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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

Leggende e Tradizioni del Lago d'Orta
Domenica, 29 Settembre 2019 - 03:55 - 1355 Letture
Luoghi LEGGENDE E TRADIZIONI DEL LAGO D’ORTA
L’Isola del Drago, il Büs d’l’Orchera e le misteriose Fiammelle


Fra le alte campagne novaresi e le prime montagne della Val d’Ossola si trova il lago d’Orta, uno specchio d’acqua di origine glaciale circondato da borghi antichi e boschi di castagni, pini e faggi. Al centro del lago, come sospesa nel tempo e immersa in un silenzio quasi irreale, sorge l’Isola di San Giulio, oggi abitata quasi esclusivamente dalle monache di clausura e chiamata in questo modo per via del santo che la convertì al cristianesimo, vi costruì una chiesa e la scelse come sua ultima dimora.

Al tempo della sua venuta la zona era poco abitata, e sull’isoletta velata dalla foschia la vegetazione cresceva ricca e spontanea, ammantando le sponde e le alture. Il particolare interesse che ne ebbero i cristiani, così come i simboli che ancora oggi le appartengono, suggeriscono che fosse un luogo sacro alle popolazioni che vi vivevano accanto, forse un centro cultuale dedicato a divinità pre-cristiane che vennero allontanate per fare posto alla nuova religione. (1)
La leggenda del viaggio di San Giulio e della fondazione della sua chiesa raccontano proprio questo passaggio.




L’Isola del Drago

Si narra che intorno alla seconda metà del IV secolo d.C. San Giulio e suo fratello San Giuliano, fuggiti dalla Grecia per sopravvivere alle persecuzioni contro i cristiani, si stabilirono in diversi paesi, dove eressero altrettante chiese. Volevano costruirne cento, e quando giunsero nei pressi del Lago d’Orta ne mancava solo più una. Lasciato il fratello nella vicina Gozzano, San Giulio raggiunse Orta, e guardando verso il lago notò la piccola isola verde che vi sorgeva in mezzo, rimanendone subito affascinato. Così decise che proprio lì avrebbe costruito la sua centesima chiesa, adempiendo al suo voto e trascorrendo lì i suoi ultimi giorni.
Il santo volle quindi raggiungerla, ma gli abitanti di Orta lo misero in guardia, poiché, dissero, era abitata da miriadi di serpenti e da un gigantesco e temibile drago. Nessuno dei barcaioli aveva alcuna intenzione di accompagnarlo su quelle selvagge sponde, così Giulio distese il suo mantello di stoffa sull’acqua, pregò, e poi vi salì sopra, usandolo come una zattera e remando con il suo pastorale.
Toccate le rive, le serpi e il drago strisciarono fuori dal sottobosco e si eressero intorno a lui, ma il santo non ebbe bisogno di combattere, né di ucciderli. Salì sulla parte più alta dell’isola, costruì una piccola croce con i ramoscelli di un albero e chiamò a raccolta i serpenti, parlando loro e invitandoli ad allontanarsi pacificamente. Tutti i rettili lo ascoltarono e abbandonarono quindi la loro terra, scivolando nell’acqua e andando a vivere sul monte Cumicinum – l’attuale Camosino – che ancora oggi è noto per essere abitato dalle vipere. Il drago, che la tradizione vuole fosse in realtà una draghessa, fuggì invece poco lontano e si nascose in un piccolo antro – di cui parleremo in seguito – situato nel vicino golfo di Bagnera.
Allontanati i serpenti e il drago, San Giulio edificò quindi la sua centesima chiesa sull’isola, che da allora prese il suo nome, e terminò così la sua missione. Era il 390 d.C. e poco tempo dopo egli, vecchio e stanco, morì.
Della chiesa paleocristiana oggi non restano che le fondamenta, incorporate nella Basilica di San Giulio, dove quelle che si dicono essere le spoglie del santo sono ancora conservate ed esposte nella cripta. La basilica presenta anche un rilievo, un dipinto e un importante affresco che mostrano San Giulio nell’atto di allontanare i serpenti.

