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Il Libro del Mese




Per virtù d'erbe e d'incanti
di Erika Maderna

 

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Il Tempio della Ninfa

Medea, la maga della Colchide
Martedì, 21 Febbraio 2023 - 14:55 - 668 Letture
Archetipi Vive nella reggia di Eeta una ragazza, a cui la Dea
Ecate ha insegnato più che ad ogni altro mortale
l’arte dei filtri, quanti ne producono la terra ed il mare
immenso: con essi doma la vampa del fuoco infaticabile
e ferma all’istante il corso dei fragorosi fiumi,
incatena le stelle ed il sacro cammino della luna.

Apollonio Rodio, Le Argonautiche

La ragazza di cui ci narra Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche non è, si capisce bene, una ragazza qualunque.
Si stenterebbe quasi a dirla Donna.
È Medea, la maga, ed in questo scritto ripercorreremo la sua storia così come ce l’hanno raccontata gli autori greci per ritrovare in essa le tracce nascoste della sua antica divinità e per svelare, quindi, il suo essere “maga in quanto dea e dea in quanto maga”. (1)



Radici. Medea e la Colchide

La genealogia di Medea ci rivela parte della sua divinità.
Dall’unione del dio del sole Helios e dell’oceanina Perseide nacquero tre figli: Eeta sovrano della Colchide, la sapiente maga Circe e Pasifae regina di Creta.
Eeta è sempre il padre di Medea mentre la madre nelle versioni più note è una donna mortale, Idia, ma in altre non sarebbe altra che la dea Ecate stessa.

Medea non è quindi completamente mortale poiché il sangue divino scorre nelle sue vene attraverso il Sole del quale è nipote, e ancor più direttamente attraverso Ecate, se scegliamo di vederla come sua figlia fisica.

Ma le genealogie del mito, io credo, non sono che rapporti culturali arbitrariamente decisi dall’uomo. Oppure metafore che celano altro: in questo caso i poteri di Medea che le arrivano dal giorno tanto quanto dalla notte, dalla luce e dal buio, da ciò che sta sopra la terra così come da ciò che le sta sotto.

Ed è proprio la terra di origine di Medea ad essere forse più importante di quanto non lo siano i suoi genitori o presunti tali.
Medea nasce infatti in Colchide un paese situato oltre il Mar Nero.
La Colchide è una terra arcaica, intrisa di mistero e magia, legata a culti e cerimonie così antiche da essere quasi ritenute primitive ed è anche parte del territorio di provenienza delle Amazzoni, le forti, coraggiose e molto reali donne guerriere.
Pur essendo il personaggio di un mito greco Medea quindi non è greca, e questo è un dettaglio fondamentale.
Sin dall’inizio lei è la straniera, l’altra, la diversa, figlia di un popolo istintivo e per certi versi feroce, che aveva uno strettissimo rapporto con la terra e con gli Dei.
Medea è la barbara che tanto assomiglia alla terra dalla quale proviene: selvaggia, indomita, libera.
Non è una rispettabile, composta, sottomessa donna greca.
Il suo spirito non è greco, così come non lo sono i suoi valori e così come non lo è la sua visione del mondo.
In più Medea è, come abbiamo detto, maga.
Conosce abili incanti, ha in sé il sapere delle erbe e può utilizzarlo per stregare, per guarire, per ferire ed infine anche per uccidere.

Il suo nome richiama la scaltrezza, la capacità di prendere decisioni e l’astuzia. Medea deriverebbe infatti dal verbo médomai, “riflettere su qualcosa”, “ponderare”, “tenere in considerazione”, tutte caratteristiche che abbondano nella nostra protagonista. (2)

Ma immergiamoci ora nella sua storia e teniamo bene a mente che la voce propria di Medea non esiste, è stata cancellata da Euripide, Seneca, Apollonio Rodio, per citare gli autori più famosi. Dal loro punto di vista Medea è una donna che fa paura e da sempre le donne che fanno paura vanno denigrate in ogni modo possibile.
Tutti questi autori, nel narrare la storia, hanno un preciso intento educativo e, potremmo dire, morale.
Noi partiremo da loro ma poi andremo oltre.
Molto, molto oltre.

