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Il Tempio della Ninfa

Di Streghe, Rocce e Tempesta
Mercoledì, 21 Ottobre 2020 - 17:54 - 531 Letture
Tradizioni DI STREGHE, ROCCE E TEMPESTA
Leggende della Val d’Ossola

Streckala, Brennala e i Mucchi delle Streghe


Un tempo, sulle nostre montagne, certi eventi e segni naturali, in particolare quelli più grandiosi, benefici o distruttivi, erano attribuiti all’intervento di divinità ed entità ultraterrene. Fino a tempi recenti, erano soprattutto le streghe a creare le condizioni atmosferiche e terrestri più devastanti, e il loro lugubre profilo poteva essere intravisto sulle vette o fra le rocce, quando il lampeggiare dei fulmini le illuminava di una fredda e subitanea luce, o il momentaneo diradarsi della foschia le lasciava apparire, per poi nasconderle nuovamente.

Questi spiriti inquieti, ostili e spesso vendicativi si scatenavano durante tempeste e nubifragi, “sfasciando ponti, cagionando frane e slavine, seppellendo e devastando villaggi, chiese e case, rotolandovi sopra dall’alto immensi macigni” (1). Il loro intervento poteva addirittura creare avvallamenti o rialzi laddove il terreno era pianeggiante, arrivando quindi a mutare l’aspetto del paesaggio.
In Val d’Ossola, ai piedi del Monte Rosa, si diceva che a provocare maggior devastazione fossero due streghe inseparabili chiamate Streckala, o Streccala, ovvero “colei che tira” – trascinando rocce e terra per provocare le slavine – e Brennala, o Bregnala, la strega che spinge, seppur il suo nome significhi “colei che brucia”, o “l’incendiaria”.
Il 20 settembre del 1640, a Macugnaga, si scatenò il più grande diluvio di cui si abbia memoria, e dopo giorni e giorni di pioggia torrenziale l’enorme ghiacciaio che si trovava sotto al Monte Moro si staccò e si riversò giù dalla montagna, ingrossando il torrente Tambach a tal punto da farlo esondare violentemente, e rovesciando sui pascoli tra Staffa e Pecetto una tale quantità di pietrame da formare un rilievo. L’antica chiesetta rialzata di Santa Maria venne riempita di ghiaia, tanto che se prima bisognava salire dei gradini per entrarvi, in seguito alla valanga si dovette scenderli. Eppure non crollò, al contrario, rimase intatta.
Secondo una leggenda locale, in quell’occasione vennero viste le due streghe Streckala e Brennala sul fianco del monte mentre si davano un gran da fare per seppellire la chiesa:
Streckala davanti tirava la frana con tutte le forze, mentre Brennala dietro spingeva con altrettanto vigore” (2), e quella che stava dietro urlava “Streckala, zir!” – “Streckala, tira!” – mentre l’altra la incitava “Brennala, stoass!” – “Brennala, spingi!” – finché a un tratto Streckala si fermò di colpo, e quando Brennala la rimproverò aspramente per quel brusco arresto, lei le rispose: “Ich chann nim’meh witer. Da schtait di Grosseun di Braite vor mich!” – “Non posso più proseguire. La Grande e la Maestosa mi sta di fronte!”.
Era comparsa davanti a lei la Madonna, patrona di Macugnaga, che fermando il corso della frana salvò la chiesetta e il piano sottostante. (3)

