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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Le Streghe di Sambughetto
Sabato, 26 Ottobre 2019 - 02:41 - 1996 Letture
Luoghi In Valstrona, nel paese di Sambughetto (1), si trova un complesso di grotte profonde e ricchissime di minerali, intorno alle quali nacquero diverse leggende. Le cavità conosciute sono tre, e una di queste, la più estesa con il suo “labirinto di meandri, di camminamenti, di precipizi, di cunicoli scoscesi” che si addentrano in profondità e scendono sino al sottostante torrente Strona, è chiamata dai valligiani l’Boeucc dal Faj, ovvero il Buco delle Fate.
Conosciuta anche con i nomi di Balma delle Fate o Caverna Grande delle Streghe, si dice che fosse il luogo in cui le streghe dei monti e delle valli circostanti si riunivano per danzare e per tramare le loro malefatte, ovvero per decidere chi avrebbero fatto morire, quali bambini avrebbero rapito dalle culle o su chi avrebbero gettato le loro fatture. (2)



La leggenda più nota racconta che nelle notti di luna piena, le streghe usassero tendere un lungo filo che dalla loro caverna raggiungeva il campanile del paese, e che vi si appollaiassero sopra, danzando poi in forma di gufi, civette, galli, galline, corvi, gatti e altri animali. I montanari che durante quelle notti illuminate dai raggi lunari salivano la ripida stradina che portava a Sambughetto erano soliti vederle, ma non ne erano affatto infastiditi. (3)
Si dice anche che nella stessa caverna, nascosto in profondità nella roccia, oltre un labirinto di stalattiti e stalagmiti, si trovasse un preziosissimo tesoro chiuso in uno scrigno marmoreo. Il tesoro era custodito da una strega che aveva assunto le sembianze di un enorme rospo, il cui sguardo poteva tramortire o uccidere chiunque si fosse avvicinato. Secondo un’altra versione, il tesoro era custodito dalla strega e da un rospo, che le faceva da sentinella, e pare che la loro immagine fosse riconosciuta nella particolare conformazione rocciosa della grotta. (4)
Una storia popolare molto diversa, proveniente dalla valle del Cusio, assimila le streghe di Sambughetto alle spettrali processioni dei morti conosciute in molte parti dell’arco alpino. Si racconta che una notte, mentre le streghe di Sambughetto compivano la loro processione notturna, chiamata tenebar – delle tenebre – una donna che aveva il figlioletto ammalato uscì di casa per cercare un acciarino, poiché le si era spento il lume.
Sulla mulattiera vide una fila di vecchie che andavano reggendo ciascuna una candela. Chiese di accendere la propria alla prima della fila, e questa le rispose: “Aspetta l’ultima”. Così dissero tutte le interpellate, finché l’ultima le porse la propria candela. Entrata in casa, rigovernò, avvolse il bambino nella coperta e spense la fiamma. Al mattino trovò sul comodino un dito umano: capì allora che tutte le vecchie usavano le dita come lume (…).” Sgomenta, la madre si precipitò dal parroco per raccontargli ciò che era successo e chiedergli come poteva liberarsi della macabra candela, e questi le consigliò di attendere la notte successiva, quando la processione sarebbe ricomparsa, e quindi di restituirla alla legittima proprietaria. Così la donna aspettò, e quando calò la notte ricomparve l’inquietante corteo. L’ultima vecchia incedeva al buio, priva del suo lumicino, e quando la donna glielo porse questa la ringraziò, riprendendo poi il suo tenebroso cammino. (5)
Solitamente nella tradizione alpina questo genere di corteo – chiamato anche cours, ovvero corso – era composto dalle anime dei morti, che percorrevano le montagne in lungo e in largo facendosi luce con una fiammella accesa sul mignolo. Perdere quell’unico lume causava loro una grande sofferenza, per questo erano sempre grati quando il dito veniva loro restituito. Considerate anime benevole, potevano talvolta aiutare coloro che si trovavano in pericolo, o che avevano perso la strada.
La particolare associazione delle streghe di Sambughetto alle processioni alpine dei morti le collega alla dimensione sottile delle anime liberate dal corpo, e ne suggerisce il carattere prevalentemente benefico, ovvero la loro tendenza a soccorrere chi aveva bisogno, piuttosto che a provocare disgrazie e morte con le loro malie (6).
Oltre a ciò che si racconta delle streghe, esistono anche alcune curiose testimonianze che riguardano la loro misteriosa caverna. Si dice che un prete, che voleva tentare di esplorarla, entrando dalla soglia principale “simile a una enorme bocca di vecchia megera e dentata di aguzzi macigni”, uscì poco dopo da un’altra apertura sottostante, proprio ai piedi della montagna, dove scorre lo Strona (7). La grotta lo aveva rimandato fuori, senza che egli potesse visitarne l’interno.
La testimonianza forse più affascinante, però, è quella che venne riportata da un gruppo di stimati abitanti di Sambughetto, che visitarono la caverna nel 1913.
L’esplorazione durò un’intera giornata e si spinse ad una profondità mai raggiunta in precedenza. Dopo aver attraversato numerosi cunicoli, spesso tanto bassi e stretti da doverli percorrere strisciando per terra, agli uomini “apparve un salone grandissimo, con le pareti di cristallo e il soffitto tutto decorato di stalattiti, con al centro una pietra di somma bianchezza a forma di prisma riflettente. Tutt’intorno, scanni di alabastro. Questa sala, al centro delle grotte, non poteva che essere la sala delle riunioni delle streghe. E quegli scanni, il “coretto delle streghe”.” (8)
In effetti pare che nella roccia all’interno della grotta siano presenti certe scanalature a forma di sedili, sui quali si dice che le streghe fossero solite sedersi durante le loro segrete adunanze.

