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Hedera
di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

Le due cugine
Giovedì, 21 Gennaio 2021 - 22:59 - 412 Letture
Fiabe Lunari Fiabe Lunari
LE DUE CUGINE


C’erano una volta due sorelle, che più diverse non potevano essere. Una era ricca e dispotica, l’altra era povera ma di buon cuore. La prima delle due, che era una contessa, aveva una figlia sgraziata e insolente almeno quanto lei, mentre la seconda ne aveva tre, una più bella, gentile e laboriosa dell’altra.

Un giorno, la madre delle tre giovani si ammalò, e dopo qualche tempo morì, lasciando le figlie sole e ancora più misere di prima. Le ragazze, pur lavorando senza posa, non poterono più pagare la pigione, e così si trovarono in mezzo alla strada. Le incontrò un vecchio servitore della contessa, che le aveva viste nascere ed era loro affezionato, e ne fu talmente addolorato che andò subito a dirlo alla sua padrona. Questa, avara e tiranna com’era, non voleva proprio saperne di aiutarle, ma l’uomo tanto fece e tanto insistette che alla fine riuscì a convincerla ad ospitarle. Le tre sorelle vennero quindi mandate a vivere in un buio e polveroso mezzanino, che si affacciava sopra il portone di casa.
La sera, tutte e tre sedevano a filare alla luce di un lampione, per non sprecare l’olio della lampada. Ma alla contessa loro zia sembrava di rimetterci, e fece spegnere il lampione. Così le sorelle dovettero filare al lume della luna.
Una sera, la più piccola decise di restare a filare fino a quando la luna fosse tramontata. Il riverbero argenteo illuminava le sue dita, facendo rilucere il candido filo, e lei ne era come incantata.
Filava e filava, e man mano che la luna calava, la fanciulla, filando, la seguiva. Così, andando e filando, filando e andando, giunse davanti a un’antica dimora dalle mura talmente bianche e lucide che parevano di madreperla. La luna era scomparsa, e la giovane, non sapendo come fare per tornare a casa al buio, bussò alla porta.
La accolsero dodici fate, che prendendola per mano la invitarono a entrare. Erano alte e portavano un lungo abito bianco. I loro capelli erano raccolti sulla testa e una sottile tiara a forma di crescente lunare ornava la loro fronte.
La fata più anziana si avvicinò alla fanciulla, e le chiese: “Come sei arrivata fino a qui, figlia mia?”
E lei raccontò.
Quando ebbe finito, la fata le sorrise e sfiorandole il volto le disse: “Per essere giunta fino a noi, ti faremo un dono. Il mio è che tu possa diventare ancora più bella di come già sei.”
Si avvicinò allora la seconda fata, che le disse: “Quando ti pettinerai, possano cadere dai tuoi capelli perle e diamanti.”
Parlò quindi la terza: “Mentre ti laverai le mani, possano uscirne tanti pesci d’argento.”
E poi la quarta: “Quando parlerai, possano uscire dalla tua bocca rose e gelsomini.”
Fu dunque il turno della quinta fata, che le disse: “Le tue guance possano diventare rosse come delle mele appiole.”
E la sesta aggiunse: “Quando lavorerai, non appena avrai iniziato possa tu avere già finito.”
Le altre sei fate le insegnarono la strada per tornare a casa, e la dodicesima le disse di voltarsi indietro un ultima volta, quando fosse arrivata a mezza via. Quindi la abbracciarono e la lasciarono andare.
La fanciulla si incamminò, e giunta a metà strada si voltò indietro, e divenne splendente come una stella.
Quando arrivò a casa, le sorelle meravigliate le chiesero cosa mai fosse successo. La giovane raccontò tutto, e quando ebbe finito, come prima cosa prese una bacinella piena d’acqua e ci tuffò le mani. Subito ne uscirono due pesciolini dalle scaglie d’argento, che guizzarono come appena pescati. Le sorelle presero quindi a pettinarle i capelli, e per ogni ciocca cadeva ai loro piedi una cascata di perle e diamanti. E più la giovinetta parlava, più la stanza profumava delle rose e dei gelsomini che le uscivano dalla bocca.
Le sorelle raccolsero le perle e i diamanti e li portarono alla contessa, pensando di potersi liberare dalla sua tirannia, ma questa volle prima informarsi di come fosse andata la faccenda. Quindi decise che sarebbe stato opportuno mandare anche la propria figlia, a seguire la luna.
La fece stare seduta fuori tutta la sera, mentre la ragazza, controvoglia, fingeva di filare, e quando la luna cominciò a tramontare, la spinse ad andarle dietro.
La giovane lo fece, lamentandosi tra sé di quanto a lungo fosse costretta a camminare, e infine giunse all’antica dimora dalle mura talmente bianche e lucide che parevano di madreperla.
Bussò alla porta, e le dodici fate le aprirono. Sembrava che la stessero aspettando, ma non vi erano sorrisi sui loro volti.
La fata più anziana le si avvicinò, e guardandola intensamente le chiese: “Come sei arrivata fino a qui, figlia mia?”
La ragazza ripeté le parole che la buona cugina aveva pronunciato riguardo la notte precedente, mentendo alla fata, e questa, col volto accigliato, le disse: “Per la tua bugia e per la tua povertà d’animo, possa tu diventare ancora più brutta di come già sei.”
Quindi parlò la seconda fata: “Quando ti pettinerai, possano cadere dai tuoi capelli tanti serpenti.”
E la terza: “Mentre ti laverai le mani, possano uscire tanti ramarri.”
La quarta fata aggiunse: “Quando parlerai, possa schizzarti fuori dalla bocca tanto sudiciume.”
Le altre fate non aggiunsero altro, e senza insegnarle la strada del ritorno, la mandarono via.
Immersa in un’oscurità fitta e impietosa, la ragazza impiegò diverse ore prima di riuscire a tornare a casa, e quando infine lo fece era già giorno inoltrato.
La contessa la attendeva impaziente, ma non appena la vide rientrare, più brutta e sgraziata di prima, poco ci mancò che non le venisse un colpo. Le fece raccontare tutto, ma la puzza che usciva dalla sua bocca la tramortiva, e non appena la ragazza tentò di districare i capelli annodati e di lavare le mani sporche, la casa si riempì di serpenti e ramarri.
Da quel giorno la vita della contessa e di sua figlia divenne misera e disgraziata, e le due donne diventarono ancora più meschine di prima, ma nulla poterono contro la sventura che avevano causato con le proprie stesse mani.
Il destino della buona cugina, invece, fu toccato dalla fortuna, e la giovane, crescendo sempre più bella, rese ogni giorno più ricche e felici anche le sue sorelle.
La luce che emetteva le illuminò la strada, e forse incontrò ancora le dodici fate vestite di bianco, nelle lunghe sere passate a filare, seguendo il lento calar della luna.