Petali. Giasone e il Vello d’oro

La storia di Medea inizia con il Vello d’oro e con Giasone che lo vuole per sé.
Il Vello d’oro è il manto dell’ariete divino Crisomallo ed i suoi poteri magici e curativi sono enormi. Eeta lo conserva nella sua reggia, qualcuno dice attaccato ad una quercia, qualcun’altro dice protetto da un drago.
Come sia o come non sia, la cosa certa è che Eeta è molto orgoglioso di essere custode del Vello d’oro, per lui è un importante vanto.
Giasone è un giovane ragazzo della città di Iolco, in Tessaglia.
Giasone dovrebbe essere re tramite suo padre, Esone. Ma suo zio Pelia ha usurpato il trono e ha mandato Giasone a recuperare il manto dorato come prova. Se riuscirà a riportarlo a casa, allora Pelia lo riconoscerà come sovrano.

Abbiamo quindi questa scena.
Un sovrano molto orgoglioso ed un giovane uomo determinato accompagnato dalla sua scorta, uno di fronte all’altro, nella sala del trono.
E Medea che assiste e ascolta, e osserva.

Eeta sfida Giasone.
Vuole il Vello d’oro? Benissimo.
Dovrà fare ciò che Eeta fa tutti i giorni: domare due tori dai piedi di bronzo che nella piana di Ares pascolano spirando fuoco dalla bocca. Con essi poi dovrà arare quattro iugeri di terreno con denti di drago come semi, dai quali prenderanno vita guerrieri con armi bronzee che dovranno essere distrutti nell’istante stesso in cui emergeranno dalla terra.
Medea osserva e ascolta e qualcosa nasce in lei.
Forse è un capriccio degli Dei, una puntura della freccia di Eros.
O forse un sentimento autentico del suo cuore.
Non sono forse uguali le due cose?

Giasone accetta la sfida di Eeta e Medea decide di aiutarlo.
Sa che così facendo andrà contro suo padre e contro la sua famiglia, ma ormai ha deciso e da quel momento sarà inarrestabile.
Grazie all’aiuto della sorella Calciope, Medea incontra l’eroe in solitudine e gli promette ciò che ha meditato nel suo animo.

Con le sue Arti magiche confezionerà un filtro tramite il quale il corpo di Giasone diverrà infaticabile e sommamente forte, “come se non fosse di un mortale ma di un Dio”.
Egli non dovrà fare altro che spargerlo sul suo corpo e sulle armi, dopo essersi propiziato Ecate con sacrifici notturni. Per un intero giorno sarebbe diventato invulnerabile ai colpi del bronzo ed anche alle fiamme.

Tale filtro si dice avesse nome Prometeion e che fosse preparato con piante nate dal sangue del Titano punito dagli olimpi per aver cercato di rubare il fuoco e farne dono agli umani.
Ma questa, evidentemente è un’altra storia.
Restiamo su Medea che, altrettanto evidentemente, non offre il suo aiuto invano.
Quando Giasone avrà superato la prova e conquistato il Vello, dovrà fuggire portando la maga con sé.

Giasone desideroso di vincere il Vello ma anche affascinato da quella donna così strana che ha di fronte, accetta.

Così si compie il sodalizio della maga e dell’eroe, e grazie ai filtri di lei la prova è superata.

Calice. Medea la Maga

Come quando su una foresta in fiamme le ardenti volute di fumo si svolgono innumerevoli,
e l’una succede all’altra velocemente, alzandosi dal basso verso l’alto con incessante moto circolare,
così quell’essere mostruoso srotolava le spire immani, ricoperte di dure squame.
Ma la ragazza si spinse tra i cerchi in movimento fino agli occhi: invocò con dolci formule il sonno, grandissimo Dio, affinché incantasse il mostro, e a gran voce pregò la Notturna Sovrana Infernale, affinché benevola, le desse la vittoria.

