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Ananke, la Forza della Necessità
Lunedì, 20 Aprile 2020 - 17:12 - 1658 Letture
Archetipi In alto mi sono elevato, grazie alle arti delle Muse, e sebbene abbia carpito molte conoscenze non ho mai trovato nulla di più forte di Ananke.
Euripide, Alcesti

Nella mitologia greca antica esiste una divinità femminile, considerata tra le più potenti del cosmo, che incarnava il concetto astratto di necessità, quella forza inarrestabile che provoca accadimenti verso cui non è possibile opposizione né limitazione. Il suo nome è Ananke, colei che è necessaria.



Narra la cosmogonia orfica che in principio vi era Thetis, la Creazione, per sua natura indescrivibile in quanto entità ineffabile. Thetis plasmò da se stessa il fango primigenio, che solidificandosi divenne Gea, la florida Madre Terra, e l’acqua primigenia, che divenne il dio fluviale Hydros. Subito dopo si generò la potente Ananke, pura energia di compulsione, e insieme a lei Chronos, il tempo. Le due entità divine erano unite fra loro in forma di serpente, e le loro estremità si estesero come lunghissime braccia in tutto l’universo, arrivando a toccarne i confini. Da questo abbraccio universale ebbero origine il mondo conosciuto e tutte le sue creature. (1)
Un altro mito orfico vuole che in principio il mondo avesse la forma di un uovo, e che Ananke, l’Inevitabilità, e Chronos, il Tempo, in forma di vento serpentiforme lo avessero avvolto fra le loro spire, stringendolo poco a poco come una cintura e dividendolo così in due emisferi, nei quali gli atomi si spartirono secondo la propria natura e diedero forma al regno dell’aria leggera e impalpabile, e a quello della terra solida, umida e feconda. (2)
In entrambe le cosmogonie la natura di Ananke è quella dell’invisibile energia agente che compone le sostanze della creazione e le dispone secondo la loro natura, ovvero secondo necessità. Al di là del suo aspetto di vento serpentino, Ananke non ha una forma vera e propria, poiché è la stessa energia che abita e muove tutte le forme e le ordina secondo leggi imperscrutabili e perfette.
La disposizione di tutte le cose e la spinta al verificarsi di certi accadimenti inevitabili richiamano la sfera del destino, e secondo la filosofia greca è Ananke stessa a governarlo, insieme alle sue tre figlie – o sorelle – filatrici, le Moire. Platone descrive dettagliatamente il suo immenso fuso ultraterreno, al quale giungevano le anime dei trapassati fra una incarnazione e l’altra, e dice che era sospeso alle estremità di “una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma più intensa e più pura”, e che da esso dipendeva il perenne ruotare di tutte le sfere.
Il suo fusto e l’uncino erano di diamante, il fusaiolo una mescolanza di diamante e di altre materie.
(…) Il fuso si volgeva sulle ginocchia di Ananke. Sull’alto di ciascuno dei suoi [otto] cerchi stava una Sirena che, trascinata in quel movimento circolare, emetteva un’unica nota su un unico tono, e tutte e otto le note creavano un’unica armonia.
Altre tre donne sedevano in cerchio a eguali distanze, ciascuna seduta su un trono: erano le figlie di Ananke, le Moire, vestite di abiti bianchi e con serti sul capo, Lachesi, Cloto, Atropo. E cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Cloto a intervalli toccava con la mano destra il fuso e ne accompagnava il giro esterno, così come faceva Atropo con la sinistra per i giri interni; e Lachesi con l’una e con l’altra mano toccava ora i giri interni ora quello esterno.
” (3)
Raggiunto il grande e luminoso fuso di Ananke, i defunti ascoltavano le parole di Lachesi, che li invitava a scegliere una nuova vita nella quale rinascere:
Parole della vergine Lachesi, figlia di Ananke, anime dall’effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova morte. Non vi otterrà in sorte un demone, ma sarete voi a scegliervi il demone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtù non ha padrone, e secondo che la si onori o la si spregi, ciascuno avrà di più o di meno. La responsabilità è di chi sceglie, la divinità non è responsabile.” (4)
Le anime sceglievano allora ciascuna il proprio demone, ovvero lo spirito tutelare che avrebbe rappresentato la sorte prescelta (5), e si assumevano le responsabilità della propria decisione. Quindi si presentavano al cospetto di Lachesi, mantenendo l’ordine stabilito dal sorteggio, e lei assegnava a ciascuna di esse il demone che aveva prediletto, perché fosse guardiano durante il corso della vita e garantisse l’adempimento del suo fato. Il demone conduceva poi l’anima da Cloto, perché confermasse, sotto la sua mano e il suo fuso rotante, il destino designato. Quindi toccava il fuso e guidava l’anima dinanzi ad Atropo, la quale ne tesseva la trama, rendendolo irrevocabile.
A questo punto l’anima, senza mai potersi voltare indietro, giungeva sotto il trono di Ananke, e dopo un lungo giro, passava dall’altra parte.” (6) E quando anche l’ultima delle anime oltrepassava il suo alto seggio, tutte si mettevano in cammino, dirigendosi verso la pianura del Lete.