Secondo alcune varianti di questa leggenda, le due streghe non operavano da sole, ma erano incaricate e incitate dal diavolo, che le mandava a seppellire villaggi, distruggere chiese e portare rovina laddove gli faceva più comodo. Si dice che all’inizio del XVIII secolo, non appena venne portata a termine la costruzione della “Chiesa Nuova” di Macugnaga, il diavolo ne fu oltremodo indispettito, così diede alle due streghe il compito di demolirla scagliando sopra di essa un enorme masso che giaceva nel greto del Tambach. Le streghe tirarono e spinsero, e a gran fatica riuscirono a sollevare la pietra, trascinandola fino ai prati vicini alla chiesa, ma ad un certo punto le forze mancarono loro e non poterono più proseguire, così il masso rimase immobile a Meser, dove lo si può vedere ancora oggi, parzialmente incorporato nelle fondamenta della casa del pittore Aldo Mazza. (4)
Il più delle volte, tuttavia, la figura del diavolo era assente, e le due streghe provocavano crolli, smottamenti e ogni genere di malefatte per proprio diletto:
(…) al calar delle prime nevi scendevano dalle alte vette ove tutta l’estate si erano trastullate con valanghe e slavine negli ampi canaloni.
Incominciava la loro scorribanda per valli e paesi; raccoglievano sui precipizi le nevi, le amalgamavano e poi giù. Una spingeva la valanga e l’altra la tirava (…)
”, allora gli alpigiani inquieti, “guardando verso l’alto ad ogni rombo di slavina, dicevano: “Streccala tsich und Bregnala stuoss [Streccala tira e Bregnala spinge]” (5). Ed erano talmente tanti gli sforzi e la fatica che le due streghe facevano, che alla fine, stremate, sbuffavano e soffiavano, provocando il violento spostamento d’aria che accompagna le valanghe, e che non a caso prende il nome di ul buff, ovvero il soffio, o lo sbuffo. (6)

Sull’Alpe di Birchen, nell’avvallamento dove passano le frane, si trova un enorme masso roccioso chiamato ancora oggi il Sasso della Strega. Questo macigno mostra proprio nel mezzo un incavo profondo che richiama la forma di una testa, e si dice che questa conca venne provocata da una strega che, trasportando il macigno sul proprio capo come fosse una fascina di fieno, con l’intenzione di gettarlo sulla chiesa del Sempione e demolirla, ne scavò l’impronta. Incitata da voci provenienti dalle montagne, che le ripetevano “Avanti, avanti, portalo ancora più avanti!”, la strega procedeva, ma giunta vicino al paese la pietra divenne troppo pesante e lei dovette desistere e gettarla a terra. Così rispose: “Non posso, oggi è il mercoledì delle Ceneri, in questo paese digiunano tutti, anche i bambini nelle culle e per questo il masso è diventato troppo pesante e non ho più la forza di portarlo. La penitenza degli alpigiani è tanto grande che mi annienta.” (7)
La leggenda è chiaramente assimilabile a quelle di Streckala e Brennala, sebbene in questo caso la strega delle rocce sia una sola.

Un altro racconto popolare simile ai precedenti vede di nuovo le due streghe – stavolta prive di nome – in procinto di distruggere il paese di Morasco (8). Adirate con i suoi abitanti, si erano messe all’opera per seppellirlo sotto a due grandi mucchi di sassi, e quando la strega davanti tirava e tirava, quella dietro spingeva e spingeva. Mancava poco perché i massi precipitassero giù, quando dalla chiesetta sottostante uscì il gatto di Sant’Anna, che corse attorno all’oratorio per tre volte. Allora la strega che tirava urlò all’altra: “Il gatto di Sant’Anna gira attorno alla chiesa. È inutile continuare. Non abbiamo più la forza.” E dovettero rinunciare al loro proposito.
Sant’Anna, che all’interno della chiesa è raffigurata insieme a un gatto, aveva protetto il paese.
Quanto ai mucchi di sassi di cui parla il racconto, si tratta in realtà due grandi morene di un ghiacciaio ormai scomparso, che sporgono dalla ripida parete della montagna e sembra debbano cadere da un momento all’altro.
Questo tipo di ammassi di pietre che costellano le montagne, così come quelli che si creano con lo spietramento dei pascoli, vengono chiamati ancora oggi i mucchi delle streghe. (9)