Apollonio Rodio, Le Argonautiche

Il rapporto di Medea con i serpenti, altrimenti detti draghi, è strettissimo.
Più avanti lo vedremo meglio ma dobbiamo tenerlo a mente sin da subito perché è parte di ciò che ci rivela l’identità divina della nostra maga.
Per domare il drago che sorveglia il Vello d’oro Medea getta nei suoi occhi gocce soporifere tramite un ramoscello di ginepro appena colto; un dettaglio di bellezza struggente e di grande sapienza.
Il Vello è conquistato.
Medea fugge con Giasone ed Eeta non può certo arrendersi in tal modo.
Li segue, con la sua nave.
Ma Medea ha portato via con sé Apsirto, suo fratello e successore di Eeta, e per rallentare il padre uccide il fratello, ne fa a pezzi il corpo e li butta una dopo l’altro in mare.

Eeta non può fare a meno di rallentare ogni volta, quasi fermarsi, per tirare su dall’acqua le membra del suo amato figlio.
La nave greca è lontana ormai.
Eeta ha perso. Torna in patria, sconfitto.

Uccidere il proprio fratello.
Un gesto crudele, non trovate?
Terribile come di sicuro volevano sottolinearlo gli autori greci.
Forse lo è stato davvero o forse ce lo raccontano solo loro.
Ciò che è certo è che nella nostra mente inizia a delinearsi una Medea che non solo maneggia sapientemente le erbe e le trasforma, ma che sta dritta come uno stelo sulla soglia tra la vita e la morte, e non solo in quella soglia ci sta nel mezzo, ma non ha paura di oltrepassarla.

Di quella soglia lei conosce i Misteri e quando giunge a Iolco, la patria di Giasone, questo suo tratto ci diviene ancora più evidente.

Il giovane eroe è tornato in patria con il Vello d’oro, ma lo zio Pelia non vuole mantenere la promessa fatta.
La soluzione è solo una e di nuovo è la morte, e di nuovo è nelle mani di Medea.
Prima però la maga vuole indurre Pelia a fidarsi di lei, e per farlo usa Esone, il vecchio padre dell’uomo che ama.
Darà una dimostrazione dei suoi poteri e farà tornare Esone nuovamente giovane.

Prepara un calderone e una pozione.
Con una lunga spada affilata taglia la gola di Esone e mette il suo corpo nel calderone, versa su di lui il filtro magico e l’incanto si compie.
Esone emerge dal paiolo, le membra di nuovo agili, nessuna ruga sul suo volto, ha quarant’anni di meno e sorride.

Ora occorrono i filtri, perché la vita di un vecchio si rinnovi e recuperi la gioventù.” (3)

Come possono ora Pelia e le sue figlie dubitare di lei?
Spinte dalla voce della maga le figlie, come menadi furenti, fanno a pezzi il corpo del padre e lo gettano nel calderone, ma Medea non usa nessuna magia, nessun filtro.
Lascia Pelia nel calderone, morto.

Esone però ha ripreso vita e giovinezza e la prerogativa della rigenerazione è propria della Grande Madre sin dai tempi più remoti, e si è tramandata molto più avanti nella storia rispetto a Medea se pensiamo alla Signora delle Streghe medievale, capace di rimettere insieme le ossa rimettendo carne su di esse e soffiando in loro nuovamente la vita. (4)
Medea è parte di questa lunga tradizione, un anello di questa catena che si dispiega lungo la storia, che inizia come benedizione divina e finisce come segno diabolico.

Grazie a questo potere Giasone ottiene ciò che voleva ma il popolo spaventato scaccia i due amanti, che di nuovo sono costretti a fuggire lontano.
E il seme della paura attecchisce anche nel cuore dell’eroe.

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