, un pozzo solitario immerso nel bosco che sorge accanto a un grande albero magico, appare chiaramente come un luogo sacro, dedicato al culto delle dee madri boschive.

Le Samovili che appaiono nella fiaba, sono infatti antichissime divinità delle foreste e delle acque che appartengono in particolare alla mitologia slava. Secondo le leggende, abitano nei boschi, nei pressi delle fresche sorgenti, ma anche sulle montagne, fra le rocce ripide e inverdite dalle conifere, o all’interno di grotte nascoste e difficili da raggiungere. Il loro compito è vegliare sui cicli stagionali.
Descritte spesso come fate scintillanti, come ombre verdi che emergono dalla foresta, o come creature selvagge e ambivalenti, con lunghi capelli sciolti e luminosi occhi neri, proteggono la vegetazione e gli animali selvatici, e si vendicano spietatamente di chi li minaccia o fa loro del male. In questi casi, trascinano i malcapitati nel loro cerchio magico, costringendoli a danzare fino alla morte, oppure provocano slavine e tempeste che li colpiscono e li lasciano mutilati e morenti.
Queste antiche madri del bosco hanno anche la capacità di fondersi con la natura e assumere le forme di animali, alberi e fenomeni atmosferici, specialmente di falchi, serpenti, cigni, cavalli e mulinelli di vento.
Nella Slovenia del Sud, si credeva che le Samovili fossero spiriti che vivevano negli alberi, e che a propria volontà potessero emergere dalla corteccia e manifestarsi come bellissime donne selvatiche. A loro venivano consacrati certi terreni paludosi, nei quali crescevano fiori gialli e azzurri.
Il fatale incontro con queste numinose entità, che avveniva spesso nel folto della foresta o presso le fonti, poteva essere molto fortunato oppure estremamente dannoso, a seconda del comportamento di coloro che si accostavano al loro mondo naturale. Una leggenda narra infatti che una giovinetta di nome Neda, nell’avvicinarsi a una fonte ai piedi di una montagna, aveva calpestato sbadatamente alcuni fiorellini che crescevano vicino alle acque. La Samovila che abitava in quel luogo e vegliava sulle sue creature, ne fu molto infastidita, e andando incontro alla giovane le chiese in cambio della sua noncuranza i suoi grandi occhi neri.
In Russia e in Serbia, queste dee della foresta sono chiamate Vily, e hanno un carattere diverso a seconda dell’elemento che incarnano e nel quale abitano: le Vily dell’aria sono spiriti puri ed eterei, ma molto sfuggenti, perché talmente elevati che si interessano raramente alla vita sulla terra; le Vily acquatiche, invece, sono languide, ambigue e ingannatrici, mentre quelle della terra sono benevole verso chi si rivolge loro con gentilezza, e impietose quando vengono offese.
In Bulgaria, le Samovily proteggono la natura punendo chi la maltratta, e in Tracia le Samodivi amano danzare leggere sulle alte cime delle montagne, quando in cielo splende la luna. Tuttavia compaiono spesso nel loro carattere più selvaggio, mentre corrono scatenate sulle creste in groppa ai cervi, usando come redini delle lunghe vipere velenose e agitando fra le mani una serpe, che fanno schioccare sul terreno come fosse una frusta. Se durante la loro folle corsa incontrano un uomo, gli rubano gli occhi.
Scendendo nella zona alpina, si trovano fate dei boschi e delle sorgenti molto simili alle Samovili, e sul Collio, una zona collinare vicina a Gorizia, si conoscevano le selvatiche Vile. La loro venuta era preannunciata da un vento fresco, che si alzava fra le colline nel buio della notte, e poco dopo le diafane fanciulle scendevano a valle, avvolte in graziosi veli trasparenti che brillavano come stelle. Raggiunti i bei prati verdi, si prendevano per mano e danzavano in cerchio fino alle prime luci del mattino. Allora, lasciavano cadere le pietre preziose che abbellivano le loro vesti fluttuanti e tornavano sui colli. Al sorgere del sole, i loro lucenti gioielli diventavano la brina dei prati.

***

Attraverso queste leggende è possibile comprendere chi siano le Samovili presenti nella nostra fiaba, ovvero diverse manifestazioni della Grande Madre terrestre, che in questo caso rappresentano i dodici mesi dell’anno, e quindi i sacri mutamenti stagionali e la loro perenne ciclicità.
L’incontro con loro stabilisce il destino di ogni fanciulla, e la domanda che queste sagge fate silvestri rivolgono, racchiude il significato stesso dei cicli naturali, i cui movimenti e cambiamenti che fluiscono e si susseguono costantemente sono tutti necessari al mantenimento del delicato equilibrio della vita. Non esistono, infatti, momenti infausti, sbagliati o inutili, perché ognuno di essi è parte dell’armonia divina, ed è dunque essenziale e indispensabile.
L’insegnamento delle Samovili potrebbe quindi essere quello di aprirsi a riconoscere e ad abbracciare la bellezza e la diversità che vive e si esprime in ogni istante, cogliendo con gratitudine i preziosi doni offerti dalla terra durante ogni mese dell’anno e imparando a comprenderli e a custodirli nel proprio cuore.
Affidandosi con amore alla natura e alla sua sacra ciclicità, e fluendo liberamente insieme ad essa, è possibile partecipare della sua armonia e onorare con gioia le arcaiche dee madri, vivendo una vita benedetta dalla loro fortuna e dalla loro amorevole protezione.


***


Note:

1. Il detto originale in lingua inglese “Harm watch, harm catch”, ovvero, “Chi vede – o cerca – il male, il male cattura – o ottiene”, corrisponde ad altri proverbi italiani dal significato simile, come: “Chi di lama ferisce, di lama perisce”, “Chi semina vento, raccoglie tempesta”, e così via.

2. La fiaba è catalogata nell’indice di Aarne e Thompson con il codice 480 – The kind and the unkind girls – e corrisponde ad altre fiabe affini, fra cui la nota Frau Holle. Le Samovili di cui narra questa versione, del resto, sono per molti versi simili e paragonabili alla vecchia Holle, così come alle Weiss Fraulein e alle Seligen germaniche, a Perchta/Berchta, alle Dame Bianche, alle Korrigan bretoni, e alle varie Donne Selvatiche, o Salighe, dell’arco alpino.
Per conoscere e confrontare numerose altre versioni della fiaba, vedi: SurLaLune Fairytales


Fonti

Goddess Holle. In search of a Germanic goddess, Garden Stone, Usingen, 2011
Leggende delle Alpi, Maria Savi Lopez, Il Punto, Torino, 2008
Donne Selvatiche, Moidi Paregger e Claudio Risé, Sperling e Kupfer, Milano, 2006
The Greenwood Encyclopedia ok Folktales and Fairy Tales, Vol. III, edito da Donald Haase, Greenwood Press, Westport, 2008
Jersey Folklore & Superstitions : A Comparative Study with the Folk Traditions of the Gulf of St. Malo (the Channel Island, Normandy and Brittany) with reference to World Mythologies, Vol. II, G. J. C. Bois, AuthorHouse UK Ltd., Central Milton Keynes, 2010
SurLaLune Fairytales

Immagine: Old Lady Elder, di Lisa Hunt


Traduzione e testo di Violet. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.


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Re: La Fanciulla e i Dodici Mesi (Punti: 1)
da Danae 01 Apr 2015 - 23:05
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Ma che meraviglia! Ricorda molto la fiaba di Cenerentola... :))
Grazie per questo dono Violetta *.*



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