Nonostante l’allontanamento del drago e delle serpi, che rappresentavano il simbolo dei culti pre-cristiani praticati sull’isola, la loro presenza nella tradizione locale rimase comunque ben radicata, anche per via di alcune apparizioni e curiosi ritrovamenti. Si racconta che in tempi antichi molti pescatori avevano visto affiorare dalle acque nebbiose del lago la sinuosa coda dei draghi, e nel XVII secolo venne scoperta un’enorme vertebra che si ritenne appartenesse proprio alla draghessa scacciata da San Giulio. Questo enorme osso semi fossilizzato è tutt’ora custodito nella sacrestia della Basilica, appeso a una catena fissata al soffitto.
Ma non è tutto. Nella sacrestia è anche conservato un particolare drago di ferro battuto, lungo circa un metro, con la coda snodata e bellissime ali colorate, simili a quelle delle farfalle. Questo drago, che sembra risalire al XVI-XVII secolo, venne utilizzato fino al 1920 nelle celebrazioni svolte sull’isola in occasione delle Rogazioni, “cerimonie propiziatorie della natura che venivano fatte proprio in primavera, nel periodo tra san Giorgio e san Marco, in cui si richiedeva l’intervento di tutte le potenze perché ci fossero buoni raccolti, piogge opportune (…)” e la protezione dei campi da violenti eventi atmosferici. (2)
Queste liturgie, che duravano tre giorni ed erano celebrate in forma processionale, erano sempre accompagnate dal drago, sorretto da un chierico su una pertica e, a seconda del giorno, posto in un punto diverso del corteo.
Il primo giorno era esibito in testa alla processione, impettito e spavaldo, con le ali multicolori ben aperte, la coda dritta e la bocca piena di fiori, di erbe e di spighe. Il secondo giorno era posto a metà del corteo, decorato con meno fiori e con la coda allineata al corpo. Il terzo giorno, infine, chiudeva il corteo privo di fiori, con l’aria mogia e sconfitta, la coda a penzoloni, le ali e la bocca chiuse. Al suo posto, in testa alla processione, era collocata la croce, come simbolo della vittoria del cristianesimo sulle forze del male. (3)
Al termine delle tre processioni rogatorie, il drago veniva quindi smontato e riportato in sacrestia, dove veniva ricomposto e ritirato, in attesa delle celebrazioni dell’anno seguente.
È tuttavia difficile immaginare che le forze del male possano essere rappresentate da un drago dalle ali di farfalla, simboli di risveglio e rigenerazione, con la bocca colma di fiori e cereali. La sua cerimonia primaverile, infatti, sembra rappresentare piuttosto la reminiscenza di antichi riti propiziatori dedicati alle divinità della natura, nei quali si invocavano gli stessi interventi divini che venivano chiesti durante le Rogazioni, ovvero pioggia, un buon raccolto e la protezione dei campi.

Considerando quanto sinora trattato, sembra quindi evidente che sia la presenza sull’isola della draghessa e dei serpenti, affrontati da San Giulio nella leggenda di fondazione della sua centesima chiesa, sia il drago rogatorio, rimandino alla simbologia del serpente sacro e forse della sua più antica incarnazione: la Dea Serpente antico-europea.
Datrice di vita e rigenerazione, guardiana delle acque e della terra feconda, portatrice di pioggia, fertilità e buon raccolto, era onorata dai popoli precedenti le invasioni indoeuropee e seppur demonizzata sopravvisse a lungo dopo l’avvento del patriarcato. E nonostante sia stata infine scacciata dal cristianesimo, sostituita dai suoi santi, dalle croci e dalle sue liturgie, la sua presenza non fu mai dimenticata.

