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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

Le Fate Guardiane di Issime
Martedì, 19 Marzo 2019 - 14:34 - 1747 Letture
Luoghi LE FATE GUARDIANE DI ISSIME
Tra leggenda e realtà


Le buone Fate a Issime
Leggenda valdostana raccolta e trascritta da Jean Jacques Christillin

Ai tempi in cui le fate abitavano le montagne, c’erano ad Issime (1) due fate benefiche che rendevano grandi servizi alla gente del paese. Una di queste si era stabilita in una grotta ad ovest dei due graziosi laghi che si trovano sulle alture del vallone di San Grato. Questi laghetti rimangono a sinistra salendo verso il colle del Dondeuil, che mette in comunicazione Issime con Challant.

Molto sovente questa fata abbandonava la grotta per recarsi alla frazione di Pressevin al limite del vallone. Si fermava sopra una roccia che domina a picco il bacino di Issime, da dove poteva scorgere tutto ciò che accadeva nel paese.
L’altra fata aveva scelto come sua dimora una caverna nei dintorni del lago Leytier. Questo lago, puro come il cristallo, si trova nella parte superiore del vallone di Türradju, ad est di Issime. Come la prima, anche questa fata lasciava di frequente il suo alto rifugio per trasferirsi nella parte inferiore del vallone sopra una cornice di roccia, vicino al torrente Türradjumbach. Da questo posto, i suoi occhi abbracciavano Issime in quasi tutta la sua ampiezza. Niente poteva passare inosservato alle due buone fate quando venivano ad occupare questi posti situati ai due fianchi e allo sbocco del vallone.
Le due fate univano i loro sforzi per proteggere il paese e per scongiurare qualsiasi evento funesto per gli abitanti della valle che erano, per così dire, sotto la loro protezione. Talvolta esse facevano sentire dei canti melodiosi e allora era un segno di prosperità e di felicità; ma, all’avvicinarsi di una tempesta o di qualche spiacevole avvenimento, esse mandavano delle grida di disperazione e s’incoraggiavano reciprocamente a fare degli sforzi per evitare qualsiasi disgrazia.
Si racconta che sia stata la fata di Türradju che abbia fatto sgorgare allo chalet di Crédémy una limpida sorgente, gradevole e benefica.
Si assicura tuttavia che la fata di Pressevin fosse molto più potente della sua compagna.
Nel 1347, il giorno di San Giacomo, la maggior parte degli abitanti di Issime si trovava riunita in chiesa per festeggiare il patrono, quando udì la fata di Pressevin urlare con tutte le sue forze: “Mentre voi pregate in chiesa, tutte le mucche del vallone di San Grato stanno per passare il colle del Dondeuil. Venite senza tardare un istante! Venite!”
Una banda di ladri e di stregoni, approfittando dell’assenza dei montanari che si erano recati alla messa, avevano stregato le mucche che correvano in preda alla follia in direzione del colle. Tutti gli uomini uscirono dalla chiesa e presero correndo il cammino della montagna, ma la buona fata prevedendo che non sarebbero arrivati in tempo, si era già portata presso lo chalet di Mühnes. Da lassù essa gridò alla mucca Teltscha che, a capo della mandria, aveva raggiunto il colle:

“Teltscha, Teltscha,
Siebenurun d’ältschta,
Drehedich um und brich Tzchantemen!”

Teltscha, Teltscha,
la maggiore di sette mucche,
girati su te stessa e rompi l’incantesimo!


La mucca girò un istante su se stessa, poi cadde con il corpo diviso in due parti. La testa rotolò sul versante di Issime e il corpo dalla parte di Challant. Il sacrificio di una mucca aveva rotto l’incantesimo. Tutte le altre, più di cento, ritornarono tranquillamente alle loro stalle.
Pochi anni dopo questo avvenimento memorabile, le due buone fate furono vinte da altre due fate più potenti, che si installarono nelle loro stesse dimore. Ma tanto le altre facevano del bene, tanto queste erano cattive e da allora la gente di Issime ebbe a soffrire ogni sorta di mali.
Un giorno, verso la fine del mese di luglio, il cielo si oscurò ad un tratto di nuvole minacciose e un temporale spaventoso scoppiò su Issime. La grandine si abbatté sulla campagna con grande disperazione degli abitanti che si vedevano ridotti in miseria da un momento all’altro.
Mentre gli elementi si scatenavano con furore, si udì la fata di Türradju gridare a quella di Pressevin: “Forza, forza! Che la grandine falci e rompa tutto!”
E l’altra le rispose: “Sono quasi senza forze, mi tormentano, mi fermano… La grande pala del capoluogo, la “chiacchierona” del Kreuz, la “raganella” del Buard e lo “Stumpfal” del Corno m’impediscono di far grandinare!” (2)
Le due fate malvagie, vedendo i loro sforzi paralizzati da una potenza superiore, abbandonarono presto le loro caverne e si trasferirono in altre contrade.
Allora la popolazione della valle cominciò un’era nuova, prospera e felice. (3)


