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di Nicolò Targhetta, Ernesto Anderle, Eugenio Belgrado e Irene Bruno

 

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Il Tempio della Ninfa

Madre Mais
Lunedì, 28 Agosto 2017 - 16:57 - 3910 Letture
Archetipi MADRE MAIS
Leggenda del popolo Penobscot
Traduzione italiana e note a cura di Laura Violet Rimola

Quando Kloskurbeh, il Creatore-Di-Tutte-Le-Cose, viveva sulla terra, l’umanità non esisteva ancora. Ma un giorno che il sole brillava alto, apparve un giovane che lo chiamò “Zio, fratello di mia madre”.
Questo giovane uomo era nato dalla spuma delle onde, ravvivata dal vento e scaldata dal sole. Furono il soffio del vento, l’umidità delle acque e il calore del sole a dargli la vita – il calore soprattutto, perché il calore è vita.
Il giovane visse con Kloskurbeh, e divenne il suo primo aiutante.




Ebbene, dopo che questi due potenti esseri ebbero creato ogni sorta di cose, giunse a loro, quando il sole brillava alto a mezzogiorno, una bellissima fanciulla. Ella era nata dalla meravigliosa pianta terrestre, e dalla rugiada, e dal calore. Poiché una goccia di rugiada era caduta su una foglia ed era stata scaldata da sole, e il sole caldo è vita, la fanciulla si generò – dalla pianta viva e verde, dall’umidità, e dal calore.
“Io sono Amore”, disse la fanciulla. “Sono una donatrice di forza, sono la nutrice, sono colei che provvede agli umani e agli animali. Loro tutti mi amano.”
Allora Kloskurbeh ringraziò il Grande Mistero Superiore per aver inviato la fanciulla.
Il giovane, il Grande Nipote, la sposò, e la ragazza concepì e divenne così Prima Madre. E Kloskurbeh, il Grande Zio, che insegna agli umani tutto ciò che hanno bisogno di sapere, insegnò ai suoi figli come vivere.
Poi si allontanò ad abitare nel Nord, da dove tornerà ogni qualvolta ci sarà bisogno di lui.
Col tempo, la popolazione crebbe e divenne numerosa. Viveva di caccia, ma più le persone aumentavano, meno cacciagione trovavano. La stavano consumando tutta, e poiché gli animali diminuirono, la fame cadde su di loro. E Prima Madre ne ebbe pietà.
I bambini andarono da Prima Madre e dissero: “Abbiamo fame. Nutrici.” Ma lei non aveva nulla da dar loro, e così pianse. Disse: “Siate pazienti. Farò del cibo per voi, così i vostri pancini saranno pieni.” Ma continuò a piangere.
Suo marito le chiese: “Cosa posso fare per farti sorridere? Cosa posso fare per farti felice?”
“C’è soltanto una cosa che può fermare le mie lacrime.”
“Che cosa?”, domandò il marito.
“È questa: tu devi uccidermi”, rispose.
“Non potrei mai farlo.”
“Tu devi, o continuerò a piangere e ad affliggermi per sempre.”
Allora il marito partì e viaggiò lontano, fino alla fine della terra, fino al Nord, per chiedere al Grande Maestro, suo zio Kloskurbeh, cosa avrebbe dovuto fare.
“Devi fare ciò che lei vuole. Devi ucciderla”, disse Kloskurbeh.
Così il giovane tornò a casa, e quello fu il suo turno di piangere. Prima Madre gli disse: “Domani a mezzogiorno dovrai farlo. E dopo che mi avrai uccisa, lascia che due dei nostri figli prendano i miei capelli e trascinino il mio corpo sopra questo pezzo di terra incolta. Lascia che mi trascinino indietro e avanti, indietro e avanti, su ogni parte del campo, finché tutta la mia carne si sarà strappata dal mio corpo. Fatto questo, prendete le mie ossa, raccoglietele insieme e seppellitele nel mezzo del terreno. Poi lasciate questo posto.”
Sorrise, e aggiunse: “Attendete sette lune e poi tornate qui, e troverete la mia carne, carne donata per amore che vi nutrirà e vi rafforzerà per sempre.”
Così venne fatto. Il marito uccise sua moglie, e i suoi figli, pregando, trascinarono il suo corpo avanti e indietro come lei aveva comandato, finché la sua carne coprì tutta la terra. Poi presero le sue ossa e le seppellirono nel mezzo del campo. Piangendo forte, si allontanarono.
Quando il marito e i figli, e i figli dei loro figli, tornarono dopo che furono trascorse sette lune, trovarono la terra coperta di piante alte, verdi e dotate di un ciuffo. Il frutto delle piante – il mais – era la carne di Prima Madre, donata così che il popolo potesse vivere e prosperare. E le genti ne parteciparono e la trovarono dolce oltre ogni dire. Seguendo le sue istruzioni, non mangiarono tutto, ma restituirono molti semi alla terra. In questo modo, la sua carne e il suo spirito rinnovarono se stessi ogni sette mesi, generazione dopo generazione.
Nel punto in cui le ossa di Prima Madre erano state sepolte crebbe un’altra pianta, dalle foglie ampie e profumate. Era il respiro di Prima Madre, e il suo popolo udì il suo spirito parlare: “Bruciate questa pianta e fumatela. È sacra. Ripulirà la vostra mente, aiuterà le vostre preghiere, e allieterà i vostri cuori.”
E il marito di Prima Madre chiamò la prima pianta skarmunal, mais, e la seconda pianta utarmur-wayeh, tabacco.
“Ricordate”, disse egli al popolo, “e abbiate buona cura delle carni di Prima Madre, perché sono la sua bontà divenuta sostanza. Abbiate buona cura del suo respiro, perché è il suo amore trasformato in fumo. Ricordatela e pensate a lei ogni volta che mangiate, ogni volta che fumate questa sacra pianta, perché lei ha donato la sua vita così che voi possiate vivere. E tuttavia lei non è morta, lei vive: nell’Amore immortale rinnova se stessa, ancora e ancora.”