Col tempo, l’Isola di San Giulio attraversò periodi storici turbolenti e infine divenne – o tornò ad essere – un luogo di pace e silenzio, nel quale un’eco del sacro femminino vive ancora adesso.
Sorse infatti il monastero femminile Mater Ecclesiae, che venne abitato a partire dal 1973 da un piccolo gruppo di cinque monache, guidate da Madre Anna Maria Cànopi e tutte provenienti dall’abbazia di Viboldone, vicino a Milano. Le sei devote si sistemarono dapprima in un’abitazione accanto alla basilica, ma facendosi poco a poco sempre più numerose, nel 1989 si spostarono nell’edificio più grande al centro dell’isola.
Da allora le religiose vivono nei lindi ambienti del monastero - che è costruzione ottocentesca - dove pregano, cantano, lavorano: tessendo a mano e restaurando antiche stoffe, confezionando paramenti e arredi liturgici, dipingendo icone, redigendo testi di spiritualità e fascicoli di lectio divina, traducendo.” (4)
Oggi le monache sono più di settanta, e oltre a dedicarsi alla preghiera e alla preparazione del caratteristico Pane dolce di San Giulio, continuano a coltivare le proprie arti e i propri finissimi talenti, mettendoli al servizio della bellezza e dello spirito. (5)


Il Büs d’l’Orchera, o il Buco dell’Orchessa

Nel golfo di Bagnera, sull’estremità del promontorio di Orta, è nascosta una piccola grotta umida e ricoperta di felci. Un tempo vi si accedeva scendendo cinque gradini di pietra grezza, e le pareti, nonché il pavimento, erano sempre bagnati perché le onde del lago arrivavano a lambirla. Al centro della grotta, un pozzo si apre direttamente nel lago, e una leggenda vuole che fosse la soglia di un gelido inferno che si inabissava nelle profondità lacustri. A guardia del pozzo viveva una terribile orchessa, o meglio, una draghessa, dalla quale venne il nome della grotta: Büs d’l’Orchera, o Buco dell’Orchessa. È proprio qui che venne rinvenuta la vertebra del drago, che in realtà appartenne probabilmente a un cetaceo preistorico proveniente dal mare, e la draghessa che vi abitava sarebbe la stessa fuggita dall’isola di San Giulio.
Verso la fine dell’Ottocento venne costruita sul promontorio una imponente e lussuosa villa – la famosa Villa Curioni-Mazzetti – e la grotta venne incorporata in una delle sue stanze, restando accessibile solo ai proprietari.
Secondo la tradizione ortese, l’apertura al centro dell’antro sarebbe un antico pozzo dei desideri. Vi si recavano le donne che chiedevano di rimanere incinte, oppure di ottenere un parto facile, e le fanciulle che avevano un fidanzato o un marito lontano, e desideravano che tornasse a casa sano e salvo. Si inginocchiavano di fronte all’abisso e gettavano un’offerta, generalmente una moneta, certe che le loro invocazioni sarebbero state ascoltate. Inoltre, all’interno del bordo di pietra che delimitava il pozzo, erano scavate alcune nicchie, nelle quali chi esprimeva un desiderio lasciava un piccolo dono.
Si dice che la grotta fosse legata anche a fatture e malefici:
bastava scrivere su un brandello di carta o di stoffa il nome di una persona odiata e depositarlo in una delle nicchie: allora per il malcapitato la sventura era assicurata. Ché, si racconta, l’Orchera del pozzo era una divinità molto potente; da temere più che da venerare…” (6)
Ancora in tempi relativamente recenti pare che nell’antro si radunassero le streghe per compiere i loro rituali misteriosi.
Questa credenza era talmente radicata che ancora nel 1881 il proprietario della villa, Augusto Curioni, definiva il Büs:
(…) una grotta piovosa, nera, nera
ove le streghe a torme sulla sera
convengono alla lor ridda infernale.
Lettor, tal era il Buco dell’Orchera.
” (7)




Le misteriose Fiammelle dell’Isola sacra

Terra di leggende, di serpenti e di antichi culti pre-cristiani, l’Isola di San Giulio era nota per via di particolari apparizioni luminose che si manifestavano sulle sue sponde al sopraggiungere dei temporali. Riguardo queste entità naturali rimandiamo alle dirette testimonianze di coloro che, fino alla metà del 1900, le avevano ripetutamente vedute.
Così scrive l’autore ortese Renato Verdina nel 1942:

Dice il Cotta (1645 – 1719): “Piamente si crede che dai meriti di questi Santi tutelari divenga quello stupendo prodigio che appare nell’Isola e per essere familiare agli isolani, non viene da loro ammirato ed è che qualunque volta i temporali notturni minacciano disgrazia a questi camparelli (territorii) appaiono sul campanile alcune fiammelle (ora più ora meno, ma non mai più di cinque) di luce fosca e vi risplendono sino al cessare della minaccia.
La prima comparsa loro è sulle croci della torretta della facciata, indi volano al campanile, e perlopiù si posano sui rami d’ulivo benedetto ivi esposto.”
Scrive anche il Bonino sempre su tali fiammelle: “Una cosa prodigiosa non men che divota si osserva in quest’Isola, ed è che essendo il tempo turbato di notte, o quando i temporali nel tempo dell’estate sono già formidabili e minacciosi si vedono alcune fiaccole accese o sopra la Cupola della Chiesa o sopra del Campanile, alle volte cinque ed alle volte più e si mantengono accese fin tanto che il temporale o turbine dura e cessato che è, spariscono.
Questo pertanto è verissimo ed io che lo scrivo più volte ne sono stato testimone di veduta e molti che non lo credevano si sono poi chiariti con restarne appieno soddisfatti (…)”.
Viva è tuttora nell’animo dei Rivieraschi e negli Ortesi la tradizione e il Podestà di Orta avv. Galli ha voluto ricordarla in una suggestiva festa serale agostana, denominata appunto delle fiammelle: a miriadi in quelle sere di sogno vengono fatte vogare piccole luci sulle acque lacustri: tributo di mille anime alle cinque Luci Sante dell’Isola sacra.
” (8)

Le Fiammelle che compaiono sul campanile della chiesa poco prima delle tempeste, ponendosi quasi a guardia dell’isola, sembrano simili alle molte luci fluttuanti, grandi o piccole, che erano solite apparire in diverse zone e paesi, specialmente in posti solitari, silenziosi e immersi nella natura, e che in Italia settentrionale erano conosciute con il nome di Lusuri, Culès, o in altri modi ancora. (9)
La loro presenza sull’Isola di San Giulio potrebbe quindi indicare l’emanazione di un’energia naturale particolarmente armoniosa e potente, ovvero apprezzata dalle misteriose entità sottili, oppure di certe condizioni energetiche che forse si creano o crescono d’intensità in prossimità dei temporali, richiamandole a comparire.

Quello che sembra certo è che questa piccola isola che sorge al centro del Lago d’Orta, talvolta chiara e illuminata dai raggi di sole, talaltra quasi invisibile fra le fitte nebbie invernali, non è un luogo come tutti gli altri, ed è facile immaginarla come doveva essere un tempo, quando il possente monastero e le ville che la affollano non erano ancora stati costruiti, e sulla sua superficie non vi erano che alberi, acqua e rocce.
Eppure, nonostante il suo aspetto sia cambiato, ancora oggi è riconosciuta come sacra. I suoi misteri non sono mai stati svelati, e al contempo, pur mutando forma, sono rimasti vivi.
Fra le sue acque e sotto la sua umida terra, lo spirito del drago respira ancora.


***

Come un filo d’erba tra la scalea di un sagrato.
Su queste pietre ove si spegne ora l’ultimo raggio del sole al tramonto.
Andiamo verso il lago. Si stemperano le tinte di viola d’oro nelle acque.
Calano le ombra leggere.


Gino Rotondi, Ville e paesi tra le terre del Verbano Cusio e Ossola, 1975


Note:

1. Cfr. Michelle Beghelli, La basilica di San Giulio, la chiesa di San Lorenzo e la cristianizzazione della zona del Cusio: fonti letterarie e archeologiche, pag. 164 e nota 22.

2. Fiorella Mattioli Carcano, Atti del Convegno Da San Giulio a San Giorgio Draghi e Basilischi dalle Alpi alla Cina, Pettenasco, Giugno 2003, pagg. 11 e ss.