La Donna della Cascata

Fra le montagne ossolane si tramanda la leggenda di una donna misteriosa che apparirebbe nelle vicinanze della cascata della Pissa, in Val Quarazza. Una testimonianza diretta venne riportata da un pastore che una mattina, prima del sorgere del sole, recandosi verso l’alpe Piana dove teneva il proprio gregge vide una donna che saliva verso la cascata camminando con passo veloce, “troppo veloce per essere naturale”. La donna indossava una lunga gonna nera e una camicetta bianca, “sulla quale ondeggiavano i capelli fluenti”, e si diresse fino al limite dello strapiombo. Qui, “si fermò un istante, spiegò un velo nero che aveva con sé e si coprì la testa e le spalle, così che la figura rimase tutta nera, poi disparve sotto l’acqua.” (10)
Il pastore rimase sbigottito, e temendo il peggio corse alla cascata per guardare cosa ne fosse stato della donna, ma di lei non vi era traccia. Chiese ad altri pastori non lontani da lui, ma nessuno di loro l’aveva vista, e allora capì che aveva assistito a una apparizione ultraterrena, ovvero al manifestarsi di una di quelle scene che le povere anime dannate sono costrette a ripetere, rivivendo lo stesso momento innumerevoli volte, fino ad aver espiato le proprie colpe. (11)




Un’altra testimonianza proviene da una vecchia guida di Macugnaga, che una domenica mattina, di ritorno dalla chiesa, decise di salire agli alpeggi di Prelobia per controllare che la catasta di legno che aveva preparato giorni prima fosse ancora intatta. Quando raggiunse le rocce di Piode della Croce, proprio accanto alla Pissa, si fermò per fumare un sigaro, scrutando il profilo delle montagne innevate e il frangersi delle acque spumose, e guardando verso la valle gli parve di scorgere una donna che saliva verso la cascata. Osservandola provò un brivido di inquietudine, perché il suo passo sembrava troppo veloce per essere normale.
Poco distanti dalla donna, tre escursionisti stavano percorrendo il sentiero nella stessa direzione, ma nessuno di loro parve accorgersi di lei.
L’uomo ricorda: “Posso vedere il suo volto giovanile e bello, i capelli ben raccolti e pettinati, una camicetta bianca, la veste nera. Ed ecco che si avvicina sempre più, si sofferma un attimo con lo sguardo alla cascata, quasi incerta. Poi si mette sulle spalle e sul capo un velo nero, si volge verso valle, compie un ampio gesto con le braccia e si getta al fiume incassato fra le rocce.” (12)
La guida scese di corsa a controllare lungo le sponde del corso d’acqua, temendo che fosse avvenuta una tragedia, ma la donna era sparita. Tornando verso il dirupo della cascata ritrovò i tre escursionisti, e ponendo loro domande precise sulla donna, venne a sapere che nessuno di loro l’aveva vista. Si rese allora conto che anche lui, come altri prima di lui, aveva assistito all’apparizione della cosiddetta Dannata della Pissa, e riportò accuratamente il suo racconto perché venisse ricordato. (13)
In altre occasioni, un’inquietante donna nuda veniva vista comparire dentro la cascata, appesa per i capelli – o “per le trecce” – fra le acque scroscianti, oppure, come riportato oralmente da una anziana abitante di Macugnaga, appesa per i piedi, a testa in giù, con i lunghi capelli sciolti “che l’acqua continuava a scuotere” (14). La dannata era sempre di schiena, con il volto rivolto verso la roccia, ed era importante che apparisse proprio in questo modo, perché si diceva che quando riusciva a voltarsi con il viso verso la valle, si sarebbero scatenate tempeste e alluvioni tali che fiumi e torrenti si sarebbero ingrossati, e paesi, pascoli e campi coltivati sarebbero stati devastati dalla furia dell’acqua. (15)
Ancora in tempi recenti si usava mettere in guardia chi voleva recarsi alla Pissa, dicendo: “Non andare lì, o vedrai Schreiuwibi – la donna della cascata.” (16)


