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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

Le Filatrici della Val di Vizze
Martedì, 28 Luglio 2020 - 16:48 - 587 Letture
Luoghi “Dopo Saletto la strada della valle di Vizze costeggia il Rio passandolo e ripassandolo. Gli occhi gioiscono del verde cupo dei prati disseminati di fienili; i fitti boschi di Fossa, di Trens e di Transacqua coprono oscuri i fianchi delle montagne; sopra le case di Caminata che sta su di un balcone come in vedetta si erge la massiccia Cima di Vallaccia ed è un bello spettacolo. Di gran lunga più possente ed imponente è però il Gran Pilastro dalla lucente calotta ghiacciata, con certi scivoli nevosi che danno le vertigini, con seraccate verdognole instabili e tormentate.

C’è chi agli alpeggi idilliaci preferisce questi paesaggi rudi ridotti alle forme essenziali, ritrovando nella nudità scheletrica di rocce e ghiaccio un senso di primordiale; altri no.
A chi percorre i prati e sosta nelle vallette umide, sulle sponde paludose dei laghetti e delle polle dove i pennacchi bianchi ondeggiano al minimo soffio, capita di vedere delle fanciulle sedute a filare. Non parlano tra di loro né cantano. Se muovono gli occhi od il capo per guardare lo specchio che si increspa o per osservare la montagna od il cielo, lo fanno con un’assente compostezza, come se il pensiero fosse costantemente altrove e quello che intorno capita non le interessi. Non c’è nostalgia in loro e neppure rimpianto, non attendono nulla. Taciturne filano la lana né mai si stancano.
Le mandrie non bevono né s’avvicinano dove stanno le fanciulle silenti; nessun animale selvatico osa disturbarle. Sono le vergini che la Dea coronata di gemme ha rapito non appena la morte le ha toccate.
La Dea coronata di gemme ama le vette nude e le creste bianche che si distaccano violente dal cielo. Ivi ha la sua dimora dalla quale scende con un seguito di fate, nei boschi si aggiungono le streghe ed allora corre per le vallate dispensando agli uomini la gioia o la mestizia, l’abbondanza o la carestia, il bello od il brutto tempo.
Le vergini intorno alle paludi non guardano il suo corteo; il bello od il brutto tempo, l’abbondanza o la carestia, la gioia o la mestizia non le interessano. Filano senza sosta finché il crepuscolo, assorbendo i colori, le cancella, e quando l’alba ridà i colori ricompaiono uscendo dal grigiore della notte, e filano ancora.”

***

La leggenda è liberamente tratta da Aurelio Garobbio, Montagne e valli incantate, Cappelli Editore, Rocca San Casciano, 1963, pagg. 175-176.

***


Nota al testo:

La Val di Vizze si trova in provincia di Bolzano, non lontano da Vipiteno. Confina direttamente con l’Austria, e si inoltra verso le Alpi dello Zillertal, la cui vetta più alta è il famoso Gran Pilastro. Comprende alcuni paesi sparsi su distese di prati verdissimi e, salendo verso le vette, si incontrano i suoi piccoli e gelidi laghi. Più a valle, invece, si trovano alcuni laghetti paludosi, o torbiere, attorniati da giunchi e abitati da una grande varietà di uccelli acquatici. È possibile che sia proprio in questa zona umida che si dice comparissero le filatrici silenti di cui narra la leggenda.
Appare curioso che seguendo il Rio di Vizze, che nasce dal Gran Pilastro e passa attraverso il Lago di Novale, raggiungendo in pochi chilometri il fiume Isarco, a Vipiteno, si incontri appena fuori il centro storico della città la chiesa parrocchiale, dedicata a Nostra Signora della Palude.
La chiesa venne infatti costruita nel 1600 su un terreno paludoso, e potrebbe avvalorare l’ipotesi della presenza in Val di Vizze e Valle d’Isarco di una sorta di culto delle paludi e delle entità femminili che apparivano lungo i loro margini erbosi.

***


I Luoghi della Leggenda

La Val di Vizze
Fotografia di proprietà di Giuseppe



Uno dei laghi della Val di Vizze





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