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L'Isola delle Mele. Morgana in Vita Merlini
Giovedì, 26 Agosto 2021 - 15:33 - 202 Letture
Antichi manoscritti Vita Merlini, attribuito a Goffredo di Monmouth, è un poema di 1529 versi in esametri latini, databile intorno al 1150, conservato in sette manoscritti: uno con il testo completo, quattro con estratti che assommano a circa metà dell’opera, e due con alcuni frammenti. La presente traduzione è stata condotta sull’unico manoscritto completo: Cotton Vespasian E iv (fol. 112b-138b), pubblicato nell’edizione curata da Edmond Faral, ne La Légende Arthurienne, Études et Documents, Première Partie, Les Plus Anciens Textes, Tome III, Documents, Paris, Champion, 1969, pp. 306-352. I versi tradotti, 908-940, sono alle pp. 334-335.
Sono state consultate, inoltre, tutte le principali versioni in inglese, francese e italiano.

L’ISOLA DELLE MELE
Morgana in Vita Merlini (1150)


L’Isola delle Mele, chiamata anche fortunata,
È così nominata perché da sé sola genera ogni pianta.
Nessun contadino ne ara e ne cura la terra,
Nulla vi si coltiva se non per opera spontanea della natura.
Spontaneamente vi si producono uva e frutta in abbondanza
E spontaneamente crescono i meli dai germi spuntati nelle selve.
La terra genera in abbondanza ogni cosa, non erba soltanto.
Là per cento anni dura la vita o persino per più lungo tempo.
Là rettamente amministrano generosa legge nove sorelle
A coloro i quali giungono dalle nostre regioni alle loro.
Là è prima per prestigio colei ch’è dotta in medicina
E che tutte le sue sorelle supera in sublime avvenenza.
Morgen è il suo nome, e tutto ciò che di tutte le erbe è utile
Ha appreso, si dice, in modo da poter curare i corpi sfibrati.
Conosce anche il modo per mutare la propria forma
E come Dedalo fendere l’aria con ali prodigiose.
Quando vuole è a Brest, oppure a Chartres, oppure a Pavia.
Quando vuole scivola giù nell’aria sino alle nostre sponde.
Si dice che abbia istruito le sorelle nella matematica:
Moronoe, Mazoe, Gliten, Glitonea, Gliton,
Tyronoe, Tithen e, famosissima per la sua cetra, Tithon.
Là, dopo la battaglia di Camlan, afflitto da una ferita,
Trasportammo Arthur, e ci condusse Barinthus,
Cui le stelle del firmamento e il mare erano ben conosciuti.
Là, con lui a pilotare il naviglio, giungemmo insieme al principe,
E come si conveniva Morgen ci ricevette onorevolmente
E nelle sue stanze coricò il re sopra un talamo dorato
E con la mano ne scoprì l’onorevole ferita
E dopo averla lungamente contemplata dichiarò
Che sarebbe guarito se presso di lei avesse soggiornato a lungo
E se dei suoi farmaci avesse desiderato beneficiare.
Così rasserenati, affidammo il sovrano a lei
E al ritorno spiegammo le vele ai venti favorevoli.


Nota:

La prima apparizione letteraria di Morgana – Grande Regina, Fata, Strega, Dèa dai Molti Nomi, sorella di re Arthur – è forse anche l’ultima, perché dopo avere accolto nella propria dimora il fratello mortalmente ferito – oppure, secondo un’altra tradizione, dopo avervelo trasportato con un naviglio fatato, come nei racconti oltremondani dell’antica Irlanda – ella si ritira dal mondo e rimane in un magico aldilà che è l’Isola di Avalon, oppure la Valle senza Ritorno, o altri luoghi ancora.
In questo primo racconto, Vita Merlini, il suo nome è Morgen e regna su un’isola d’oltremare: un’isola meravigliosa, al di là del mondo. È bellissima. Conosce molte arti: medicina, matematica, erboristeria, metamorfosi e volo. Un altro dei racconti antichi in cui è presente suggerisce che lei e le sue sorelle sanno volare in forma di corvo. Forse la metamorfosi le permette di volare persino per le vie del tempo. Ha otto sorelle di cui conosciamo unicamente i nomi, senza conoscerne i significati. Sappiamo semplicemente che sono antichi nomi celtici e che una di loro era celebre come citareda: null’altro.

Eppure negli ultimi tempi si è scritto molto a proposito delle sorelle di Morgana. Si è voluto persino ribattezzarle – insieme a lei e senza alcun fondamento – “Nove Morgen”. Così, ciò che è stato tramandato delle sorelle dell’Isola delle Mele è stato arbitrariamente alterato e mescolato a invenzioni recenti d’ogni genere, affatto prive di radici nelle letterature antiche. Tutte queste invenzioni non dovrebbero essere affatto considerate se si desidera ascoltare i canti e i racconti di coloro che poterono in qualche modo attingere alla poesia arcaica in cui riverberavano gli echi dei canti ispirati dalle manifestazioni spontanee, dunque genuine, di ciò che si può forse chiamare numinoso, o divino, o mito, o meraviglioso – oppure, se si vuole, i canti e i racconti composti da coloro che davvero videro la Signora di Avalon. Oggi questo non è più possibile. Fingere che lo sia è appunto soltanto finzione, illusione, se non menzogna.

***


Traduzione italiana, ricerca e testo a cura di Alessandro Zabini. Nessuna parte di questo testo può essere riprodotta o utilizzata in alcun modo e con alcun mezzo senza il permesso scritto dell'autore e senza citare la fonte.



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