Ananke è dunque colei che, per i filosofi greci, regge il fuso del destino sulle proprie ginocchia, un’entità primordiale, potente, non comprensibile poiché posta al di là di ogni comprensione, guardiana del fato di ogni creatura vivente, senza mai essere responsabile della sua entità positiva o negativa. Come divina necessità, è una forza inarrestabile, come è inarrestabile il movimento circolare del suo filatoio, ed era considerata “il supremo principio regolatore del mondo” (7), poiché tutto regola, ordina e dispone.
Nessuno poteva opporsi a lei o resisterle, nemmeno gli dèi più potenti, in quanto pulsione che non si può rifiutare né arginare, e contro di lei non esiste rimedio. (8)
Sebbene nelle fonti scritte non sia mai stato delineato l’aspetto che si credeva avesse, esiste una sua unica raffigurazione dipinta su una antica lekythos, dove è rappresentata incedente, alata e recante in mano una torcia accesa (9). Da questo ritratto si può dunque attribuire ad Ananke, accanto al simbolo del filatoio divino, quello delle ali e, soprattutto, quello della fiaccola ardente, che anche nell’oscurità dell’inconoscibile offre la luce che illumina la strada, permettendo di discernere, ovvero di scegliere, passo dopo passo, la direzione in cui muoversi.
Il culto di Ananke è del tutto ignoto, non esistevano altari a lei dedicati ed è attestata la presenza di un solo santuario collocato sull’Acropoli di Corinto, nel quale era onorata insieme a Bia, la dea della forza intesa come vigore fisico ma anche come violenza, rabbia, potenza grezza. A nessuno era permesso entrare nel tempio, ed è probabile che solo le sacerdotesse iniziate ai loro misteri potessero accedervi, nonostante non sia rimasta traccia della loro presenza. (10)

Ananke è una dea che per sua stessa natura è inconoscibile, ma attraverso il significato di alcune parole a lei frequentemente associate è possibile avvicinarsi di più alla sua entità misteriosa.
Il suo nome deriva dal greco antico anánkē, corrispondente allo ionico anankaíē, e significa “necessità, costrizione, forza”. I Romani la chiamavano semplicemente Necessitas, e lei è, etimologicamente, colei che non cede e al contempo non cessa – dal latino nec, ovvero “non” e cessus, participio passato di “cedere, cessare”.
È la dea del bisogno estremo, colei “che spinge, che costringe”, che “non potrebbe essere altrimenti”, che non si ferma fino ad aver pienamente conseguito al suo scopo, poiché è tanto inevitabile quanto inflessibile, e nulla può contrastarla. (11)
Il termine anánkē potrebbe essere legato anche ad ankos, col senso di “strettoia” (12). Questo significato rimanda a uno dei ruoli principali della dea, quello di delimitare, di impartire le parti secondo come deve essere, dunque di stabilire i confini “di ciò che spetta a ciascuna cosa rispetto a ciascuna altra”, definendo il naturale “principio del limite”, che “governa il sorgere e il perire delle cose, impedendo a ciascuna cosa di prendere definitivamente il sopravvento sull’altra.” (13)
In tal senso Ananke è la divina regolatrice, che mantenendosi al di sopra delle parti, le dispone secondo necessità, ovvero secondo un ordine naturale imprescindibile che ne preserva l’armonia.
Divinità “invisibile che tutto vede”, è “compagna della misura e del tempo opportuno”, in quanto predilige la sobrietà, l’essenzialità, il tempismo, e nell’incoraggiare le scelte e le decisioni “recide le parti in eccesso per raggiungere (rad. nac-che) e conseguire (sscr. nac-ati) qualcosa”. La parola ananke si riferisce infatti anche al concetto di “pervenire, compiere, ottenere”, e sotto questa luce la dea rappresenterebbe il compimento: ciò che senza poter essere fermato, sopraggiunge e si realizza. (14)