Note:

1. Issime è un grazioso paesino valdostano che sorge proprio accanto al torrente Lys. Con queste parole appassionate l’autore Jean Jacques Christillin lo descrive nel brano introduttivo alla leggenda sopracitata: “La roccia si alterna ovunque con la prateria e ovunque degli alberi sparsi come bambini gioiosi interrompono l’uniformità dei campi e addolciscono le frastagliature della montagna. Alla sua ombra si estende la piccola pianura verde di cui il Lys rispetta la tranquillità. È un nido fresco e ombroso incassato in un quadro di montagne tormentate, di cime e di burroni selvaggi. ” (Cfr. Jean Jacques Christillin, Leggende e racconti della Valle del Lys, pag. 98)

2. Il significato di questi simboli è spiegato nella nota al testo originale, a cura di Jean Jacques Christillin: “La cattiva fata si serviva di questi termini dispregiativi per indicare le campane che venivano suonate in quel momento per scongiurare il flagello. Erano la grande campana della chiesa e quelle delle cappelle di San Grato al Kreuz e di Santa Margherita al Buard; lo «Stumpfal» (palo o ceppo) era una croce che era stata innalzata sul monte Corno. Le campane benedette e la croce ostacolavano il furore degli elementi e impedivano alle fate malfattrici di continuare la loro opera di distruzione. ” (Cfr. Jean Jacques Christillin, Op. cit. , pag. 100)

3. Tratto da Jean Jacques Christillin, Leggende e racconti della Valle del Lys, a cura di Laura Bassi Guindani, Edizioni Guindani, Gressoney St. Jean - Aosta, 1988, pagg. 98-100.


***

Le Guardiane di Issime
Ipotesi dell’esistenza di una antica tradizione femminile


La leggenda qui riportata racconta di un epoca in cui il paesino valdostano di Issime – Eischeme in lingua walser – era posto sotto la protezione di due fate benefiche, che vivevano rispettivamente sulle alture a occidente e a oriente del limpido torrente Lys.
Queste donne ultraterrene vegliavano sui valligiani, proteggendone il bestiame, mettendoli in guardia da ogni sorta di pericolo, facendo zampillare sorgenti purissime perché si dissetassero, e dispensando armonia e felicità con il loro armonioso canto. La loro presenza era percepita come una benedizione dagli antichi issimesi, e questo ordine naturale e benefico sopravvisse a lungo, fino a quando le buone fate, così dice la leggenda, vennero subentrate da altre due fate, le quali erano al contrario perfide e ostili, e piuttosto di proteggere le proprie genti si divertivano a tormentarle.
Nel tentativo di scatenare una terribile tempesta di grandine, le due fate malvagie vennero trattenute e i loro sforzi vanificati da alcuni simboli cristiani: tre campane che presero a suonare per combattere i loro oscuri poteri e la croce che stagliava sulla cima del Monte Corno. A seguito di questo avvenimento, le due donne si ritennero sconfitte e abbandonarono per sempre le loro montagne.
Questo racconto popolare, raccolto da Jean Jacques Christillin alla fine del 1800 e pubblicato nel 1901 nella sua opera Dans la Vallaise - Légendes et Récits recueillis sur le bords du Lys, potrebbe essere semplicemente una favola inventata dai vecchi montanari e narrata accanto al fuoco nelle fredde nottate invernali, eppure alcuni particolari presenti fra le sue righe, così come l’individuazione estremamente precisa dei luoghi in cui essa si svolge, sembrano rimandare a una realtà lontana ma concreta, e potrebbero suggerire l’esistenza di una tradizione femminile che si mantenne inalterata per molto tempo e che venne infine sconfitta ed eliminata dalla religione cristiana. Allo scopo di dimostrare, non tanto l’esattezza di questa ipotesi, di per sé non documentabile, ma almeno la sua plausibilità, proveremo ad analizzare gli elementi cardine della leggenda.

