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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

Lusor di Luna
Mercoledì, 27 Gennaio 2021 - 02:00 - 420 Letture
Fiabe Lunari Fiabe Lunari
LUSOR DI LUNA


Non sempre le bianche Dolomiti sono esistite come le conosciamo oggi. Un tempo questi monti non avevano il pallore diafano che li rende celebri, ed anzi apparivano scuri e tetri più di altre montagne delle regioni alpine. Essi pesavano come oscure minacce sull’animo della principessa Lusor di Luna, la figlia del re che governava la popolazione delle valli dolomitiche.

Nelle notti senza luna, la principessa sembrava in preda a un vero terrore, quasi che i monti si piegassero a comprimerle il petto fino a soffocarla. Una stagione felice per Lusor di Luna era invece l’inverno, quando la neve copriva monti e vallate di lucente biancore; ma quando il sole primaverile scioglieva le nevi, ella sprofondava in una dolorosa malinconia.
Era venuta al mondo in circostanze strane, al lume della luna, e fin da bambina stava delle notti intere in contemplazione dell’astro argenteo. Una volta, essendosi addormentata sotto i raggi lunari, aveva sognato un paese nel quale i prati erano cosparsi di fiorellini bianchi, tanto da sembrare coperti da un sottile strato di neve, la terra emanava una luce chiara, soffusa, e le montagne erano lucenti come cristalli. In questo candido reame era emerso il pallido viso di un giovane che la chiamava a sé nella luna, e da quel momento la principessa era preda del desiderio di attraversare il cielo e raggiungere la luna e lo sposo che, da lassù, l’aveva chiamata.
In questa strana attesa la principessa si consumava, ed era divenuta sottile e pallida che sembrava un soffio.
Il re, che aveva quell’unica figlia e che l’amava tanto, anche perché gli ricordava l’amata sposa morta nel darla alla luce, interrogò tutti i medici ed i sapienti del suo regno e dei paesi vicini, ma nessuno seppe dirgli quale fosse la malattia della principessa, e tanto meno come si potesse guarirla. Soltanto una vecchia indovina gli aveva fatto sapere che la medicina adatta si poteva ricavare dai raggi di luna, senza però spiegare come la strana medicina si poteva ottenere, così la vecchia fu ritenuta pazza.
Intanto Lusor di Luna continuava ad illanguidire e non era più che l’ombra di se stessa. Il povero padre disperato fece allora bandire un editto promettendo grandi ricchezze e parte del regno a chi avesse salvato la figlia, ed egli stesso si diede a percorrere in incognito il paese nella speranza di incontrare un medico in grado di curare la malattia della principessa.
In una notte di plenilunio si trovò in una prateria alle falde del Latemar e, stanco del cammino, si buttò a sedere presso un cespuglio di rododendri. Levò gli occhi e, scorgendo proprio sopra di sé la luna che navigava calma nel cielo, gli parve che essa sola fosse la causa della sua disgrazia. Alzò il pugno e si diede ad imprecare ad alta voce, quando ad un tratto si mostrò accanto a lui un omino piccolo piccolo con una corona d’oro in testa, il quale, forse svegliato dalle imprecazioni, si mise a guardarlo curiosamente. Benché così piccino di statura, il suo viso esprimeva nobiltà e fierezza, e nello stesso tempo una certa malcelata angoscia.
Il re, interessato suo malgrado dalla strana apparizione, volle spiegare il motivo del suo accorato rancore contro l’astro della notte, e narrò la sua storia dolorosa.
Il nano ascoltò con la più grande attenzione le parole del re, ma invece di restarne commosso ed esprimere la sua afflizione, parve rallegrarsene al punto che, quando il re ebbe finito, egli non poté trattenere delle grida di gioia.
Il re era confuso, e il nano si affrettò a spiegare:
“Maestà, non meravigliatevi del mio strano contegno. La mia esultanza dipende dalla sicurezza di poter salvare vostra figlia e, con essa, anche tutti i miei sudditi. Poiché dovete sapere che anche io sono re e che il mio popolo, i silvani, fino a qualche tempo fa viveva felice. Un vile tradimento ci diede in mano ai nostri peggiori nemici, i quali ci perseguitarono ferocemente e infine ci costrinsero a fuggire dai nostri paesi in Oriente, in cerca di una terra ospitale. Da tanto tempo siamo in viaggio attraverso i monti e le selve, ma solo oggi credo di aver finalmente trovato il paese che ci ospiterà, accogliendoci come amici. Se voi permetterete a me e ai miei sudditi di abitare nel vostro regno, io farò guarire la principessa”.
