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Il Libro del Mese




Le Muse e l'origine divina della parola e del canto
di Walter Friedrich Otto

 

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Il Tempio della Ninfa

Pan: la Natura, ovvero il Tutto
Domenica, 05 Luglio 2009 - 03:15 - 9318 Letture
Archetipi E’ una notte d’estate e da un bosco antico si sentono giungere le note di un flauto mischiate a quelle di un tamburello. Se ci fosse qualche uomo nei dintorni, forse si avvicinerebbe silenziosamente al luogo dal quale la musica proviene, ma probabilmente non per tutti sarebbe molto cauto agire in questo modo.
Comunque, se succedesse, egli vedrebbe qualcosa di splendido, ammesso che sia ancora in grado di guardare con gli occhi di un bambino: al suo sguardo si offrirebbe una radura illuminata dalla luna e da mille piccole lucciole, dove l’aria tiepida profuma di iperico e lavanda, e le fronde mormorano dolcemente una canzone senza parole, mosse dal vento gentile.

E sotto alle fronde, sull’erba umida di rugiada, il nostro ipotetico osservatore potrebbe scorgere i profili luminosi di bellissime fanciulle danzanti in totale libertà, il battito d’ali di farfalle dorate (ma è proprio di farfalle che si tratta?), i movimenti di folletti e fate intenti a sorreggere i calici delle campanelle accesi di lucine colorate, ed un allegro girotondo di essere luminosi che si muovo al ritmo di una musica incalzante. Ma da dove proviene la musica?
Finalmente il nostro uomo dallo spirito di bambino scorge vicino ad alcuni noccioli degli esseri dal nobile portamento e dal volto eternamente disteso in un gaio sorriso. Alcuni hanno delle piccole corna caprine sulla fronte e zampe di capra dall’ispido pelo, altri invece hanno orecchie e coda di cavallo. Alcuni danzano con le bellissime giovani nell’allegro girotondo, altri suonano piccoli zufoli intagliati nel legno, tamburelli, zampogne ed altri strumenti ancora più strani ricavati dai doni di Natura.
La musica si fa più incalzante e si mischia alle risate argentine ed ai gridolini di gioia dei partecipanti. E… può forse essere? Al centro del cerchio formato dai danzatori, al nostro ignorato osservatore sembra di scorge un grosso caprone dal lungo pelo, o è forse un uomo? I suoi tratti sembrano trasformarsi di momento in momento, a volte sono quelli di un bellissimo uomo dal portamento regale, altre sembra un animale silvestre, ed altre ancora un ibrido a metà fra l’uomo e l’animale.
Il tempo passa ma gli occhi del nostro giovane osservatore rimangono diretti verso la gaia sarabanda e ad un certo punto gli sembra di non essere più in sé, di stare danzando anche lui al ritmo di quella musica che ora gli sembra provenire dal suo più profondo intimo. Non gli importa più niente di nulla ora, semplicemente è, ed è contento di essere. Fa volteggiare le ninfe fra le sue braccia e balla a braccetto con i satiri allegri, e forse non si accorge che il cielo si sta progressivamente schiarendo, finché, quando ormai il sole sta per sorgere, un urlo lacerante sembra squarciare il cielo e la terra ed egli si getta a terra. Attende qualche istante e sente di essere tornato in sé, con le sue preoccupazioni ed i suoi pensieri, anche se ora la vita gli sembra molto più bella. Mentre è ancora reclinato su sé stesso sente le risate incontenibili di voci maschili e femminili mischiate insieme. Alza il viso e si guarda intorno, guarda la radura ormai deserta bagnata dai raggi gentili del primo sole e proprio là, fra l’erba imperlata di preziose gocce brillanti lo scorge, nettissimo e visibile. E’ un “cerchio delle streghe”, una striscia circolare di erba più verde dove sono cresciuti alcuni funghetti.
Si mette a ridere rumorosamente di sé stesso e della sua paura, ride per la gioia che ha dentro e per la bellezza che ha intorno; ride delle paure e dei pensieri, delle tristezze e del nulla. Ride per molto tempo ed a volte sembra che ci sia anche qualcun altro che ride con lui; infine, dà un ultimo sguardo pieno di gratitudine ed amore a quel luogo incantato, e si incammina verso l’alba…