Ananke è definita inesorabile, dal latino inexorabilem, composto da in, che ha senso di negazione, ed exorabilem, a sua volta formato da ex, che agisce da rafforzativo, e orabilem, ovvero “orare, pregare” (15). In tal senso Ananke è colei che non si lascia convincere dalle preghiere, che “non si placa con sacrifici” (16), che non cede alle suppliche, perché il moto che lei aziona prescinde dalla propria e dalla altrui volontà, è del tutto impersonale, e al contempo incorruttibile.
Ananke era considerata dura, rigida, spietata, perché implacabile, eppure è semplicemente ciò che deve essere, ciò che è necessario che sia senza possibilità di resistenza, ed è priva di giudizio. Pretende una azione, oppure accade e basta, ma il suo agire è sempre privo di ostilità o favore, ovvero dei concetti di punizione o benedizione, in quanto la necessità non conosce sentimento.
Può manifestarsi in modo lieve e quasi impercettibile, in piccoli accadimenti, in atti e costrizioni ineluttabili, o mutamenti che fanno parte della vita quotidiana individuale; oppure può esprimersi a livello globale, tramite cambiamenti o sconvolgimenti epocali che coinvolgono l’umanità nella sua interezza.
In questo caso è possibile che il suo intervento sia una conseguenza al ripetersi di determinate azioni e comportamenti – non solo tangibili ma anche interiori e dunque relativi alla sfera sottile – che protratti nel tempo generano effetti drastici, davanti ai quali gli esseri umani si scoprono impreparati e indifesi, pur essendone direttamente o indirettamente responsabili.
In tal senso, Ananke potrebbe rappresentare la Natura suprema che interviene per far crollare qualsiasi equilibrio precario, per dissolvere illusioni e certezze, per lacerare una condizione di normalità apparente, in realtà disarmonica, insana e del tutto innaturale, predisponendo però le condizioni perché dal caos emerga un nuovo ordine, possibilmente più armonioso.
La sua azione, infatti, non è mai fine a se stessa, poiché impone sempre un cambiamento, un’inversione di rotta o una risoluzione. Ananke può creare le migliori occasioni di rinnovamento e crescita se la si accoglie e ci si rende abili all’adattamento. Paradossalmente, colei che è inflessibile insegna la flessibilità, colei che è inamovibile insegna il movimento e la fluidità, colei che è rigida, dura, insegna la morbidezza, la duttilità, ovvero l’abilità di rimodellarsi, di lasciar andare il superfluo – il non-necessario – e assumere una nuova forma; e fa leva sulla capacità di abbandonare ciò che non può più essere per abbracciare ciò che è adesso, e aprire le porte a ciò che sarà.
Ananke mostra inoltre che gli accadimenti inevitabili, in particolare quelli indesiderati, sono meno gravosi se accettati in quanto tali, senza opporre resistenza, senza eccessivo attaccamento, ma al contrario con accoglienza, e laddove possibile, con cuore leggero (17). La dea, del resto, non permette di tornare indietro, ma incoraggia a stare, a rendersi parte dell’istante presente, l’unico veramente necessario.

Forse Ananke era onorata insieme alla furente Bia perché proprio la forza grezza, potente, talvolta rabbiosa e violenta, può permettere in certi casi di resistere, di reagire, di opporsi all’inerzia, di rialzarsi in piedi accettando l’inevitabile.
Perché la dea della necessità può essere subìta oppure accolta, e il suo intervento, a seconda di come è vissuto, può rivelarsi una rovinosa sconfitta, oppure una importante possibilità di trasformazione ed evoluzione che permette di trovare un più solido e benefico equilibrio e una rinnovata armonia, creando dalle macerie di ciò che è stato una nuova, promettente realtà.

***

La necessità, Dea senza volto perché presiede tutte le altre, non ama gli eccessi e gli sprechi, ed interviene per ricondurre tutto all’equilibrio e all’armonia. È importante saper riconoscere questa Dea (Ananke) misteriosa (...), nata direttamente dal caos primordiale e che riporta l’ordine e l’armonia degli opposti, per questo spesso associata anche alla giustizia, nel senso di giusta parte che ci spetta senza pretendere nulla di più.

(Rocco Aldemaro Barbaro, Domenico Barricelli, L’armonia del cambiamento: il “ben-essere” individuale e dei gruppi, pag. 89)

***


Note:

1. Cfr. La cosmogonia secondo Damascio, in I poemi orfici, Martin Litchfield West, Loffredo Editore, Napoli, 1993, pag. 189. Il brano è accessibile in lingua inglese su Theoi.