Innanzitutto, è importante individuare con esattezza i luoghi nei quali si dice che le due fate avessero vissuto e dai quali vegliavano sulle proprie genti. Col trascorrere del tempo, questi hanno infatti mutato lievemente il nome, pur restando facilmente individuabili.
La fata di Pressevin, che la leggenda dice si fosse stabilita “in una grotta ad ovest dei due graziosi laghi che si trovano sulle alture del vallone di san Grato”, doveva abitare proprio vicino a quelli che oggi sono chiamati i Piccoli Laghi, o Siaua. Questi specchi d’acqua purissima, che appaiono proprio sulla sinistra quando dal paese di Issime si percorre il Vallone di San Grato, salendo verso il Colle Dondeuil, sono composti da un bacino piuttosto grande, uno piccolo, e svariati altri laghetti talmente piccoli che talvolta si seccano e scompaiono, per poi ricomparire dopo copiose piovute o nevicate.
La fata di Türradju, invece, si vuole vivesse in un’altra grotta abbarbicata sulle montagne opposte, nei pressi di un laghetto cristallino chiamato Leytier, “nella parte superiore del vallone di Türradju”. Quest’ultimo è oggi il Vallone di Tourrison – Turradjiu o Türrudschun – e il torrente Türradjumbach accanto al quale la bella fata si spingeva per osservare il paese di Issime è l’omonimo torrente Tourrison, chiamato anche Turradjunbach o Türrudschunbach – dove la parola tedesca bach significa semplicemente “torrente”.
La “limpida sorgente gradevole e benefica” che questa fata aveva fatto sgorgare nei pressi dello “chalet di Crédémy”, potrebbe scorrere ancora sull’alpeggio di Credemi, mentre lo “chalet di Mühnes”, dove si era precipitata la fata di Pressevin per tentare di recuperare le mucche fuggite, corrisponde alle vecchie baite dell’Alpe di Muni.
Questi luoghi, affatto leggendari, sono effettivamente adatti all’attenta osservazione del paesino di Issime, specialmente se ci si spinge su certe rocce sporgenti a picco sulle quiete sponde del Lys. Da queste elevate postazioni, le fate potevano quindi osservare la valle sottostante “in quasi tutta la sua ampiezza”, e dove gli occhi della prima non potevano arrivare, vi arrivavano quelli della seconda, e viceversa.

