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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

Rosaspina
Venerdì, 18 Maggio 2018 - 02:19 - 4455 Letture
Racconti Quella qui proposta è la traduzione della versione originale della fiaba Rosaspina, ovvero la più pura e intatta poiché non rielaborata dai diversi autori che nel corso degli anni ne proposero numerose varianti. Segue al racconto la preziosa nota redatta dai Fratelli Grimm, che accosta la fiaba all’antico mito norreno di Brunhilde e Sigurd. La traduzione e la nota finale sono a cura di Alessandro Zabini.



Un re e una regina non potevano avere figli e desideravano moltissimo averne uno. Poi, un giorno, mentre la regina sedeva al bagno, un granchio strisciò fuori dell’acqua, giunse a terra, e disse: «Presto il tuo desiderio sarà esaudito e tu darai alla luce una figlia».

In verità, questo è ciò che accadde, e il re fu così felice della nascita della principessa, che la celebrò con una grande festa e invitò anche le fate che vivevano nel suo reame. Tuttavia possedeva soltanto dodici piatti in oro, mentre le fate erano tredici in tutto, quindi fu costretto a escluderne una.

Le fate si recarono al ricevimento e alla conclusione dei festeggiamenti offrirono alcuni doni alla bambina. La prima le promise virtù, la seconda le donò bellezza, e le altre regalarono tutte le cose splendide che si potevano desiderare al mondo, ciascuna offrendo qualcosa di magnifico. L’undicesima fata aveva appena annunciato il suo dono quando apparve la tredicesima fata, la quale, furente per non essere stata invitata alla festa, gridò: «Poiché non mi avete chiesto di partecipare a questa celebrazione, vi dico che quando avrà compiuto quindici anni vostra figlia si pungerà con un fuso e stramazzerà morta».

I genitori ne furono terrificati, tuttavia la dodicesima fata, la quale non aveva ancora pronunciato il suo augurio, disse: «La fanciulla non morirà. Semplicemente cadrà in un sonno profondo per cento anni».

Sperando di proteggere la sua cara bambina, il re emanò un’ordinanza secondo cui tutti i fusi dell’intero reame avrebbero dovuto essere distrutti e banditi. Nel frattempo la principessa crebbe e divenne prodigiosamente bella.

Un giorno, quando la principessa aveva appena compiuto il suo quindicesimo anno, il re e la regina se ne andarono, lasciandola tutta sola nel castello. Così la fanciulla vagò per tutto il palazzo a suo piacimento, seguendo il desiderio del proprio cuore, e nel passeggiare di stanza in stanza giunse a una vecchia torre. Una scala stretta vi saliva. Incuriosita, ella vi si avventurò, e la salì finché giunse a una porticina. Una piccola chiave gialla era infilata nella serratura. Quando la principessa la girò, la porta si spalancò. Così ella si trovò in una stanzetta in cui vide una vecchia seduta a filare lino. Attratta dall’anziana donna, provò subito grande simpatia per lei, e scherzò con lei, e disse che le sarebbe piaciuto mettere alla prova almeno una volta la propria abilità nel filare. Così prese il fuso dalla mano della vecchia, e non appena lo toccò ne fu punta e crollò in un sonno profondo.

Nello stesso istante il re ritornò al castello con tutto il suo seguito e tutti iniziarono a cadere addormentati, i cavalli nella stalla, i piccioni sul tetto, i cani nel cortile e le mosche sulle pareti. Persino il fuoco che ardeva nel camino languì, finché smise di muoversi e cadde addormentato. L’arrosto cessò di sfrigolare, e il cuoco lasciò andare il giovane sguattero che stava per acciuffare. La domestica lasciò cadere il pollo che stava spennando e crollò addormentata. Così si addormentarono tutti. E un roveto spuntò intorno a tutto il castello e crebbe sempre più alto e sempre più alto, finché non fu più possibile vederne nulla.

Vi furono principi i quali sentirono parlare della bella Rosaspina e vennero a cercarla con l’intento di liberarla, tuttavia non riuscirono ad addentrarsi nel roveto. Come intrecciate le une alle altre, le spine si conficcarono saldamente nelle loro mani. I principi vi rimasero impigliati e perirono miseramente. Tutto ciò continuò così per molti e molti lunghi anni, finché un giorno arrivò a cavallo un principe, in viaggio attraverso il paese, e un vecchio gli disse della credenza secondo cui oltre il roveto c’era un castello all’interno del quale era addormentata una principessa prodigiosamente bella con tutta la famiglia reale e con tutta la sua corte. Suo nonno gli aveva detto che molti principi erano arrivati e avevano tentato di addentrarsi nel roveto, però vi erano rimasti impigliati ed erano periti appesi alle spine, trafitti a morte.

