Il Tempio della Ninfa

La maschera della Gorgone

Articoli / Archetipi
Inviato da Violet 25 Mar 2017 - 01:57

Agli Dèi bisogna farsi simili: non già agli uomini da bene. Non l’essere esenti dal peccato, ma l’essere un Dio – è il fine.
(Plotino)

Il bagliore delle fiaccole illumina debolmente il centro della grotta, creando ombre danzanti sulle umide pareti di roccia.
Il silenzio è accarezzato da calde voci femminili, che mormorano il canto della terra, e le maschere dagli occhi fiammeggianti sono poste intorno al fuoco. Attendono.
La serpentessa si avvicina al centro della grotta. Le fiamme si specchiano sul suo splendido corpo nudo.
Imitata dalle sue sorelle, raccoglie la maschera e delicatamente la pone sul proprio viso…


Nel lento scorrere del tempo, la donna si lascia penetrare dal potere arcaico, abbandonandosi alla travolgente presenza del divino.
Il serpente sacro si risveglia dentro di lei. Acceca la sua parte umana e risveglia la sua anima sopita.
Nella perfetta comunione con esso, la donna si fa dea. E l’eterno Mistero si compie.






La figura della Gorgone risale a epoche molto antiche, in cui la donna era ancora riconosciuta come incarnazione del sacro femminino terrestre e acquatico. La più antica raffigurazione di Gorgone finora scoperta è una maschera del 6000 a.C. ritrovata in Tessaglia, nella Grecia settentrionale.
Questa maschera dal terribile aspetto mostra occhi tondi, narici dilatate, denti aguzzi digrignati e lingua pendente, tutte caratteristiche che richiamano il furore animalesco, la natura bestiale e selvaggia. A questi elementi sono aggiunte spirali dipinte di rosso, che nella simbologia e nel colore indicano il potere rigenerativo, lo slancio alla vita e il flusso sanguigno.
È infatti una caratteristica comune alle raffigurazioni delle Gorgoni l’associazione di caratteri spaventosi e minacciosi, che richiamano l’aspetto oscuro e spietato della dea della morte, e simboli di rinnovamento, quali spirali, tralci di vite, lucertole e serpenti, che invece richiamano la rigenerazione, il ciclico rinnovamento e quindi la visione della morte come passaggio per accedere a una nuova esistenza rinnovata e illuminata da una nuova consapevolezza.
Questo tipo di maschere erano probabilmente indossate dalle antiche profetesse e sacerdotesse durante i loro rituali sacri, intimamente legati al potere della Gorgone, ovvero alla trasmutazione profonda.
Durante queste pratiche magiche le iniziate al culto, sistemata la maschera sul viso, entravano in una sorta di trance e giungevano a impersonare la dea delle serpi, l’arcaica serpentana, la cui energia tellurica vibrava nel loro corpo e le portava a sperimentare l’estasi e la segreta conoscenza che solo in questi stati d’essere può venire acquisita.
Il loro era un vero e proprio abbandono alla dea e al suo potere fortemente trasformativo, ovvero alla sua completa e travolgente possessione. Indossare una maschera rituale significava infatti annullare temporaneamente la propria personalità cosciente ed entrare in contatto diretto con la divinità che vi era ritratta, accogliendola in sé e identificandosi con essa; significava cambiare non solo il proprio viso, ma anche la propria gestualità, la voce, i movimenti e la percezione della realtà, assumendo anche il ruolo della dea, che agiva attraverso coloro che portavano il suo volto impresso sul proprio.

Per comprendere ciò che la Gorgone poteva rappresentare in epoca antica, volgeremo lo sguardo alla mitologia greca, nella quale è narrata la storia di Medusa, la più illustre di tre sorelle la cui feroce e spaventosa testa dai capelli di serpenti ricordava proprio l’antica maschera gorgonica. I popoli posteriori, infatti, interpretarono l’immagine della maschera come quella di una testa femminile recisa, e ne crearono un racconto dal tipico carattere patriarcale.
In questo modo, però, essi racchiusero nell’eterna sfera del mito non solo l’immagine della Gorgone, ma anche la reminiscenza del suo potere originario, che sopravvisse al tempo storico e si rese disponibile a coloro che, migliaia di anni dopo, avrebbero potuto attingervi per ri-membrarlo e farlo riemergere ancora una volta.


