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Fra queste pagine sono raccolti consigli, ricette, riti semplici e naturali dedicati al femminile, e speciali ricerche e racconti sull'antica Via delle Donne.

 

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Compendio nato dagli studi del cerchio I Meli di Avalon, dedicato alla Tradizione Avaloniana e a miti, leggende, e fiabe celtiche legate alla simbologia di Avalon.

 

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Il Libro del Mese




Per virtù d'erbe e d'incanti
di Erika Maderna

 

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Il Tempio della Ninfa

La medicina della Donna Serpente
Mercoledì, 15 Marzo 2023 - 22:53 - 530 Letture
Racconti Molti secoli fa, in una caverna sul fianco di una impervia montagna, viveva una misteriosa creatura con il corpo di donna nella metà superiore e di serpente in quella inferiore. Abitava fra le rocce ruvide e i labirinti di cunicoli da tempo immemore, e se in passato le genti dei villaggi vicini e lontani si recavano da lei con rispetto e devozione, per chiederle responsi e portarle offerte di latte appena munto, col passare degli anni venne dimenticata. Solo poche anziane si ricordavano ancora della sua esistenza, ma nessuno visitava più la sua casa.

Un giorno accadde che in uno dei villaggi che sorgevano alle falde della montagna si diffuse una grave epidemia. Gli abitanti venivano colpiti dalla tosse e il loro corpo si riempiva di piaghe, mentre la febbre li consumava fino alla morte. Nessuna delle erbe e dei medicamenti conosciuti riuscivano a curarli, e poco a poco le famiglie cominciarono a decimarsi. Quando, nel tentativo di trovare un rimedio stando a stretto contatto con i malati, anche l’anziana erbaria si ammalò, il villaggio cadde nella più cupa disperazione.
Scossa dalla tosse e dai tremori della febbre, la guaritrice fece chiamare il capo del villaggio, e gli confessò che l’unico modo per spegnere l’epidemia era trovare la medicina della donna serpente che viveva nel ventre della montagna, sempre che fosse ancora in vita. Una donna o un uomo dal cuore sincero avrebbe dovuto andare a cercarla e implorare il suo aiuto.
Il capo del villaggio, riunita la sua gente, comunicò quello che l’anziana aveva detto e attese che qualcuno si presentasse, ma nessuno aveva il coraggio di recarsi alla montagna. Il timore per l’ignoto, che appariva potente e imprevedibile, era maggiore di quello provocato dalla malattia. Dopo un interminabile silenzio, una giovane donna si fece avanti. Era rimasta sola al mondo, e non avendo più niente da perdere era pronta ad andare incontro a qualsiasi cosa il destino avrebbe disposto per lei.
Poco prima di mettersi in viaggio fece visita all’erbaria, che l’aveva fatta chiamare. Rantolando, la donna le disse di non temere la serpentessa, nonostante il suo aspetto, e di portarle in dono un piatto di latte appena munto, come usavano fare le loro antenate. Se viveva ancora lì, forse si sarebbe mostrata e l’avrebbe ascoltata.
La ragazza fece come la guaritrice aveva detto. Munse la sua capra e versò il latte denso dall’odore pungente in un vaso di terracotta, che chiuse accuratamente e ripose nella sua sacca. Poi prese con sé una ampolla vuota, il piatto di rame battuto che, molti anni prima, sua madre aveva inciso con spire e testine di serpenti, e partì.