Il re, pur felicissimo dell’incontro e della promessa del re nano, non nascose le difficoltà che si opponevano al progetto:
“E come potremmo”, gli chiese, “dividere il territorio abitato dai miei popoli da quello che dovrà appartenere ai silvani?”
Ma il re nano lo rassicurò, osservando che il suo popolo si sarebbe accontentato di abitare in alto, nelle selve, ai piedi delle vette eccelse, nei luoghi ancora disabitati, lasciando libere le valli dove i sudditi del re avevano le loro case e i loro villaggi.
Il re diede allora il suo consenso e il patto venne concluso alla condizione che, entro un mese dalla venuta dei nani, la principessa avrebbe recuperato la salute. E il re silvano promise con solenne giuramento.
Pochi giorni dopo, uno sterminato numero di nani vivaci e industriosi si sparse sulle montagne di tutta la regione, costruendo piccole case ai limiti dei boschi e occupando le grotte naturali dei monti.
E ogni giorno il re, ansioso, diceva al re dei silvani:
“Io ho mantenuto la mia parola, voi quando manterrete la vostra?”
Ma il nano rispondeva di pazientare, perché il momento non era ancora giunto.
Finalmente, un giorno il nano rispose:
“Fra tre giorni, al plenilunio, vostra figlia guarirà”.
E, nella notte del plenilunio, gli uomini delle valli assistettero ad uno spettacolo meraviglioso. Su tutte le innumerevoli cime delle montagne si manifestò come un tremolio di filamenti luminosi che si andavano allungando e moltiplicando in ogni direzione, come se dei ragni stessero tirando i fili di una immensa ragnatela.
“Che cosa succede?”, chiese il re stupefatto.
“Sono i miei sudditi che filano i raggi della luna…”
Tutti erano increduli e continuarono a osservare inquieti quello strano portento. Si vide allora che, dove più tremolavano i fili lucenti, apparivano e sparivano delle palle luminose che aumentavano di volume e sembravano delle stelle calate dal cielo sopra i monti. Queste stelle divennero sempre più grandi e lucenti finché, ad un certo momento, migliaia di sfere luminose si mossero sulle vette e scesero fino alle falde dei monti, come se la grande sfera lunare che scorreva lenta sull’orizzonte si riflettesse in migliaia di specchi.
Comprendendo lo stupore che ammutoliva il re, il nano spiegò:
“I miei sudditi, dopo aver filato i raggi della luna, li avvolgono in gomitoli, e ora ne faranno il tessuto”.
Infatti si cominciava ad osservare il progressivo formarsi di una grande e finissima rete che infittiva sempre più e che tramandava un biancore tenue e lattiginoso tra gli aghi verdi degli alberi.
Dopo poche ore il lucente tessuto era stato dispiegato come un mantello fatato sopra tutte le montagne del regno delle Dolomiti che, anche dopo che la luna fu tramontata, rimasero bianche di un candore lunare.
Il giorno appresso le popolazioni rimasero sbalordite nel vedere che le loro montagne, già oscure e tetre, erano così bianche e brillanti da abbagliare.
Lusor di Luna, a quello spettacolo, rideva colma di gioia. Sembrava che la vita, vicina ad essere spenta, si fosse a un tratto ridestata in lei più vivida e fiorente che mai. Ella volle subito dirigersi verso la montagna più bella e bianca, il Latemar, certa di incontrarvi lo sposo che le era apparso in sogno.
Su invito del re dei nani, un giovane principe che abitava nel luminoso regno lunare scese a far visita a quelle luminose montagne, e non appena mise piede sulle vette avvolte dal bagliore della luna, vide venirgli incontro la bella principessa, che subito lo riconobbe. Anche il principe riconobbe il volto di Lusor di Luna, e quando furono riuniti le dichiarò il suo amore porgendole un mazzo di soffici fiori che, sino a quel momento, erano cresciuti solo sulla luna: le stelle alpine. (1)
Così la principessa Lusor di Luna trovò la sua felicità, e i silvani vissero da allora indisturbati sulle vette delle dolomiti, divenute, per virtù della loro mirabile arte, i monti più belli della terra.