Custodi di tesori tramutate in rospi, tenebrose vecchie dal mignolo acceso, o notturne funambole dalle sembianze animali, le streghe di Sambughetto sono ricordate ancora oggi dagli abitanti della Valstrona, che sembrano nutrire per loro un tacito affetto. E forse è proprio per questo se hanno voluto ritrarle sul muro esterno di una delle casette che si incontrano nella frazione di Marmo, poco prima di raggiungere il loro paesello abbarbicato sulla montagna.
Così, le streghe, in forma di gatto, gufo e selvagge donne volanti, danzano in aria sopra a un albero dal volto imbronciato, e danno il benvenuto a coloro che, non senza un po’ di coraggio, si avventurano su per quelle alte e ombrose valli.


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Le Streghe di Sambughetto - Fotografia di Marco Ferrari



Le Grotte di Sambughetto - Fotografie di Marco Ferrari





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Per conoscere più da vicino le Grotte di Sambughetto – in particolare il Buco delle Fate – si consiglia la visione di questa breve ripresa compiuta durante una delle esplorazioni:
Esplorazione della Grotta delle Streghe - Sambughetto

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Note:

1. Sembra che il nome del paese derivi proprio dalla presenza di queste caverne e dai loro numerosi cunicoli sotterranei. Il dialetto Sambugat potrebbe infatti derivare dal latino saxum bucatum, ovvero “sasso bucato”. (Cfr. Carlo Balbiano d’Aramengo, Le Grotte di Sambughetto in Valstrona (Piemonte), in Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia naturale di Milano, pag. 266)
Un’altra spiegazione, invece, si riferisce alle caratteristiche che doveva avere il luogo quando venne scelto dai suoi primi abitanti, nel 1800. Secondo la tradizione, si trattava di tre famiglie, composte da tre donne e tre uomini, le quali decisero di costruire le prime baite proprio accanto a un boschetto di sambuchi, da cui il nome del paese, Sambughetto. I tre uomini si chiamavano Guglielmo, Vito e Ciro, e diedero origine alle tre famiglie storiche che ancora oggi abitano a Sambughetto, ovvero i Guglielminetti, i Vittoni e i Cerutti. (Cfr. Lino Cerutti, Gerardo Melloni, Enrico Rizzi, La valle Strona, pag. 78)