Camminò per diverse ore, fra ampie distese terrose e fresche macchie di bosco. Durante il cammino scorse un cespuglio di rose dal profumo inebriante. I loro petali erano di un rosa pallido e delicato, e la giovane ne colse una. Ci faremo compagnia durante il viaggio, pensò, e forse mi porterai fortuna.
La montagna era ormai a pochi passi e la vegetazione si faceva sempre più fitta e intricata. La ragazza procedeva a fatica. Era molto stanca, la salita era faticosa e i sassi le scivolavano da sotto i piedi. Inoltre non sapeva dove fosse di preciso la caverna della serpentessa e temeva di non riuscire a trovarla. Sfinita, si lasciò infine cadere accanto a un masso dalla superficie piatta, sulla quale qualcuno, in epoche remote, aveva inciso una strana spirale. Le speranze la stavano abbandonando e pregò la madre di aiutarla.
Un fruscio dietro le sue spalle la fece voltare di scatto. Era solo una foglia caduta dal ramo di un faggio, ma guardando poco oltre scorse quello che sembrava l’ingresso di una cavità nella roccia. Un ruscello vi scorreva accanto, nascosto dalla folta vegetazione. La sua forma sinuosa ricordava quella di un serpente.
La giovane si fece coraggio, si rimise in piedi e, avvicinandosi all’apertura, vi sbirciò dentro. Davanti a lei si apriva un antro buio del quale non riusciva scorgere la fine. Muovendosi lentamente, vi si addentrò, camminando fino a quando non poté più a vedere nulla. Allora prese dalla tasca un cero e la pietra focaia, e con qualche difficoltà accese una piccola fiamma. La luce riusciva a illuminare solo qualche metro intorno a lei, e la caverna le parve ancora più profonda e oscura. Man mano che la penetrava, inoltre, diveniva sempre più stretta e bassa, finché dopo un ultimo tratto in discesa, sbucò in uno spazio più ampio, circolare, la cui parete mostrava, a varie altezze, diversi buchi grandi e piccoli che si aprivano su altrettante gallerie. La giovane non aveva idea di quale imboccare, ed era talmente esausta che si accasciò a terra. Sapeva di non essere più in grado di proseguire, così raccolse le sue ultime forze, prese il piatto di rame dalla sacca appesa alla schiena, lo depose a terra e lo riempì con il latte di capra. Mossa dall’istinto, staccò i petali della rosa che aveva colto nel bosco e li sparse sul liquido denso e bianchissimo. Forse, pensò, la serpentessa lo gradirà. Spinse il piatto un poco più avanti, e sussurrò: “Se ancora vivi in questa grotta, ti prego di accettare la mia offerta, e di aiutarmi a guarire la mia gente.” Poi si sdraiò e si addormentò.
Passarono diverse ore, e quando la giovane riaprì gli occhi il cero era ormai spento. Tuttavia la grotta non era buia. Qua e là brillavano alcune lucerne, infilate in piccole nicchie scavate nella pietra. Il piatto con il latte era vuoto e i petali erano stati accuratamente riposti accanto.
La ragazza si sollevò da terra e, incuriosita, si guardò intorno. Un sibilo la fece sobbalzare, e fu allora che la vide. Sul fondo della caverna, fra le ombre proiettate dalle lucerne, una enorme serpentessa la stava osservando. Il volto e la parte superiore del suo corpo erano di donna, mentre la parte inferiore aveva le sembianze di un grosso serpente attorcigliato su se stesso.
La giovane si ritrasse di scatto, terrorizzata, ma la serpentessa le parlò con voce gentile:
“Non temere, non ti farò alcun male. Chi sei, e cosa ti ha spinta a venirmi a cercare?”
Con voce tremante la ragazza rispose: “Vengo dal villaggio ai piedi della montagna. Una grave epidemia ha colpito la mia gente e non esiste rimedio che riesca a guarirla. La tua medicina è l’unica in grado di salvarci. Puoi aiutarmi?”
La serpentessa uscì dall’ombra, scivolando senza emettere rumore. Allora la giovane poté vederla meglio. La sua pelle era bianca come il latte, i capelli scuri, intrecciati e raccolti sulla testa. Le squame della lunghissima coda, che via via si diradavano fino al collo, avevano riflessi verde-dorati, e il viso era di una bellezza senza eguali. Gli zigomi alti e sporgenti, le labbra sottili, il mento affusolato. Gli occhi grandi e verdi, con la pupilla verticale come quella dei rettili, erano penetranti e benevoli.
La giovane smise di ritrarsi, e superati i timori, accennò un timido passo verso di lei. La guardava ammaliata, mentre un senso di profonda devozione le riempiva il cuore. Allungò timidamente una mano, e con le dita sfiorò la pelle della serpentessa. Era liscia come la seta, rilucente. Un potere antico scorreva nelle sue vene.
La donna serpente la lasciò fare, e quando la giovane la guardò ancora in volto, vide che le stava sorridendo.
“Ti aiuterò”, le disse, “ti darò la mia medicina, e se la userai nel modo giusto la tua gente vivrà.”
La ragazza la ringraziò vivamente, e dopo aver preso l’ampolla dalla sua sacca, gliela porse. Con uno dei suoi denti appuntiti, la donna serpente si incise il polso e fece colare alcune gocce di sangue nella boccetta.
“Versa il mio sangue in un bacile colmo di acqua sorgiva”, disse, “e quando il liquido tornerà chiaro e trasparente fai in modo che i malati ne bevano una piccola quantità. Sappi però che non tutti guariranno. Se la forza vitale è ancora presente nel corpo, la malattia verrà sconfitta e scomparirà, ma se chi ne è affetto sta già camminando verso la morte, la medicina potrà solo alleviare il dolore, facilitando il passaggio. Ciò che è inevitabile, non può essere eluso. Può solo essere accettato.”
La giovane annuì, e con cura ripose l’ampolla nella sacca. Non poteva attardarsi, il suo popolo stava soffrendo, eppure qualcosa dentro di lei non avrebbe voluto andarsene. Avrebbe voluto restare.