Stabiliti i luoghi precisi in cui la storia si svolge, si può provare a delineare chi fossero le due fate nella realtà, partendo dalla loro funzione.
Il compito al quale erano preposte, era essenzialmente quello di vegliare e proteggere Issime e i suoi abitanti. Dalle vette dove dimoravano, potevano infatti avvertire in anticipo l’avvicinarsi delle tempeste o intuire il rischio di una frana. Tenevano altresì sotto controllo le mandrie e le greggi che sostavano negli alti pascoli dei due valloni, preoccupandosi di avvisare i valligiani in caso di incidenti e fughe, e con la loro benefica presenza garantivano prosperità, armonia e benessere.
Tutte queste mansioni, presenti in numerose tradizioni popolari di tutto l’arco alpino, erano solitamente attribuite alle cosiddette salighe o donne selvatiche, donne intimamente identificate con la natura tanto da vivere in simbiosi con essa, la cui presenza era sempre foriera di abbondanza e fortuna.
Spesso scambiate per fate o semi-dee, erano associate agli antichi culti precristiani, in particolar modo quelli dedicati a certe divinità femminili delle montagne, dei boschi, dei ruscelli e dei laghi, e vivevano nelle fitte foreste, nelle grotte abbarbicate fra le vette, o nelle vicinanze di laghetti alpini e sorgenti purissime. Spesso raggiungevano i villaggi per offrire il proprio aiuto a pastori e massaie nei loro mestieri quotidiani, e in caso di pericoli imminenti, come l’approssimarsi di qualche violenta calamità naturale, correvano giù dai monti e urlavano a squarciagola per avvisare i valligiani di mettersi al sicuro. Ovvero esattamente ciò che facevano le fate di Issime.
È quindi possibile che queste due entità fatate valdostane fossero in realtà donne di conoscenza, forse salighe oppure sacerdotesse garanti dell’armonia e della prosperità della valle, che grazie alla loro sensibilità, alla loro intima conoscenza dei ritmi e dei movimenti della natura, e alla loro capacità di percepirne i segnali, di ascoltarla e interpretarla, potevano prevedere con un certo anticipo le sue manifestazioni più distruttive e avvertire le proprie genti perché si preparassero e tentassero di prevenire o limitare i danni. Per questo erano amate, rispettate, e soprattutto erano riconosciute come guardiane e protettrici dal proprio popolo.
La loro presenza costante sui valloni issimesi potrebbe però rivelare uno scenario più complesso, ovvero l’esistenza di una vera e propria tradizione. A suggerire questa possibilità vi è infatti l’elemento della trasmissione del loro ruolo.
Secondo la leggenda, le prime due fate vennero ad un certo punto vinte da altre due fate. Questa particolarità indica che il compito di guardiane era conquistabile, o semplicemente trasmettibile da fata a fata, da donna a donna, e che coloro che lo assumevano si dedicavano a propria volta a garantire la protezione e il benessere del popolo.
Se questa interpretazione fosse vera, ci troveremmo davanti a una tradizione femminile di origine antica, nella quale due donne sacre, dotate agli occhi del popolo di poteri ultraterreni, venivano scelte, o sceglievano per propria volontà, di vivere rispettivamente sul Vallone di San Grato e su quello di Tourrison, in grotte o abitazioni rustiche e semplici, e che da qui adempissero al proprio sacro compito. Questo è probabile che avesse una durata, la quale poteva essere precisa e regolare, ovvero definita in un certo numero di anni, al termine dei quali altre due donne sostituivano le precedenti in modo pacifico; oppure poteva dipendere da altri fattori, come lo stato di salute o l’invecchiamento delle due donne “in carica”, che rendeva necessario sostituirle con altre due più giovani, forti e capaci di muoversi agilmente sui terreni pietrosi, spesso ripidi e sconnessi, dei due valloni. È anche possibile che il ruolo potesse essere sottratto, ovvero vinto – come riporta la leggenda – ma è improbabile che venisse conquistato con una sorta di sfida o di combattimento, poiché questa tipologia di trasmissione di carica era propria quasi esclusivamente delle tradizioni maschili.

Appare dunque verosimile che questa ipotetica tradizione sia esistita sulle vette di Issime, e che sia stata perpetuata a lungo da donna a donna fino ai tempi in cui la nuova religione cristiana subentrò e, attraverso l’imposizione del proprio credo e dei propri simboli – come le campane e la croce – privò le antiche fate del loro potere le spinse ad allontanarsi per sempre dalle proprie montagne.
In quest’ottica è anche possibile che le ultime due fate, descritte come malvagie e devastatrici, in realtà avessero soltanto subito il processo di demonizzazione con il quale il primo cristianesimo era solito mettere in cattiva luce i culti precedenti, e coloro che li rappresentavano. Così, da benefiche donne oltremondane, o considerate tali, che potevano intuire e prevedere le calamità naturali, preoccupandosi per l’incolumità delle genti e degli animali, divennero esse stesse impietose fautrici di tali sciagure, nello stesso modo in cui le antiche sacerdotesse che si prendevano cura della propria comunità, garantendo armonia e prosperità, vennero tramutate in orribili streghe che scatenavano tempeste, devastavano i raccolti, nocevano alle persone e provocavano epidemie e moria del bestiame.

