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Magia e Stregoneria in Garfagnana
di Oscar Guidi

 

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Il Tempio della Ninfa

Canto della Sacerdotessa Nera
Martedì, 23 Gennaio 2018 - 21:56 - 2935 Letture
Racconti Il brano che segue nasce da una visione profonda, sperimentata e descritta in forma di breve racconto dall’eccentrico studioso toscano Mario Signorelli, che riteneva di essere in contatto con i perispiriti delle antiche divinità e semi-divinità etrusche. La visione narra del suo incontro, sulle sponde di un lago, con un’antica sacerdotessa della dea Urcla – l’antica Northia etrusca, argentea divinità delle donne, della luna, delle acque, del mondo sotterraneo e del destino – la quale, incoraggiata dal suo interlocutore, narra della sua vita come ancella della dea acquatica e la sua trasformazione in bruna folaga, per sfuggire all’insistente corteggiamento del pastore Tages.

Per quanto si possa ritenere discutibile l’origine visionaria del racconto, così come il reale contatto dell’autore con lo spirito della sacerdotessa nera, l’intero brano, così come i versi pronunciati dalla donna, sono talmente belli e profondi da meritare di essere conosciuti, meditati, ricordati.




Canto della Sacerdotessa Nera

“Tra i cespi di giunchi si profila l’infida fanghiglia grigiastra, dove permane l’ultimo avanzo del Lago Valdimone…
(…) Più volte ho vagato presso i malsicuri giuncheti, dove mi spingeva l’insaziabile smania di conoscere le vicende di quel famoso lago, di cui avanza oggi solo un breve lembo.
Nel meriggio cupo di nubi stratificate, tanto adatto alla melodia dei fauni e dei satiri, erro, come sempre solo, apparentemente solo, sulle rive del lago. Non so se attribuire al pensiero assillante o al fato, che ormai grava su di me con volgere infallibile, la percezione di una melodia indistinta, proveniente dalle acque melmose…
Dolce voce di donna, non visibile al mio occhio di umano, modulava una nenia triste, ferma su tre ricorrenti note, tenendo ad articolarsi in sillabe, quindi in parole:

Accogli, benigna Urcla,
Il mio canto devoto. Lo depongo
Nelle acque del tuo regno, che attirano
I corpi e soggiogano le anime
Incatenandole. Perché non mi porti
Nel tuo atrale dominio ad assaporare
Tutta la dolcezza di quei lidi beati?
Non sono ancora degna di trascorrere
Con te le notti eterne dell’oblio?


Gli accenti pastorali dell’organo a bocca tirrenico, la campestre “siringa”, commentando la monodia, si dimostrano sconsolatamente profondi e consoni, al canto di donna, che mi riconduce ad altra esistenza.

Vorrei essere quell’umile arzavola
Che sorvola lo specchio e tuffarmi
Con l’airone il capo nel fango,
Ove è l’alito delle tue orme divine.
Così Urcla, in comunità con te,
Mi sembrerebbe di divenire
Immensamente felice, scordandomi
D’essere stata un giorno un’umana,
per cangiarmi oggi in una dea…


Mi appresso ancora di più alla sponda infida, quasi rischiando di cadere nelle acque, ma il senso del pericolo non è più in me: reso sicuro, spavaldamente sicuro, dal contatto con i perispiriti invadenti…
La nenia sconsolata e devota prosegue, diffondendosi sulle acque:

Sempre ti ho invocata,
Regina dei gorghi profondi, madre
Di tutte le donne etrusche,
Che tu amorevolmente conduci
Verso i pascoli dell’Atre.
Qui le erbe incantate
Della melisendra e del cardo turchino
Perennemente fioriscono, per saziare
La nostra fame di verità
.”

Il canto si alterna al suono, fatto più insistente, della siringa pastorale, mentre si può intravedere nella foschia della sera prossima la sagoma d’un fanciullo innocente, che si cela dietro i cespi di ranuncoli dorati…

Sento salire il tuo richiamo, o Dea,
Dalle tenebre confortanti:
L'ho raccolto e studiato
Con cura per ripeterlo estasiata
Alle mie compagne degli avelli.
Esse sono tornate con me a rivivere
La breve parentesi umana,
Per assaporare fino all'ultimo
La coppa della tua rivelazione
.”