La gioia e l’incanto

Musa, tu dimmi del figlio diletto di Ermes,
dal piede di capra, bicorne, di strepiti amante;
che per valli alberate è solito errare
con ninfe danzanti. Esse le cime rupestri
percorrono Pan invocando, dei pascoli il dio
che folta ha la chioma, irsuto signore
di tutte le alture nevose, dei monti sublimi,
dei sentieri sassosi
. (1)

Nelle ombrose foreste, nei prati assolati baciati dal fulgore del mezzogiorno o magari sulle creste rocciose delle cime montane, un tempo era forse facile incontrare uno strano essere, dal busto umano e dalle corna, le zampe e la coda di capra. Lo si poteva forse scorgere mentre era intento a riposare durante la calura del giorno, o magari mentre era intento a suonare allegre melodie con un flauto. Questa strana e, per la maggior parte delle volte, allegra creatura, poteva essere uno dei figli di Pan, i Panischi o Egipani (2), o magari il Dio Pan stesso… Certo, forse non tutti sarebbero stati in grado di vederlo, poiché egli spesso si divertiva a nascondersi e a fare scherzi agli umani che si fossero avventurati nel suo regno. In particolare, amava spaventarli con un urlo fortissimo che la maggior parte delle volte faceva scappare i malcapitati a gambe levate.
In effetti, la prima volta che emise questo urlo lacerante non lo fece per mettere in fuga qualche umano un po’ arrogante o per burla, ma per fare in modo che Zeus potesse vincere la guerra contro i Titani. Fu in un tempo remoto, quando il Padre degli Dei venne catturato dal mostro Tifone e privato dei tendini degli arti, nascosti dalla sorella di Tifone, Delfine, in una grotta e da essa custoditi. Fu allora che Pan fece risuonare nell’aria, annerita per il fumo degli incendi e piena delle urla di guerra, un grido talmente forte che mise in fuga Delfine, la quale lasciò dietro di sé il prezioso involto contenente i tendini di Zeus. In tal modo il Dio riuscì a ristabilire l’ordine, sconfiggendo i Titani.
E chissà che ogni tanto anche noi non abbiamo bisogno di un grido selvaggio e per alcuni versi inquietante, che faccia indietreggiare e fuggire i nostri Titani interiori, i sovvertitori dell’ordine e della luce.

Le occupazioni preferite di questo allegro e ridente Dio erano essenzialmente la musica, la pastorizia, la caccia e le danze in compagnia delle ninfe, infatti talvolta egli “modula suoni sereni su fistula tenue; non vincere può le sue melodie l’uccello che manda dai rami il lamento a primavera fiorita, un canto con voce più dolce del miele intonando. Vagano allora con lui le ninfe montane, danzano presso le cupe sorgenti e cantano, e l'eco in debole gemito risuona sfiorando la vetta del monte. Il dio conduce la danza, coperto il dorso con pelle fulvigna di lince, del canto soave godendo nel cuore, su morbido prato, fiorito di croco e d'aulente giacinto con erbe mischiati.” (1)
Pan conduceva dunque la danza segreta delle fanciulle immortali, alle quali, a volte, potevano unirsi donne a loro simili o uomini che avessero qualcosa in comune con gli allegri e spensierati figli del Dio. Egli avrebbe ballato selvaggiamente, suonato e cantato al centro del cerchio, animando una danza forse molto più bella e profonda di una qualsiasi danza fatta col corpo, ovvero un gioioso girotondo di entità e anime luminose che si erano lasciate incantare dalla sfrenata musica di Pan; una musica che, in fondo in fondo, era custodita nel centro più vero e reale di loro stesse, nella loro parte selvatica e prossima alla naturalissima essenza del Dio, da sempre fedele anche a quella muliebre rappresentata dalla Luna, come potrebbe simboleggiare il mito del suo congiungimento con Selene.