2. Cfr. il frammento orfico di Epicuro, in I poemi orfici, Martin Litchfield West, Loffredo Editore, Napoli, 1993. Il brano è accessibile in lingua inglese su Theoi.

3. Cfr. Platone, Opere, Vol. II, Laterza, Roma-Bari, 1967, pagg. 450-455.
La descrizione integrale del fuso di Ananke, qui omessa, è piuttosto complessa, e per meglio intendere il testo originario si consiglia di accompagnarne la lettura con l’accurata parafrasi di Mario Vitali, contenuta in Repubblica o sulla giustizia, pagg. 980 e ss.
Questa immagine di Chevignard, inoltre, lo ritrae in modo preciso:



4. Cfr. Platone, op. cit.

5. Il demone a cui si riferisce Platone, lungi dall’essere comparabile alle entità diaboliche che oggi sono conosciute con lo stesso nome, è in realtà uno spirito tutelare che accompagna per tutto il corso della vita colei o colui che lo ha scelto, e assicura che la sua sorte si compia. La parola demone, come anche demonio, deriva dal greco daimon, o daimonion, che significa “genio sovrumano”, e in origine non aveva alcuna connotazione malefica o spaventosa. L’aggettivo daimonios, significava infatti “sovrumano, divino, venerabile, beato”, ma con il subentrare della nuova religione assunse anche un carattere negativo, e prese il senso di “triste, misero, pessimo”.
Il verbo greco daiomai, inoltre, significa “spartire, distribuire, dividere, dare in sorte”, ribadendo il legame indissolubile fra il daimon e il fato che rappresenta, e che secondo Platone ogni anima sceglie per sé prima di nascere.
Come scrive Mario Negri, “parrebbe quindi che ciascuno abbia in sorte un ‘buon demone’ od un ‘cattivo demone’, ovvero un eudaimon, o un cacodaimon, ed evidentemente in questo caso ci si riferiva al demone individuale, ovvero allo spirito tutelare che i latini chiamarono genio (…).” (Cfr. Mario Negri, All’origine delle parole, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 2002, pag. 61)
È interessante constatare che Esiodo definiva Demoni “le anime umane dell’età dell’oro, le quali avviluppate nell’aria dimorano sopra la terra, osservano le azioni degli uomini e li difendono, divinità protettrici che mantengono l’unione tra gli dei e gli uomini, e simili in tal modo ai Lari dei Romani (…).” (Cfr. Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, alla voce “Demone”)

6. Cfr. Platone, Repubblica o sulla giustizia, traduzione e commento a cura di Mario Vitali, pag. 897.

7. Cfr. Barbara Walker, The Woman’s Encyclopedia of Myths and Secrets, pag. 29.

8. Ananke, come divinizzazione della necessità è menzionata da diversi autori e filosofi greci. Nella stesura di questo scritto sono state utilizzate le opere che seguono, le cui citazioni relative alla dea sono raccolte nel portale di mitologia greca Theoi.
Eschilo, Prometeo Incatenato, versi 103 e ss., dove Prometeo asserisce che “alla potenza di Ananke non è possibile resistere”; Apollonio Rodio, Le Argonautiche, 3, 430 e ss., in cui l’autore scrive che “gli uomini non servono signora più severa di Ananke”; Callimaco, Inno a Delo, verso 122, in cui l’autore definisce Ananke “una grande dea” a cui non si può rifiutare nulla; Nonno di Panopoli, Dyonisiaca, 2, 678 e ss.; Suidas, Lexicon Greco-Bizantino, alla voce Anankei si dice che con la dea “nemmeno gli déi possono combattere”.
Euripide, nella sua opera Alcesti, 962 e ss., scrive che pur avendo afferrato molte conoscenze, non ha mai trovato “nulla di più forte di Ananke”, e che contro la sua azione non esiste cura: “Contro di lei non ho trovato rimedi / nelle tavolette tracie dettate da Orfeo / e neppure nei farmaci che Febo / diede agli Asclepiadi come antidoto / ai tanti mali degli uomini.
Sulla sua inesorabilità, continua Euripide: “Solo di questa dea / non esistono altari / o immagini a cui accostarsi: / non si placa con sacrifici. / Non aggredirmi, ti prego, signora, / più crudelmente che nel passato. / Persino Zeus, qualunque cosa voglia / la realizza con il tuo permesso. / Tu domi a forza anche il ferro dei Calibi, / la tua inaccessibile volontà / non rispetta nessuno. ” (Cfr. Euripide, Alcesti - Ciclope)
Vedi anche Vocabolario Treccani, alla voce “Ananche”.