Allontanò quel pensiero e fece per voltarsi. “Aspetta”, disse la serpentessa, “devi sapere ancora una cosa. Il tuo popolo sopravvivrà, e per qualche tempo ti rispetterà. Ma come sempre accade sin dalla nascita dell’umanità, il seme dell’odio metterà radici e si rivolterà contro ciò che è buono. Verrà il giorno in cui sarai perseguitata per aver fatto del bene, e sarai costretta a fuggire senza più guardarti indietro. Quel giorno, anche io lascerò questa terra per sempre.”
Detto questo, la serpentessa si ritirò negli oscuri anfratti della montagna e la giovane rimase sola e disorientata. Avrebbe voluto sapere di più, ma non poteva più aspettare. Corse fuori dalla caverna e riprese la strada verso il villaggio.
Quando vi giunse il sole stava tramontando. Svelta, si recò alla casa dell’erbaria, ma la trovò vuota. La donna era morta subito dopo la sua partenza e la sua abitazione era stata ripulita. Cercò un bacile abbastanza grande e ne trovò uno che faceva al caso suo. Quindi raccolse acqua sorgente e dopo averlo riempito vi versò il sangue della serpentessa. Il liquido divenne dapprima rosso intenso, poi assunse una luminescenza verde-dorata, e infine tornò trasparente, segno che la medicina era pronta.
Intanto, nel villaggio si era sparsa la voce del suo ritorno e presto coloro che non avevano ancora contratto la malattia si recarono da lei. La giovane distribuì la medicina e si diresse nelle case per somministrarla ai malati. Ognuno fece la sua parte e tutti vennero curati, ma come la serpentessa aveva predetto, non tutti guarirono. Chi stava già camminando verso la morte non tornò alla vita. Il corpo, tremante per la febbre, finalmente si rilassò, il volto contratto si distese, e il passaggio avvenne rapido e lieve come una carezza.
Il popolo sopravvisse, e presto l’epidemia fu solo un brutto ricordo. La giovane veniva trattata da tutti con ogni riguardo, tanto che credette che la serpentessa si fosse sbagliata. Dopotutto, era lei che aveva portato la medicina, ed era grazie a lei se la malattia era stata sconfitta. Come avrebbero potuto arrivare a odiarla?
Tuttavia, alcuni di coloro che avevano perso qualche familiare, poiché la medicina non aveva potuto curarlo, cominciarono a nutrire risentimenti e sospetti. Nacquero rivalità, e invidia, rabbia e intolleranza crebbero a tal punto da annebbiare le menti più deboli. Ciò che era stato inevitabile divenne sempre più difficile da accettare, e per ogni malcontento, per ogni sventura o avversità, la causa divenne una sola: la ragazza.
Era lei che aveva incontrato la donna serpente nella sua grotta maledetta, e aveva portato nel villaggio il suo veleno.
Sguardi e bisbigli carichi di ostilità presero a seguire la giovane ovunque andasse, e lei cominciò a sentirsi in pericolo, finché un giorno, mentre stava attingendo acqua dal pozzo, venne colpita da un sasso scagliato da una donna che un tempo era stata per lei come una sorella. La ragazza si voltò, ferita, e vide che altre donne e uomini si stavano avvicinando con intenzioni minacciose. Volevano farle del male, poteva leggerlo nei loro occhi, così lasciò cadere il secchio nel pozzo e corse via, più veloce del vento.
Corse e corse, per un tempo che non avrebbe saputo dire. Corse senza sapere dove le sue gambe la stessero portando, fino a quando, calata la notte, si fermò esausta ai piedi di un masso. Poco distante sentiva scorrere un ruscello, e nel buio riuscì a vedere quella che sembrava l’apertura di una cavità nella roccia. Senza rendersene conto, era arrivata alla caverna della serpentessa.
Questa volta però, dall’interno proveniva una debole luce. Incuriosita, la giovane entrò, e guidata dal chiarore, che poco a poco si faceva più intenso, si ritrovò infine nella grotta rotonda dove, solo poche lune prima, aveva incontrato la donna serpente. Al centro, una delle lucerne era accesa. La sua luce calda illuminava lo spazio e gettava strane ombre che danzavano sulle pareti come tanti sinuosi serpenti.
La giovane le si sedette accanto, piena di amarezza e inquietudine. Non sapeva cosa fare, ma in quel posto si sentiva al sicuro. Sperava in cuor suo che la serpentessa emergesse da uno dei profondi cunicoli che si aprivano attorno a lei, e infatti, di lì a poco, un leggero sibilo ne rivelò la presenza.
Rincuorata, la ragazza si alzò in piedi.
“Avevi ragione”, le disse, “tutto quello che hai detto è accaduto. La mia gente mi odia, e temo che voglia addirittura uccidermi. Non so cosa fare e non ho un posto dove andare.”
La serpentessa la guardò con un velo di tristezza negli occhi.
“La storia è destinata a ripetersi, sempre uguale. Anche questa volta il popolo non si fermerà fino a quando la vendetta non sarà compiuta. Ti cercheranno, e presto cercheranno anche me, come è sempre stato e come sempre sarà. Per questo devo abbandonare questa terra.”
Davanti allo sguardo angosciato della ragazza, la serpentessa aggiunse: “Se vuoi, puoi venire con me. Ma ti avverto, il cammino sarà lungo e difficile, e solo se veramente lo desideri potrai percorrerlo fino in fondo.”
Il calore di una nuova speranza riempì il cuore della giovane. Sin dal primo momento in cui aveva incontrato la donna serpente non aveva voluto altro che restare con lei, imparando dalla sua saggezza.
“Ne sarei felice”, esclamò con gli occhi lucidi. “Non vi è cosa al mondo che io desideri di più.”
La serpentessa sorrise e le porse la mano, e la giovane la prese nella sua.
Senza guardarsi indietro, si infilarono quindi in uno degli oscuri cunicoli che attraversavano la montagna, e non tornarono più.