La Sciura dal Cagnin Ross e la Pita di Tugliaga

Sotto un grande cumulo di massi ammucchiati uno sopra l’altro che si trova all’alpe Pogalti di Ornavasso, ai margini della valle che scende ripida dalla cappella del Buon Pastore, si nasconde una caverna oscura nella quale nessuno si arrischia a entrare. In questo antro gelido e isolato si credeva vivesse una presenza femminile inquieta, relegata fra quelle pietre per scontare una grave pena commessa in vita. “All’alba e al tramonto ne esce, vestita elegantemente, e passeggia accompagnata da un cagnolino dal pelo rosso”, e per questo era soprannominata la Sciura dal Cagnin Ross.
Vi era tuttavia chi la descriveva in modo completamente diverso, ovvero “vecchia e brutta, vestita di stracci, con lo sguardo cattivo”. In questi casi era chiamata la Strega del Pogalti, o la Dona del Pogalti. (17)
Non lontano dal suo rifugio, su una roccia che sporge vicino al torrente, sono impresse alcune piccole cavità di origine naturale che si dice siano le impronte dei suoi piedini femminili e delle quattro zampe del cagnolino rosso. Questo tipo di tracce a forma di piede (18), come anche quelle a forma di mano, di zampa, o di altre parti riferibili a un corpo umano o animale, sono molto diffuse lungo tutto l’arco alpino, e sono percepite come simboli “di presenza, intesa come presenza di qualcuno, di qualche divinità; di possesso, inteso come proprietà (…); di passaggio, inteso come segnavia oppure come simbolo di momento iniziatico”. (19)
Per questo, le pietre che recavano incisi questi segni erano un tempo considerate sacre e venivano guardate con rispetto e venerazione, mentre in epoca cristiana iniziarono ad essere temute, e i luoghi in cui si trovavano, accuratamente evitati.
La stessa Sciura dal Cagnin Ross è possibile che fosse una reminiscenza di una primitiva divinità della montagna e delle pietre; una divinità così potente da imprimere le proprie orme sulla roccia, rimanendo viva nella memoria degli alpigiani per secoli.

Molto simile, tanto da essere quasi sovrapponibile, alla figura della Sciura dal Cagnin Ross è quella della Pita di Tugliaga, nota nella zona di Varzo. In questo caso, però, una realtà ben più tangibile si è unita alla leggenda, e ad una povera vecchia storpia, vissuta probabilmente tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, sono state attribuite connotazioni magiche e sovrannaturali.
La Pita era una donna che viveva sola al margine del paese, lontana da tutti. Sembrava provenire da un tempo passato, non aveva luce né acqua, se non quella piovana che, gocciolando dal tetto, raccoglieva in una profonda cisterna – come era in uso fra i montanari degli alpeggi. Era deforme, gobba, camminava a fatica reggendosi a delle grucce di legno, portava vecchi abiti della tradizione locale e viveva solo grazie al latte prodotto dalla unica sua mucca, che lasciava razzolare in libertà.
Il suo vero nome era sconosciuto, nessuno sapeva cosa significasse il suo soprannome, e lei stessa parlava una lingua tutta sua, forse una forma più antica o una deformazione del dialetto varzese.
Unica sua compagnia, era un cane selvatico dal pelo rosso, talmente rosso da sembrare “una vera carota su quattro zampe”.
Il cane lasciava spesso il rudere dove viveva con la sua padrona e scorrazzava libero, “solitario e inafferrabile” per i sentieri di montagna. Le genti del posto però lo guardavano con sospetto e lo consideravano un essere proveniente dal mondo degli spiriti, o addirittura dall’inferno, e col tempo gli attribuirono eventi sfortunati, malattie, disgrazie e morti. Sostenevano che quando “si incontrava quello strano animale si era sicuri che una disgrazia stava per accadere: la vacca si ammalava, il figlio cadeva e si feriva, l’acqua della cisterna si esauriva.
Inoltre si diceva che il cane era stato visto nello stesso momento in luoghi diversi e lontani fra loro, pertanto doveva necessariamente essere dannato, una bestia del diavolo.
Di conseguenza, la Pita di Tugliaga cominciò ad essere definita una stria, una strega, ma non venne mai temuta né trattata con cattiveria; al contrario, suscitava pietà per la sua miseria e per le sue dolorose condizioni fisiche.
Un giorno, un cacciatore di passaggio a Tugliaga entrò nella sua casa per vedere come stesse, e la trovò stesa sul suo pagliericcio. Era morta e mummificata.
Anche il cane era morto, i suoi resti erano accanto a lei, ma “ne trovarono solo la pelle d’un rosso brillante come se fosse ancora vivo, le ossa erano sparite.
La leggenda dello strano cane rosso rimase impressa nella tradizione locale, anche più di quella della Pita, e si racconta che apparve ancora dopo la sua morte, in luoghi e tempi diversi. La sua presenza è ricordata soprattutto all’alpe Devero, dove incontrarlo era considerato un segno di malaugurio. (20)