3. Ibidem; Fiorella Mattioli Carcano, I salmi, pellegrinaggi all'Isola, in AA.VV., San Giulio e la sua isola.
In foto il drago processionale - Fotografia fornita dal FAI:



4. Touring Club Italiano, Luoghi dello spirito, pag. 27.

5. L’intento delle monache di devolvere la preghiera e il lavoro manuale al servizio del divino e della bellezza è stato espresso dalla badessa del Mater Ecclesiae, Madre Anna Maria Cànopi.
Anche la sfera del tempo trascorso sull’isola è sacra. “Isolamento, ma non solitudine. (…) Silenzio, ma non vuoto. Il tempo e lo spazio vissuti secondo una dimensione diversa da quella del mondo esterno. ‘Qui il tempo è kairos, non kronos. È tempo di grazia, non cronologico’.” (Madre Anna Maria Cànopi, 24 Aprile 1931 - 21 Marzo 2019)
Cfr. Anna Pozzi, La repubblica delle libere monache. Reportage nel monastero dell’Isola di San Giulio

6. Cfr. Nicola Fantini, Laura Pariani, Il lago dove nacque Zarathustra

7. Ibidem

8. Cfr. Renato Verdina, La leggenda delle fiammelle sull’Isola di San Giulio, in Turismo, Luglio-Agosto 1942:

9. Simili apparizioni luminose erano note anche in Val d’Aosta, nella Valle del Lys, e in numerosi altri luoghi. Per approfondire vedi Laura Rimola, Le misteriose Luci notturne, nota al testo Le Streghe del Monte Ciamoseira, di Clorinda Vercellin: ; e Alberta Dalbosco e Carla Brughi, Entità Fatate della Padania, pagg. 143-146.


Bibliografia

AA.VV., Piemonte, Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Milano, 1976
AA.VV., San Giulio e la sua isola, Interlinea, Novara, 2000
Beghelli Michelle, La basilica di San Giulio, la chiesa di San Lorenzo e la cristianizzazione della zona del Cusio: fonti letterarie e archeologiche, in Esglésies rurals a Catalunya entre l’Antiguitat i l’Edat Mitjana (segles V-X), a cura di O. Achón, P. De Vingo, T. Juárez, J. Miquel, J. Pinar, Taula Rodona, Esparreguera - Montserrat 25-27 Octubre de 2007 - Bologna 2011
Corrain Cleto, Zampini Pierluigi, Documenti etnografici e folkloristici nei diocesani italiani, Forni, Bologna, 1970
Dalbosco Alberta e Brughi Carla, Entità Fatate della Padania, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1993
Fantini Nicola, Pariani Laura, Il lago dove nacque Zarathustra. Guida letteraria di Orta, Interlinea, Novara, 2018
Galli Gabriele, Il piccolo mondo del lago d’Orta, Alberti Editore, ??? 1987
Gatto Chanu Tersilla, Leggende e racconti popolari del Piemonte, Newton Compton Editori, Roma, 2017
Mattioli Fiorella, Atti del Convegno Da San Giulio a San Giorgio Draghi e Basilischi dalle Alpi alla Cina, Pettenasco, Giugno 2003
Pozzi Anna, La repubblica delle libere monache. Reportage nel monastero dell’Isola di San Giulio, Ortanet, 12 Settembre 2015
Rimola Laura, La Regina dei Serpenti. Raccolta di fiabe, leggende e racconti popolari, Pettirosso Edizioni, Novara, 2017
Rotondi Gino, Ville e paesi tra le terre del Verbano, Cusio e Ossola, Piero Gribaudi Editore, Torino, 1975
Touring Club Italiano, Luoghi dello spirito, testi di Selmi Luca con Colombai Orietta, Rigoselli Mady, Touring Editore, Milano, 2004
Verdina Renato, La leggenda delle fiammelle sull’Isola di San Giulio, in Turismo, Luglio-Agosto 1942:
Verdina Renato, Orta e la sua riviera: notizie di storia e d'arte secondo nuove ricerche, con l'aggiunta di itinerari turistici della riviera, Arti Grafiche Vercelli, Vercelli, 1963

EcoMuseo Cusius - EcoMuseo del Lago d’Orta e Mottarone
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