***

La leggenda è contenuta in American Indians Myths and Legends, Richard Erdoes e Alfonso Ortiz, Pantheon Books, New York, 1984, pagg. 11-13. La traduzione italiana è a cura di Laura Violet Rimola.

***


Madre Mais e il Sacrificio della Natura
Nota alla traduzione

La storia qui fedelmente tradotta è stata rinarrata attingendo da tre fonti del diciannovesimo secolo, inclusi gli studi di Joseph Nicolar, e appartiene alla tradizione dei Penobscot, un popolo nativo americano che visse nell’attuale stato del Maine.
Sebbene esistano molte varianti di questo racconto, le quali mostrano lievi differenze pur preservando sempre inalterati il significato e la conclusione del tema mitico, quella qui proposta è forse una delle più belle, poiché oltre ad essere priva di connotazioni patriarcali, mostra un profondo rispetto per la Madre divina del Nutrimento. In altre storie, infatti, l’offerta di cibo di Madre Mais al suo popolo non solo non è compresa, ma viene addirittura punita.
Questi tristi risvolti emergono in particolare da due versioni, la prima detta “dell’immolazione” e la seconda “del volo”.
Nella prima, Madre Mais è descritta come una vecchia donna rugosa, che soccorre una tribù affamata. Segretamente, produce i chicchi di mais strofinando il proprio corpo, ma quando il suo segreto viene scoperto, il popolo disgustato la accusa di stregoneria e la condanna a morte. Prima di venire uccisa – spesso si dice col suo consenso – Madre Mais dà accurate istruzioni ai propri figli su come trattare il suo cadavere, trascinandolo sui campi e seppellendolo nella terra. Ovunque il terreno sia sparso delle sue carni, infatti, il mais germoglierà e continuerà a nutrire tutta la popolazione.
La seconda versione, detta “del volo”, descrive Madre Mais come una bellissima fanciulla, chiamata Corn Maiden, ovvero Fanciulla Mais. La divina nutrice sposa un uomo che appartiene a una tribù profondamente afflitta dalla fame, e anche in questo caso produce i chicchi di mais segretamente, in un modo che viene considerato rivoltante. Scoperta dai genitori del suo sposo, la fanciulla viene da questi pesantemente offesa, e così decide di fuggire via in volo, tornando alla sua dimora celeste. Il suo amato la segue, e riceve da lei le sacre sementa di mais, insieme alle istruzioni dettagliate per coltivarlo sulla terra.
Un’ulteriore versione della storia, proveniente dal popolo Cherokee, racconta della grande Dea Selu, che produceva il mais sfregando vigorosamente il proprio ventre e le proprie braccia. Quando i suoi figli la videro vollero ucciderla, ma poco prima di morire la Madre li istruì sul modo di seminare e coltivare il prezioso mais che sarebbe nato dal suo corpo. In questo modo il suo sacrificio sarebbe servito a portare nutrimento, e il suo spirito avrebbe continuato a vivere, rigenerandosi e rinascendo sulla terra ogni anno.