2. Cfr. Lino Cerutti, Gerardo Melloni, Enrico Rizzi, op. cit., pag. 75; e Mario Merlo, Leggende lombarde, pag. 171. La grotta si trova ai piedi del Monte Turi, nella frazione Sass Maier – Mojè o Mujè, ovvero “sasso umido” – e insieme alle altre cavità poco distanti si apre in uno dei banchi di calcari calciferi e cristallini che da Sambughetto si estendono fino a Valle di Strona. Costellato di minerali come l’olivina, la pirite, la magnetite e la diopside, questo banco è stato a lungo oggetto di scavi ed estrazione, a causa dei quali ha assunto l’attuale forma grossolanamente mutilata, ben diversa da quella originaria. La grotta più martoriata è proprio quella delle Fate, che può essere solo immaginata come doveva essere un tempo. Non un buco oscuro in una parete verticale, ma forse un antro semi nascosto nella vegetazione, che si apriva sul fianco della montagna il cui versante scendeva armonioso verso valle.
Alcune esplorazioni condotte nel buco delle Fate hanno portato al ritrovamento di diversi resti fossili di animali, alcuni dei quali scomparsi con la fine dell’era glaciale. Fra questi, il leone delle caverne, l’orso delle caverne e il rarissimo gulo gulo artico, progenitore della lontra. Insieme a questi erano presenti il leopardo, il lupo grigio, lo sciacallo dorato, il gatto selvatico, lo stambecco delle Alpi, il rupicapra o camoscio alpino, il fagiano di monte, e poi volpi, cervi, marmotte e piccoli uccelli. Negli stessi meandri sono state rinvenute tracce della produzione ossea, in particolare fibbie, dell’uomo di Neanderthal. La classificazione delle ossa rinvenute nella grotta è stata realizzata dal Professor Carlo Maviglia (1897-1956), che fu direttore dell’Istituto di Paleontologia Umana dell’Università di Milano. (Cfr. Carlo Balbiano d’Aramengo, op. cit., pagg. 277-278; Lino Cerutti, Gerardo Melloni, Enrico Rizzi, op. cit., pag. 77 nota 3; e Pier Luigi Beretta, La regione del Cusio: ricerche di geografia umana, pag. 95)



Il Buco delle Fate - Sambughetto - Fotografia di Marco Ferrari

3. Cfr. Piercarlo Jorio, L’immaginario popolare nelle leggende alpine, pag. 11.

4. Cfr. Mario Merlo, Leggende lombarde, pag. 171; Carlo Balbiano d’Aramengo, op. cit., pagg. 266; e Carlo Tullio Altan, La sagra degli ossessi, pag. 160.

5. Cfr. Piercarlo Jorio, op. cit., pag. 11; e Carlo Tullio Altan, op. cit., pag. 160.

6. La presenza di queste inquietanti processioni era attestata in molte altre zone alpine, specialmente intorno al Monte Rosa e nelle Valli di Lanzo. Una leggenda molto simile a quella sopra riportata proviene invece dal Biellese, ma invece della madre col bimbo malato, a uscire di casa nottetempo in cerca di un lume è una fanciulla con la madre malata. Oltre a questo particolare, la storia si sviluppa e si conclude nello stesso modo. Cfr. Maria Savi Lopez, Leggende delle Alpi, pagg. 109-110.

7. Cfr. Lino Cerutti, Gerardo Melloni, Enrico Rizzi, op. cit., pag. 75

8. La spedizione era composta dal sindaco Guglielminetti, dal Professor Viglio, dal parroco don Zolla, dal portatore Rigotti e da due studenti, Edoardo Cerutti e Giovanni Guglielminetti. Cfr. Lino Cerutti, Gerardo Melloni, Enrico Rizzi, op. cit., pag. 77.


Bibliografia

Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia naturale di Milano, Volume CV, Fascicolo III, Pubblicato con il contributo del C.N.R., Milano, 15 Novembre 1966
Beretta Pier Luigi, La regione del Cusio: ricerche di geografia umana, La Nuova Italia, Firenze, 1974
Cerutti Lino, Melloni Gerardo, Rizzi Enrico, La valle Strona, a cura della Fondazione Enrico Monti, Anzola d’Ossola, 1975
Crosa Lenz Paolo, Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012
Jorio Piercarlo, L’immaginario popolare nelle leggende alpine, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1994
Merlo Mario, Leggende lombarde, Longanesi, Milano, 1979
Savi Lopez Maria, Leggende delle Alpi, Editrice il Punto, Torino, 2007
Storia, antropologia e scienze del linguaggio, Anno XVII, Fascicolo 3, Bulzoni Editore, Roma, 2002
Tullio Altan Carlo, La sagra degli ossessi: il patrimonio delle tradizioni popolari italiane nella società settentrionale, Sansoni, Firenze, 1972


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