Essa infatti, la bellissima Signora della luna dal volto di madreperla ed i capelli d’argento, si era unita al Dio, ma solo quando egli si era ricoperto di un candido e profumato vello, che mitigasse la ruvidità del suo pelo caprino. E forse le antiche Donne, coloro che si erano rese Figlie della Luna e che incarnavano appieno tutte le dolcissime caratteristiche femminili, potevano unirsi solo a quegli uomini che avessero accettato di ritrovare in sé ciò che loro conoscevano, qualcosa di “candido” e delicato come loro stesse erano, che mitigasse l’asprezza che a volte può caratterizzare i modi maschili. Con questo tipo d’uomini era probabilmente giusto e bellissimo avere giocosi e liberi rapporti.
Ma non tutte le donne erano fatte in questo modo, come ci lascia intendere il fatto che quando Pan nacque “col piede di capra, bicorne, strepente e dolce ridente: fuggì la nutrice…alla vista di quel volto selvaggio e barbuto” (2). L’umanità probabilmente aveva in parte già perso la capacità di riconosce ed apprezzare le cose armoniche, al punto che molte donne, vivendo magari in una società come quella Greca, che reprimeva l’istintualità, la sessualità e la spontaneità femminili, avevano iniziato ad accettare le limitazioni loro imposte. Così facendo avevano perso il senso di coralità e naturalità, magari al punto di trovare spaventevoli o ripugnanti gli uomini che ancora incarnavano le travolgenti caratteristiche di Pan, la sua indiscussa sessualità, la sua leggerezza e la sua sfrenatezza.
Comunque, ci fu invece chi lo apprezzò molto fin dal primo momento; Dioniso infatti quando il “bicornuto iddio” fu condotto sull’Olimpo fu il primo a sorridergli, e si narra che lo accolse nel suo corteo.
Si racconta anche che Pan si congiungesse volentieri alle Menadi, spesso a tutte quelle che animavano i gioiosi riti in onore del Dio dell’ebbrezza, particolarmente apprezzati da Pan, come lascia intendere un inno a lui rivolto: “o capriforme, che ami le orge e le mistiche follie, che godi del cielo aperto e l’armonia ridesti col tuo lieto canto sonoro”. (3)
Il fatto che le Menadi e le partecipanti alle cerimonie in onore di Pan lo accogliessero benignamente fra loro, potrebbe far intendere come la coralità e la condivisione di tutto ciò che dà gioia fosse propria delle Donne dedite a questi culti, quanto libera fosse la loro sessualità, con quanto ardore sapessero donarsi senza pensieri o superficiali moralismi, sia all’essenza divina che, magari, ai rappresentanti incarnati del Dio. Tale tipo di rapporto, totalmente scevro di tutte le condizioni e le limitazioni del matrimonio a cui le donne greche dovevano piegarsi, od anche dei moderni rapporti di coppia, era forse uno dei modi tramite il quale gli iniziati tentavano di recuperare uno stato di magica ebbrezza e di unione interiore di maschile e femminile.

Un’altra divina entità che apprezzò il dio caprino fu Eco, la bella oreade poi invaghitasi di Narciso. Prima che questo succedesse però, essa generò con Pan due figlie: Iunce e Iambe. Iunce venne trasformata in torcicollo (un piccolo uccello) da Hera per aver favorito gli amori di Zeus ed Io, e da allora quest’uccello venne creduto in grado di provocare amore e ardente passione, anche a causa del suo particolare modo di muoversi che gli procurò l’attributo di seisopyghìs, “sculettante”. Iambe invece divenne la personificazione delle battute umoristiche ed in particolare di quelle oscene e piccanti, poiché si diceva che in questa maniera avesse consolato Demetra, facendola ridere durante il suo vagabondaggio alla ricerca della figlia rapita. Questo episodio la collega a Baubo e alla sua vitale esuberanza, evidenziando inoltre la valenza sacra del riso, della sessualità, della gioia e della mancanza di pensieri pesanti e soffocanti, tutti attributi propri anche di Pan, dei suoi figli e di Dioniso.