Ecco perché la nostalgia per le Dolomiti è più forte e più sentita di ogni altra nostalgia, tanto che chi le ha viste anche una volta sola, si sente spinto verso di esse, per rivederle ancora, ad ogni costo: questo acuto desiderio si spiega con la forza di attrazione dei raggi lunari di cui le Dolomiti sono rivestite. E la leggenda vuole anche che le stelle alpine siano apparse per la prima volta allora, e che dai monti della principessa Lusor di Luna si siano poi diffuse sulle altre montagne. (2)


***

La leggenda è stata lievemente rinarrata ed è contenuta in Marte Zeni, Leggende delle Dolomiti, pagg. 96-103, dove è pubblicata col titolo originale I tessitori del raggio di luna. È inoltre riproposta in Ulrike Kindl, Le Dolomiti nella Leggenda, pagg. 29-32.

***



Illustrazione The Moon's Daughter, di Sebastian McKinnon

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Note:

1. Nella versione originale dell’autore Marte Zeni, la principessa viene in un certo senso ingannata dai nani, i quali vestono di tessuto lunare uno dei principi suoi pretendenti – un uomo comune che Lusor di Luna non ha mai visto – e lo fanno incontrare con lei ai piedi del Latemar. La principessa lo scambia quindi per il giovane che “la chiamava a sé nella luna”, e con gioia lo accetta come sposo. Questo dettaglio è stato qui rivisitato in quanto, oltre a privare di senso e di compimento il sogno avuto dalla principessa, la fa apparire eccessivamente ingenua e raggirabile, addirittura superficiale, caratteristiche che ad una donna dalle probabili origini oltremondane non si addice affatto.

2. La leggenda narra dell’origine dei cosiddetti monti pallidi, le maestose Dolomiti, note per il biancore della pietra dolomia di cui sono fatte e per loro riverberi notturni sotto i raggi lunari. In questa versione della storia, la principessa Lusor di Luna, il cui nome significa letteralmente luce di luna, soffre per via di una misteriosa malattia che nasce dal suo desiderio di raggiungere la luna, e che guarisce solo quando i nani filano per lei la sua luce argentea, tessendone una tela finissima con la quale avvolgono le montagne.
Diversa e più completa, anche perché largamente ampliata, è la versione di Karl Felix Wolff, pubblicata col titolo I monti pallidi (Cfr. Karl Felix Wolff, I monti pallidi, pagg. 13-27).
Qui, il protagonista è un giovane principe terrestre, che dopo aver sognato il regno della luna e la sua bianca principessa, riesce a raggiungerlo cavalcando una nuvola. Dopo aver trascorso qualche tempo nel castello di alabastro del re della Luna e di sua figlia, il principe è costretto a tornare sulla Terra perché il bagliore lunare è talmente intenso da renderlo quasi cieco. La principessa lo accompagna per amore, ma in breve tempo si ammala di nostalgia a causa della lontananza dalla sua lucente dimora, così il principe, dopo aver incontrato il re dei nani, stringe con lui il medesimo patto. Anche in questo caso i silvani ricoprono le montagne con la sottile rete ricavata dai raggi d’argento, e la principessa della Luna, recuperata la salute e la felicità, rimane a vivere sulla Terra, accanto al principe.
Nella variante qui riportata, la diafana Lusor di Luna è del tutto assimilabile alla principessa della Luna della leggenda similare, e seppur nasca come donna terrestre, apparentemente – ma non del tutto – priva della sua origine ultraterrena, mantiene comunque intatta la sua natura lunare. Nata al lume della luna e animata dalle sue luci e dalle sue ombre, è vincolata ad essa da un legame tanto sottile quanto indissolubile.
Che si tratti, dunque, della principessa della Luna, priva di nome e risiedente nelle chiare terre lunari, o della terrestre Lusor di Luna, che non può vivere senza la luna, in entrambe le versioni della leggenda essa rappresenta la donna lunare e quindi oltremondana, e forse è ciò che rimane di una dea della luna molto più antica, nonché priva di padre, che potrebbe essere stata onorata nel territorio delle Dolomiti, e alla quale è sempre legato il mito d’origine dei monti pallidi.


Bibliografia

Kindl Ulrike, Le Dolomiti nella Leggenda, Editrice Frasnelli-Keitsch Coop. a.r.l., Bolzano, 1993
Wolff Karl Felix, I monti pallidi, Cappelli Editore, Bologna, 1987
Zeni Marte, Leggende delle Dolomiti, Edizioni Generali C.E.S.A., Roma, 1935


Testo e note a cura di Laura Violet Rimola. Nessuna parte di questo testo può essere riprodotta o utilizzata in alcun modo e con alcun mezzo senza il permesso scritto dell'autrice e senza citare la fonte.


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