***



***


Nota:

La storia è stata ispirata dalla prima parte della fiaba ragusana Li dui Soru, raccontata da Giuseppe Pitrè nella sua raccolta Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, e ripresa in seguito da Italo Calvino nelle sue Fiabe Italiane.
Nella versione originale, la più giovane delle tre sorelle, seguendo la luna per poter filare alla sua luce, giunge in un vecchio convento, dove dodici frati la accolgono e sei di loro le offrono i doni qui riportati fedelmente. Dopo che la cugina, figlia di una tirannica marchesa, ottiene la sua maledizione, la storia prosegue con l’incontro fra la bella giovane e il Re, che desidera sposarla, e con il malvagio inganno della marchesa. Questa sostituisce infatti la fanciulla con la propria figlia, dopo averle cavato gli occhi e averla relegata in una angusta grotta. Ma la giovane, aiutata da un vecchierello, riesce infine a riavere i suoi occhi e a farsi riconoscere dal Re, che convola con lei a nozze, mentre le due malvagie donne vengono punite per i loro inganni: saranno bollite in un calderone.
La prima parte della fiaba riprende il motivo della ragazza buona e di quella cattiva – The Kind and the Unkind Girls (AT-480) secondo la classificazione di Aarne-Thompson – tema rappresentato dalla più nota fiaba tedesca Frau Holle e dalle sue innumerevoli varianti, nelle quali doni e sventure sono sovente elargiti da una Fata. La seconda parte, invece, è costruita sul motivo de La sposa bianca e quella neraThe Black and the White Bride (AT-403-A) – che comprende un allontanamento dei due sposi a causa di un inganno, ovvero la sostituzione della vera sposa con la falsa, e il loro riavvicinamento dopo aver superato alcune prove. Spesso in queste fiabe è presente il ferimento e la menomazione della vera sposa, che deve recuperare gli occhi e riacquistare la vista dopo un periodo di cecità – motivo che potrebbe simboleggiare il raggiungimento di una ulteriore fase iniziatica che permette di vedere e riconoscere la verità.

La fiaba qui rinarrata, pur riprendendo la struttura originale, sostituisce le figure maschili cristianizzate dei frati con quelle più antiche e autentiche delle Fatae, che simili alle dame bianche delle leggende popolari, sono legate alla filatura, determinano il destino delle loro protette, elargendo a ciascuna ciò che realmente merita, e spesso fanno parte della dimensione notturna e lunare.
Proprio per mantenere centrale il tema della filatura, del percorso iniziatico guidato dalla luna, e quindi del fatidico incontro con le Fatae, si è scelto di tralasciare la seconda parte del racconto.


Bibliografia

Calvino Italo, Fiabe Italiane, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2002
Grimm Jacob e Wilhelm, Le fiabe del focolare, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2005
Pitrè Giuseppe, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Vol. II, Luigi Pedone Lauriel Editore, Palermo, 1875


Racconto e nota di Laura Violet Rimola. Nessuna parte di questo testo può essere riprodotta o utilizzata in alcun modo e con alcun mezzo senza il permesso scritto dell'autrice.


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