Un altro Dio partecipe di questo tipo di natura era Hermes, colui che più spesso fu indicato come padre di Pan (4). Egli era il messaggero divino e il protettore dei pastori e dei viandanti, colui che collegava il mondo divino, quello umano, e quello sotterraneo dove si diceva conducesse le anime dopo la morte del corpo. Suo attributo principale era il caduceo, una verga intorno alla quale si intrecciavano due serpi, che fu a lungo considerato simbolo di pace e di letizia, prima di divenire emblema dei farmacisti. Questo scettro per la sua forma ricorda molto le rappresentazioni dei canali energetici interni all’uomo chiamate nella tradizione indiana ida e pingala, che si avvolgono intorno all’asse della colonna vertebrale. In seguito al loro riequilibrio, e forse all'operare di segrete pratiche misteriche, dovrebbe svegliarsi kundalini, una corrente di energia immaginata come serpente, che arrivando fino alla sommità del capo porterebbe ad uno stato di estasi e risveglio interiore. Dunque la pace portata dal caduceo di Hermes, da Pan, da Dioniso e dagli altri innumerevoli piccoli e grandi Dei della Natura altro non sarebbe che una realizzazione che porta quiete e soddisfazione perfette grazie all’esperienza di una dimensione dove tutto è Essere e completezza, dove la mancanza e la sofferenza semplicemente non possono essere, poiché anche nel nostro mondo esse sono in realtà solo nulla, non-essere.

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Pan: la Natura, ovvero il Tutto | Login/crea un profilo | 11 Commenti
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Re: Pan: la Natura, ovvero il Tutto (Punti: 1)
da Violet 05 Lug 2009 - 03:20
(Info utente | Invia il messaggio) http://www.tempiodellaninfa.net)
Tesorina, uno scritto splendido davvero, scritto come una fiaba e pieno zeppo di spunti, di piccole tracce di consapevolezza, di indizi lucenti... davvero bellissimo...
Ci si immerge in una fiaba, all'inizio, eppure anche nella fine, che riporta un pochino nel tempo attuale, c'è sempre la possibilità di vivere realmente la fiaba stessa... la Via è sempre aperta... sta a noi trovarla e tentare di percorrerla :))***
Bravissima :-***

Re: Pan: la Natura, ovvero il Tutto (Punti: 1)
da Alessandro 05 Lug 2009 - 04:14
(Info utente | Invia il messaggio) http://creviceweeds.over-blog.net)
Ogni volta il tuo modo di collegare e di interpretare le fonti mi affascina e mi entusiasma, come i significati che riveli attraverso il tuo sguardo che coglie in maniera molto singolare i contrasti e le armonie, come quando parli dell’Amore. È uno sguardo antico e nuovo, libero. Potrei segnalare parecchi passi su cui mi sono soffermato, ma quello che amo di più è quello sul timore reverenziale, perché è questo sentimento che mi ha fatto comprendere almeno un poco, forse, Pan: un sentimento che potrebbe elevare anche l’amore umano. Grazie, Elke… *.*

Re: Pan: la Natura, ovvero il Tutto (Punti: 1)
da Danae 06 Lug 2009 - 22:22
(Info utente | Invia il messaggio)
Mi ha commossa.. Studiai la leggenda di Pan per Antropologia del Mito, e già allora coinvolse i miei sensi. Egli vive ancora.
Grazie anche a te Elke..

  • Re: Pan: la Natura, ovvero il Tutto da fabiola 07 Lug 2009 - 13:23
    Re: Pan: la Natura, ovvero il Tutto (Punti: 1)
    da Elke 08 Lug 2009 - 00:57
    (Info utente | Invia il messaggio) http://)
    Grazie a voi tutti per le splendide parole che ogni volta sapete trovare. E' un piacere sapere che ciò che scrivo è apprezzato da persone come voi, e sappiate che è anche scritto per voi :)
    Bacini!

    Re: Pan: la Natura, ovvero il Tutto (Punti: 1)
    da LaZiaArtemisia 11 Lug 2009 - 23:03
    (Info utente | Invia il messaggio)
    Elke, come sempre quando leggo i tuoi scritti non so cosa dire, perche davvero penso tu faccia lavori bellissimi, talmente alti nella loro purezza, che quasi non li comprendo fino in fondo. Non solo per le intuizioni che ci concedi e che richiedono tanti pensieri nei giorni seguenti, ma riesci sempre a mostrare il futuro nel presente, la speranza nelle immagini che descrivi, che sono tanto nitide da commuoversi.
    Per tutto questo, e per altro ancora, grazie..



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