***

Attraverso questi racconti di alta montagna si accede a una dimensione nella quale il tempo sembra essersi fermato, e quel velo che separa il visibile dall’invisibile permane sottile e oltrepassabile in ogni momento.
Testimonianze e leggende si confondono fra loro, convivono, e insieme preservano il ricordo di quei tempi in cui numerose entità sottili, benefiche oppure distruttive, eppur sempre naturali, abitavano le nostre alpi, e potevano essere non solo percepite dagli alpigiani, abituati a leggere i segni invisibili e ad interpretarli, ma addirittura viste, sentite, forse persino toccate.
Erano le sembianze che assumeva la natura, in tutte le sue accezioni, agli occhi di chi vi abitava a stretto contatto, e che anche davanti alla sua furia devastatrice non smetteva di rispettarla, di ascoltarla, di parlarle e di assecondarne gli umori, riconoscendola come espressione divina e sentendosi in ogni momento parte di essa.

***


I Luoghi delle Leggende

Macugnaga - Borca




La Cascata della Pissa
Fotografia di In Montagna




Alpeggi di Varzo e Val Divedro
Fotografia di Macinatori di Miglia




***


Note:

1. Cfr. Aristide Baragiola, Folklore di Val Formazza, pag. 11.
2. Cfr. Renzo Mortarotti, I Walser nella Val d’Ossola, pag. 356.
3. Cfr. Paolo Crosa Lenz, Leggende delle Alpi, pag. 172 e Renzo Mortarotti, I Walser nella Val d’Ossola, pag. 356.
4. Cfr. Teresio Valsesia e Giuseppe Burgener, Macugnaga e il Monte Rosa, pag. 38
5. Ibidem, pag. 36.
6. Ibidem; e Paolo Crosa Lenz, op. cit., pag. 172.
7. Cfr. Isolina Trabattoni, Ombre del Passato, pag. 100.
8. Il piccolo paese di Morasco si trovava in Valle Formazza ed era formato da una ventina di casette di pietra, abitate soltanto nella stagione estiva. Col tempo venne poco a poco abbandonato, e intorno al 1930 venne costruita una diga che, formando un lago, lo sommerse completamente. Al suo posto oggi si trova il Lago di Morasco, ma nelle belle giornate d’estate, quando l’acqua è immobile e trasparente, può succedere di intravedere nei fondali azzurri ciò che resta dell’antico villaggio.
9. Cfr. Novarien, Volume 9, pagg. 314-315; Renzo Mortarotti, op. cit., pag. 377; e Aristide Baragiola, op. cit., pag. 189.
In Val Formazza si racconta una storia simile, ma il faticoso spostamento di pietre non è operato dalle streghe, ma dalle fate. Incollerite con gli abitanti di Saint Luc, queste decidono un giorno di demolire l’intero villaggio. Così staccano un enorme macigno dalle vette di Bella Tola, lo trasportano sulla schiena e lo ripongono pesantemente a terra nei pressi del paese, con l’intenzione di rotolarlo sopra di esso durante la notte. Ma quando riprendono a spingerlo, si rendono conto che non hanno più le forze, e nonostante i tentativi, il masso non si muove più. A ricordo della loro opera distruttiva, sono rimaste impresse nella pietra le impronte dei loro piedi, e il macigno prese il nome di Pierre des Sauvages, ovvero Pietra dei Selvaggi, o meglio, delle Selvagge. (Cfr. Aristide Baragiola, op. cit., pag. 38)
10. Cfr. Renzo Mortarotti, op. cit., pagg. 356-357.