«Questo non mi spaventa», disse il principe. «Mi addentrerò nel roveto, troverò un passaggio e libererò la bella Rosaspina.»

Così vi si recò, e quando giunse al roveto, non trovò altro che fiori. I rovi trasformati si aprirono al suo passaggio e lui li attraversò, e man mano che procedeva, i fiori si trasformavano di nuovo in rovi e si richiudevano alle sue spalle. Così il principe arrivò al castello. I cavalli e numerosi cani da caccia di razze diverse dormivano nel cortile. I piccioni, con le testoline infilate sotto le ali, erano appollaiati sul tetto. Quando il principe entrò nel castello, le mosche dormivano sulle pareti come il fuoco in cucina, insieme al cuoco e alla domestica. Dormivano tutti. Continuando a camminare, egli trovò tutta la servitù addormentata. Ancora più oltre trovò addormentati il re e la regina, con tutta la famiglia reale. Ovunque la quiete era così profonda che egli poteva udire il proprio stesso respiro.

Infine il principe giunse alla vecchia torre in cui Rosaspina giaceva addormentata e fu così meravigliato della sua bellezza che si curvò a baciarla. Subito dopo ella si destò, e con lei si risvegliarono il re e la regina, e tutta la famiglia reale e la servitù, e i cavalli e i cani, e i piccioni sul tetto, e le mosche sulle pareti, e il fuoco si ridestò. In verità, il fuoco avvampò, e cucinò l’arrosto finché ricominciò a sfrigolare, e il cuoco tirò uno scapaccione allo sguattero, e la domestica terminò di spennare il pollo. Poi il matrimonio del principe con Rosaspina fu celebrato in grande splendore, e gli sposi vissero a lungo felici, fino alla fine dei loro giorni.

***

Nota dei Fratelli Grimm

Dall’Assia. La fanciulla che giace addormentata in un castello cinto da un muro di rovi, fino a quando è liberata dal principe giusto, dinanzi al quale si aprono le spine, è la dormiente Brunhilde, la quale, secondo le antiche saghe norrene, è circondata da un muro di fiamme attraverso cui nessuno può aprirsi la strada con la forza tranne Sigurd, che la desta. Il fuso con cui si punge, e che la induce a sprofondare nel sonno, è la «spina del sonno» con cui Odino trafigge Brunhilde (v. «Edda Saemundar», II, 186). Nel «Pentamerone» (V, 5) è una lisca di lino. Vedere «La belle au bois dormant», in Perrault. Il sonno di Biancaneve è simile. Sia la storia italiana sia la storia francese hanno la conclusione che manca nella tedesca, però appare in «The Wicked Stepmother» («La matrigna cattiva») (v. «Frammenti», n. 5). E’ notevole che nonostante le considerevoli varianti Perrault e Basile (l’unico a preservare il bell’episodio del bambino che estrae la lisca di lino succhiando il dito della madre addormentata) concordano sui nomi dei gemelli, che nel «Pentamerone» sono chiamati Sole e Luna, e in Perrault Giorno e Alba. Questi nomi ci ricordano quelli di Giorno, Sole e Luna che appaiono giustapposti nella genealogia dell’«Edda».


Nota al testo
di Alessandro Zabini

Questa versione di «Rosaspina», contenuta nella prima edizione delle «Fiabe del focolare», pubblicata nel 1812, è la versione originale della fiaba, scelta perché è la meno rielaborata dai fratelli Grimm ed è diversa da quella dell’ultima edizione (1857), contenuta nella prima traduzione italiana integrale dell’opera (Jacob e Wilhelm Grimm, «Fiabe», Prefazione di Giuseppe Cocchiara, Traduzione di Clara Bovero, Torino, Eunaudi, 1951), più volte ristampata e divenuta ormai classica. La nostra versione è basata sulle traduzioni inglesi di D. L. Ashliman, della University of Pittsburgh, curatore della Grimm Brothers’ Home Page, e di Jack Zipes, da «The Golden Age of Folk and Fairy Tales: From the Brothers Grimm to Andrew Lang», Indianapolis/Cambridge, Hackett Publishing Company, 2013.
La Nota dei fratelli Grimm è tradotta dalla versione inglese contenuta in «Grimm’s Household Tales», With the Author’s Notes, Translated from the German and Edited by Margaret Hunt, With an Introduction by Andrew Lang, 2 voll., London, George Bell and Sons, 1884, I, pp. 197-200, 404-405.

La traduzione qui proposta è a cura di Alessandro Zabini.
È vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso scritto del traduttore e senza citare la fonte.


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Re: Rosaspina (Punti: 1)
da fairymoon 13 Dic 2018 - 09:27
(Info utente | Invia il messaggio) http://ladimoradellasignoradelbosco.blogspot.com/)
Amo molto questa fiaba, racchiude un tesoro di simboli tutti da studiare. Grazie, un dono splendido.



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