In ognuna delle sue varianti, il mito di Madre Mais narra della generosa e amorevole offerta di se stessa della Natura divina, la quale dà la propria vita perché tutti i suoi figli possano nutrirsi.
Rinnovandosi ogni anno, germogliando, crescendo e maturando grazie alla fertilità del suolo, alle piogge dissetanti e al calore del sole, Madre Mais – ma potremmo chiamarla in molti altri modi, come Madre Riso, Madre Grano, Madre Orzo, Madre Avena e così via – si prepara infine ad essere immolata per la sopravvivenza dei popoli che abitano il pianeta. Il suo è un ciclo di vita, morte e rigenerazione perenni, un ciclo che non ha mai fine e che culmina sempre nel momento in cui i frutti della terra, ovvero il suo corpo, vengono sacrificati attraverso il raccolto e diventano nutrimento.
Attraverso la sua storia, Madre Mais insegna soprattutto che il cibo è vita, poiché è sempre generato dal dono della vita di un altro essere vivente, sia esso vegetale o animale, e che onorando il cibo, considerandolo sacro e ricevendolo nel proprio corpo con amore e riconoscenza, si onora lei stessa e il suo sacrificio.
Il mito suggerisce inoltre che la cosciente percezione di nutrirsi del corpo della Madre, e la sincera gratitudine per la vita che lei offre spontaneamente, potrebbero far riemergere il senso di appartenenza e di non differenziazione rispetto alla natura e alla sua eterna ciclicità, favorendo la guarigione della frattura che ha portato alla dolorosa separazione fra l’umano e il divino, e ristabilendo il delicato equilibrio naturale che tiene unite e in perfetta armonia tutte le cose.


Bibliografia

American Indians Myths and Legends, Richard Erdoes e Alfonso Ortiz, Pantheon Books, New York, 1984
Myths of the Cherokee. Extract from the Nineteenth Annual Report of the bureau of American Ethnology, James Mooney, Government Printing Office, Washington, 1902
Native America from Prehistory to First Contact, a cura di Rodney P. Carlisle e J. Geoffrey Golson, ABC-CLIO, Santa Barbara, California, 2007
Worlding America: A Transnational Anthology of Short Narratives before 1800, Oliver Scheiding e Martin Seidl,Stanford University Press, Stanford, California, 2015
The Goddess in America: The Divine Feminine in Cultural Context, a cura di Trevor Greenfield, Moon Books, Alresford, 2016
Enciclopaedia Britannica - Corn Mother: https://www.britannica.com/topic/Corn-Mother


Traduzione, note e ricerca di Laura Violet R. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.


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