9. La lekythos è un vaso tipico dell’arte greca dalla particolare forma allungata, con un’ansa capiente, il collo stretto e il bordo svasato. Era legata soprattutto alla sfera sportiva, in particolare alle palestre, ed era usata per contenere oli e profumi. Quella che raffigura Ananke risale al 470-460 a.C. circa e attualmente è conservato al Pushkin State Museum of Fine Arts di Mosca.
Una sua fotografia è contenuta in Theoi – Ananke.

10. Cfr. Pausanias, Description of Greece, 2.4.7.
La dea Bia, signora della violenza, della forza rabbiosa, rude e feroce, era figlia della ninfa oceanina Stige e del gigante Pallante, ed era una delle due guardie del corpo di Zeus. Sorella di Nike, la dea della vittoria, era raffigurata armata di corazza. Cfr. Theoi – Bia.

11. Cfr. Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, alla voce “Necessario”.

12. Cfr. Platone, La Repubblica, traduzione e note di Franco Sartori, nota 755.

13. Cfr. Anna Jellamo, Il cammino di Dike: l’idea di giustizia da Omero a Eschilo, pag. 92.

14. Cfr. Rocco Aldemaro Barbaro, Domenico Barricelli, L’armonia del cambiamento: il “ben-essere” individuale e dei gruppi, pagg. 89-90.

15. Cfr. Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, alla voce “Inesorabile”.

16. Cfr. Euripide, Alcesti – Ciclope, vedi nota 8.

17. Come fece Prometeo, che sapendo di dover essere incatenato a uno sperone di roccia in espiazione della sua colpa, disse: “Io, Prometeo, devo sopportare il destino che mi è stato assegnato nel modo più leggero possibile, sapendo che il potere di Necessità (Ananke) non permette resistenza.” (Cfr. Aeschylus, Prometheus Bound and Other Plays, traduzione di Philip Vellacott, verso 103 e ss.)


Bibliografia

Aeschylus, Prometheus Bound and Other Plays, traduzione di Philip Vellacott, Penguin Classics, London, 2001
Aldemaro Barbaro Rocco, Barricelli Domenico, L’armonia del cambiamento: il “ben-essere” individuale e dei gruppi, Armando Editore, Roma, 2017
Apollonio Rodio, Le Argonautiche, traduzione di Guido Paduano, BUR, Milano, 1986
Apollonius Rhodius, Argonautica, traduzione di E.V. Rieu, Penguin Classics, London, 1971
Callimachus, Hymns & Epigrams. Lycophron. Aratus, traduzione di A.W. Mair e G.R. Mair, Loeb Classical Library, Cambridge, Massachusetts, 1921
Callimaco, Opere, a cura di Giovan Battista d’Alessio, BUR, Milano, 1996
Eschilo, Prometeo incatenato. Con i frammenti della trilogia, traduzione di Enzo Mandruzzato, BUR, Milano, 2004
Euripide, Alcesti - Ciclope, traduzione di Umberto Albini, Garzanti, Milano, 2011
Euripides, Alcestis and Other Plays, traduzione di Philip Vellacott, Penguin Books, London, 1995
Jellamo Anna, Il cammino di Dike: l’idea di giustizia da Omero a Eschilo, Donzelli Editore, Roma, 2005
Negri Mario, All’origine delle parole, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 2002
Nonnos, Dionysiaca, Loeb Classical Library, Cambridge, Massachusetts,1940
Pausanias, Description of Greece, traduzione di William Henry Samuel Jones, Loeb Classical Library, Cambridge, Massachusetts, 2011
Pianigiani Ottorino, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, Albrighi & Segati, Milano, 1907
Platone, La Repubblica, traduzione e note di Franco Sartori, Economica Laterza, Bari-Roma, 2019
Platone, Repubblica, a cura di Enrico V. Maltese, traduzione di Giovanni Caccia, Newton & Compton Editori, Roma, 2008
Platone, Repubblica o sulla giustizia, traduzione e commento a cura di Mario Vitali, Feltrinelli Editore, Milano, 1995
Suidas, Lexicon Greco-Bizantino
Walker Barbara, The Woman’s Encyclopedia of Myths and Secrets, HarperOne, New York, 1983
West Martin Litchfield, I poemi orfici, Loffredo Editore, Napoli, 1993

Etimo - www.etimo.it
Theoi Greek Mythology - https://www.theoi.com
Vocabolario Treccani - http://www.treccani.it/

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