Ora non posso più resistere e mi accingo a chiamare la dolce cantatrice delle acque immote, nella speranza che voglia narrarmi qualcosa di lei, della sua vita d’un giorno…
– Ho ascoltato con voluttà le tue pure espressioni, ninfa delle acque lacustri: posso chiedere il tuo nome? –
Lo specchio s’increspa per lasciar scorgere il capo nerastro d’una folaga, emersa dal Vadimone.
– Solo la voce di donna mi è rimasta: per il resto sono uccello lacustre, per volere di Urcla, che mi ha dato questa forma, quando mi concede di riapparire dall’aldilà…
Ero la sua prediletta sacerdotessa, nomata Bèra, bruna di carnagione e dalle chiome nere, come tutte le etrusche: gli occhi cerulei intensi. La prima a onorare la Dea degli abissi, la più costante e obbediente, consacrata con vincolo infrangibile al suo culto: la perenne verginità sarebbe stata olocausto alla pietà divina.
Ma un giorno, su queste stesse rive che si distaccavano dalla distesa senza fine del Vadimone, conobbi un fanciulletto, piacevole e procace, che talvolta mi accostava, pasturando il gregge dei montoni moretti riservati a Velthe.
L’innocua compagnia di quel bambino senza malizia mi rendeva più liete le ore di riposo, quand’io scherzavo con lui, riuscendo a immedesimarmi nei suoi giuochi infantili…
Il fanciulletto cresceva col volgere dei mesi e degli anni: abbandonava più di frequente il branco dei montoni a se stesso, per essermi vicino. Ora il suo giuoco si faceva assai prossimo a me: osando sfiorare le mie braccia ed osservare con voluttà il profilarsi dei seni dalla tunica trasparente.
Un mattino il ragazzo, d’improvviso, ardì stringermi alla vita e baciarmi con inaudita voluttà… Lo respinsi, tardivamente, rimproverandolo: “Cosa fai, Tàges? Dimentichi che sono una velthale?”.
Egli si allontanò imbronciato e sembrò aver capito la impossibilità di un tale connubio. Ma, un altro giorno, allorché nuda cospargevo di fango le gambe per poi risciacquarle, rendendole terse e lucenti, scorsi Tàges in agguato, che mi osservava con ghigno di satiro, pronto ad avventarsi su di me.
Fu qui che la comprensiva Urcla mi trasformò in folaga, liberandomi da ogni pericolo umano, per affrancarmi tra le sue creature fedeli. La seguo attraverso le involuzioni, l’invoco quando è lontana, la desidero negli attimi di sconforto: ed Urcla comprende tutto ciò, incitandomi a cantare melodie nuove, come quando avevo forma umana ed ero sua sacerdotessa.
Lui, Tàges, è ancora lì a spiare fra i giunchi, che io mi denudi da donna impudica: ecco perché le penne fortemente incerate mi stringono tutta, per impedire che la promessa verginità sia profanata, anche da un solo sguardo. –

Il giovane pastore riprende a soffiare nella sua siringa: Bèra canta le strofe rituali alla Divinità… È questa la sola comunione ideale concessa ai due esseri umani, cui venne tolto ogni pretesto di tentazione, per mantenerli nel felice limbo di anime incorrotte…

I saggi dicono che
Nella foresta v’è una bestia selvaggia,
Dalla pelle nera come l’inchiostro:
E che se qualcuno
Le taglierà la testa scomparirà
La sua negrezza per dar posto
A niveo candore.
Così tu, insano pastore, sei tornato
A essere innocente
.”

Osservo come le strofe siano anch’esse composte a diade, conformemente alla pratica tirrenica, propria di ogni manifestazione involuta, e si svolgano, con pacato ritmo, nella cadenza uniforme della melodia.

Il drago è velenoso
E tuttavia perfetto: quando vede
I nascenti raggi del sole
Sprizza intorno il suo veleno.
Ma questo si consuma nelle spire
Della coda possente e si trasforma
In balsamo prodigioso,
Capace di sanare le più putride piaghe
E di consolare il cuore senza speranza
.”

A questo punto, la melodia si dissolve, quando la folaga affonda tutto il suo corpo nella melma, per sparirvi al richiamo di Urcla: e il pastorello, beato nella sua ritrovata incoscienza, chiama i montoni riottosi, per condurli verso pascoli più sostanziosi.
Medito, avvinto dal mito, sulle verità intramontabili delle vicende alle quali gli uomini e le donne d’Etruria riuscirono talvolta a sottrarsi, per seguire il comandamento divino.”

***

Tratto da Colloqui con i perispiriti etruschi, Mario Signorelli, Edizioni Mediterranee, Roma, 1973, pp. 55-60.

***


Nota:

Nell’incontro con l’autore, la sacerdotessa nera, vergine devota dell’antica dea Northia, appare nelle sembianze di una folaga, un uccello acquatico che è facile incontrare nelle acque dei laghi, delle paludi o dei fiumi. Il suo piumaggio è di colore nero intenso e lucido, con una macchia bianca, quasi lunare, sulla fronte, mentre i suoi occhi sono rosso sangue. Questi tre colori, ritenuti sacri nell’opera alchemica, rendono la folaga da uccello comune e considerato poco degno di nota, a manifestazione vivente dell’antico percorso iniziatico. Lo stesso percorso iniziatico a cui la sacerdotessa delle acque accenna nelle sue parole poetiche e misteriose, quando descrive la bestia selvaggia dalla pelle nera – la fase di nigredo dell’opera alchemica – che decapitata – la fase di trasformazione, simboleggiata dal rosso del sangue e del fuoco – si muterebbe in niveo candore – la fase di albedo, ovvero l’opera compiuta che coincide con la sublimazione dell’anima.
Appare curioso che la folaga mostri il colore bianco proprio sulla fronte, ovvero nel punto preciso in cui si dice che coloro che hanno portato a termine positivamente il percorso iniziatico acquisiscano il dono della seconda vista. Lo stesso dono che sembra possedessero realmente le antiche sacerdotesse della Dea Madre.








Bibliografia

Colloqui con i perispiriti etruschi, Mario Signorelli, Edizioni Mediterranee, Roma, 1973


Introduzione e nota a cura di Laura Violet Rimola. Vietata la riproduzione senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.


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