11. Idibem. Secondo la tradizione ossolana di alta montagna gli spiriti dei dannati scontavano le proprie pene fra le rocce dei monti, in luoghi spogli, rudi e inospitali, ma soprattutto sui ghiacciai del Monte Rosa, considerato un luogo di espiazione e purificazione “nel quale i crepacci emettono gemiti e lamenti”. (Cfr. Paolo Crosa Lenz, op. cit., pag. 253)
12. Cfr. Teresio Valsesia e Giuseppe Burgener, op. cit., pag. 41.
13. Ibidem
14. Da un racconto orale di Genoveffa Corsi (Macugnaga, 1916) raccolto il 9 luglio 1981, in Paolo Crosa Lenz, op. cit., pag. 274. Vedi anche pag. 267.
15. Cfr. Renzo Mortarotti, op. cit., pag. 357 e Teresio Valsesia e Giuseppe Burgener, op. cit., pag. 41.
16. Cfr. Paolo Crosa Lenz, op. cit., pag. 274.
17. Da un racconto orale di Silvia Saglio (Ornavasso 1928), raccolto il 24 gennaio 1979, in Paolo Crosa Lenz, op. cit., pag. 276-277.
18. Cfr. Paolo Crosa Lenz, op. cit., pag. 277. Questo tipo di segni che richiamano la forma del piede umano sono definiti piediformi e sono presenti solo come incisioni picchiettate o graffite, mai dipinte. (Cfr. Fabio Copiatti e Alberto De Giuli, Oltre il Segno. Tradizioni popolari e rocce incise, pag. 12)
19. A. Priuli, Incisioni rupestri nelle Alpi, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1983, scheda n. 7
20. Cfr. Isolina Trabattoni, op. cit., pagg. 46-48. Così racconta della Pita di Tugliaga il Dottor E. Dresco, che l’aveva conosciuta: “Quando la conobbi ero ancora bambino e mi rimane il ricordo di una povera vecchia curva, malamente acconciata nel costume locale delle nostre valli, più esattamente della nostra “Val d’Ver” che si inoltra con la strada Napoleonica in gole sempre più strette fino al colle del Sempione.
La gente di Varzo non aveva paura della Pita ma la considerava come un rudere del passato, tutt’al più aveva una certa pietà per questa vecchia deforme, senza risorse, che viveva in condizioni precarie fuori del tempo.
Questo suo modo di vivere selvaggio dava adito a molte dicerie che si andavano bisbigliando.
” (Cfr. Isolina Trabattoni, op. cit., pag. 46)


Bibliografia

Antiglio Sara, La montagna dei Twergi, Gruppo Alpini Ornavasso, Ornavasso, 1989
Baragiola Aristide, Folklore di Val Formazza, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 1981
Copiatti Fabio e De Giuli Alberto, Oltre il Segno. Tradizioni popolari e rocce incise
Crosa Lenz Paolo, Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012
Mortarotti Renzo, I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979
Novarien, Volume 9, Associazione di Storia Ecclesiale Novarese, Novara, 1978
Priuli Ausilio, Incisioni rupestri nelle Alpi, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1983
Trabattoni Isolina, Ombre del Passato. Leggende del Sempione e della Valle d’Ossola, Industria Grafica Ossolane, Preglia di Crevoladossola, 1971
Valsesia Teresio e Giuseppe Burgener, Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968

Illustrazione: “The Sailor’s Wife” di Serena Malyon

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