Un ultimo interessante elemento della nostra leggenda si trova nell’azione magica che la fata di Pressevin compie per salvare la mandria in fuga oltre il Colle Dondeuil. La formula, pronunciata nell’antico dialetto germanico del popolo walser, provoca infatti la morte della mucca più anziana, che attraverso il suo sacrificio salva tutte le altre.
Questo particolare ricorda certi rituali sacrificali, ampiamente attestati in molti culti precristiani, che venivano praticati a scopo propiziatorio, o in questo caso apotropaico e risanante. Si potrebbe quindi supporre che in caso di estrema necessità le donne fatate di Issime praticassero sacrifici rituali allo scopo di prevenire disgrazie peggiori, o vere e proprie stragi di bestiame, e che uno di questi riti prevedesse l’immolazione di una mucca e l’offerta del suo corpo, che suddiviso in due parti veniva gettato dal colle Dondeuil: la testa sul versante di Issime e il resto del corpo sul versante opposto che scende verso Challant.
Per quanto questi rituali siano ad oggi giudicati cruenti ed eccessivi, essi vanno chiaramente considerati nell’ottica del tempo e nel contesto di forme cultuali vicine alla natura ma talvolta sanguinarie e violente.

Che le fate di Issime fossero realmente donne sapienti vicine al reame spirituale – quindi considerate esse stesse ultraterrene – che facevano parte di una tradizione femminile in cui si succedevano a coppie e assumevano il sacro ruolo di guardiane e protettrici del popolo, è possibile, può essere credibile, ma non è in alcun modo dimostrabile. E per quanto sia risaputo che tutte le leggende hanno un fondo di verità, o si sono sviluppate da avvenimenti e scenari storicamente esistiti, non vi è alcuna prova che possa verificare quanto qui ipotizzato.
Quel che si può affermare con una certa sicurezza è che sulle vette intorno a Issime siano esistiti per lungo tempo culti dedicati al sacro femminino, probabilmente rappresentati e mantenuti vivi dalle donne, e rivolti alle dee delle montagne, della neve, dei ghiacci, delle rocce, delle sorgenti, dei boschi, ma anche della guardia, della prosperità e del benessere di persone e animali. Queste divinità sono infatti sopravvissute in epoca cristiana mutando appena il loro aspetto e il loro nome, e hanno continuato ad essere onorate negli stessi luoghi, o in prossimità di essi. Nella zona a destra del torrente Lys è infatti presente una chiesetta dedicata alla Madonna di Loreto, una vergine nera simile alle molte venerate in tutta la zona della Valle del Lys – in particolar modo nel vicino Santuario di Oropa – che è ritenuta uno dei maggiori simboli dell’antica Dea Madre; mentre sulle alture della sponda opposta è indicativa la presenza di una cappella dedicata alla Madonna della Neve. Ma soprattutto è interessante che poco più a sud, nel territorio di Perloz, sorga una piccola chiesa dedicata alla Madonna della Guardia, una delle più evidenti derivazioni della dea delle alture montane, ovvero la guardiana divina per eccellenza, che dalle cime più elevate tutto vede, tutto conosce, e con ogni cura veglia sugli abitanti della valle.
In una zona non lontana da quella in cui, secondo la leggenda, vivevano le fate guardiane, la presenza di questo santuario non può essere casuale.

Se possa esserci qualcosa di vero in quanto sinora esposto, non è dato sapersi, poiché potrebbe trattarsi in egual modo di una interpretazione realistica o di un mero vaneggiamento.
Ciò che più importa è la sopravvivenza stessa di questa ispirante e bellissima leggenda, che racchiude in sé tutte le possibilità e ricorda quei tempi passati in cui sogno e realtà coesistevano.
Tempi in cui le fate camminavano in mezzo agli uomini e le dee erano più vicine di quanto si possa immaginare.
Tempi in cui fiorirono i miti che noi oggi consideriamo fantasie, ma che forse sono molto più reali della nostra realtà.


***

Seguono alcune fotografie dei luoghi di cui parla la leggenda.

Il Vallone di San Grato



I Piccoli Laghi Siaua



Il Vallone Tourrison



Mucche che pascolano sul Colle Tourrison




Bibliografia

Christillin Jean Jacques, Leggende e racconti della Valle del Lys, a cura di Laura Bassi Guindani, Edizioni Guindani, Gressoney St. Jean - Aosta, 1988
Paregger Moidi, Risé Claudio, Donne Selvatiche, Sperling e Kupfer, Milano, 2006
Valle d’Aosta - https://www.lovevda.it/it

Immagini: Tutte le fotografie sono state reperite sul web e appartengono ai legittimi proprietari


Testo e ricerca di Laura Violet Rimola. Questo testo non può essere riprodotto né utilizzato in alcun modo e con alcun mezzo senza il permesso scritto dell'autrice e senza citare la fonte.


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