La lucerna si spense, e divenne fredda, morta.
Quando alcuni uomini del villaggio, i più vendicativi, raggiunsero la caverna, non trovarono nessuno. Sembrava disabitata da secoli, o forse, pensarono, lo era sempre stata.
L’aria che filtrava tra le crepe nella roccia emetteva strani sibili e l’oscurità sembrava farsi sempre più opprimente, soffocante. Ebbero la sensazione che qualcosa di freddo si avvolgesse attorno alla loro gola, e presi da una atavica paura fuggirono via. Di tutto l’accaduto, nessuno volle più parlare.

La giovane trascorse molto tempo accanto alla serpentessa, ascoltando le sue storie sull’origine del mondo e apprendendo da lei l’arte della medicina. Imparò a riconoscere erbe, semi e radici, e a utilizzarle secondo le loro proprietà per preparare farmaci adatti a curare ogni malattia, così come a rendere leggera e indolore la morte. Comprese come mutare il veleno in medicina, e come mantenere l’equilibrio fra entrambi.
Divenne una medichessa, e nella sua lunga vita visitò molti paesi per portare i suoi medicamenti e la sua conoscenza a chiunque ne avesse bisogno.
Poi un giorno, si ritirò in una buia caverna e non ne uscì più. Qualcuno andò a cercarla, ma trovò l’antro completamente deserto, tranne che per un serpentello dalla pelle bianca come il latte, che subito si infilò in una crepa nella roccia e sparì.

La storia è destinata a ripetersi, sempre uguale. Sin dalla nascita dell’umanità il seme dell’odio mette radici e si rivolta contro ciò che è buono.
Ma la donna serpente continua a vivere, nascosta nel ventre profondo della terra.
I suoi insegnamenti non sono andati perduti, hanno solo cambiato pelle.
La sua voce può ancora essere udita, e compresa. Nel battito che riecheggia sottoterra, nel canto di un ruscello serpentino, nel sibilo del vento fra le rocce.




Illustrazione di Jessica Roux

Racconto di Laura Violet Rimola. Nessuna parte di questo testo può essere riprodotta o utilizzata in alcun modo e con alcun mezzo senza il permesso scritto dell’autrice e senza citare la fonte.



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