La favola di Medusa

Un tempo, vivevano su un isola non lontana dal regno dei morti tre bellissime sorelle, figlie delle divinità oceaniche Ceto e Forco. I loro nomi erano Steno, Euriale e Medusa. L’ultima delle tre, in quanto a bellezza e grazia superava di gran lunga le sorelle: il suo corpo era florido e sensuale, i suoi lineamenti erano dolci e i suoi capelli parevano fili dorati, lucenti come il caldo sole estivo.
Tanto era bella e amabile, che il dio del mare, Poseidone, se ne innamorò perdutamente e un giorno la invitò a incontrarlo in un tempietto consacrato ad Atena, dove giacque con lei nella gioia e nel diletto.
Atena, però, si accorse di quanto era accaduto e, sdegnata, si vendicò sulla fanciulla, tramutandola da donna splendida e fiorente in creatura mostruosa e portatrice di morte.
La sua bocca sensuale come un frutto roseo e succoso divenne una voragine orrenda dalla quale spuntavano zanne lunghe e spaventose come quelle dei cinghiali; i suoi splendidi capelli, più belli addirittura di quelli della dea stessa, divennero un groviglio di serpi velenose e sibilanti; le sue unghie divennero di bronzo, appuntite e affilate come quelle di una bestia feroce, mentre sulla schiena le spuntarono due alette d’ape.
Il suo sangue acquisì il doppio potere di uccidere e riportare in vita: la prima goccia colata dai serpenti che portava sulla testa era veleno letale, mentre la seconda, stillata dalle sue vene, aveva la proprietà di guarire i malati e far rinascere i morti.
Infine, i suoi occhi, che un tempo erano stati strumento d’amore e seduzione, divennero arma mortale: chiunque ne avesse incrociato lo sguardo si sarebbe immediatamente mutato in pietra.
Tale era stata la metamorfosi della bella Medusa, che da donatrice di piacere era divenuta portatrice di orrore e morte. Ma Atena, non paga della già consumata vendetta, pensò di dare il colpo di grazia all’odiata nemica. Si offrì, infatti, di aiutare Perseo a uccidere il mostro ripugnante che lei stessa aveva creato, e per far sì che lui vi riuscisse gli suggerì di penetrare nell’antro di Medusa procedendo all’indietro, e di osservare la spaventosa creatura non direttamente, ma attraverso il riflesso del suo scudo lucidissimo, usandolo come uno specchio.
In questo modo, Perseo riuscì a raggiungere la Gorgone, che in quel momento stava dormendo profondamente, e con un violento colpo di spada le tagliò la testa.
Nonostante la morte, la donna-serpe partorì due creature, il cavallo alato Pegaso e l’eroe Crisaore. Alcune gocce del suo sangue caddero sulle sabbie del deserto, dando vita ai velenosi serpenti scarlatti che ancora lo abitano, e altre gocce, versandosi nelle acque marine, diedero origine ai meravigliosi coralli rossi.
La sua testa, staccata dal resto del corpo, continuò a mantenere tutto il suo potere. Così Atena la adottò, ne fece il suo emblema e la pose sul suo scudo da battaglia, che da quel momento ne ereditò il potere pietrificante e divenne arma mortale contro i nemici.


La metamorfosi e la vera natura di Medusa

Nel mito, Medusa appare inizialmente come una fanciulla che ha ereditato dal materno oceano la bellezza, la sensualità e la femminilità tipiche di una languida creatura acquatica. La bella Gorgone porta in sé il potere della donna libera, vergine, forte e indipendente, ebbra di voluttà, di amore e grazia, ed è per sua stessa natura simile a Poseidone, dio delle acque marine, dei flutti e della candida spuma. Questi ne è infatti profondamente attratto e la desidera come tenera amante, ma in seguito al loro incontro nel tempio dell’austera Atena, la giovane Gorgone subisce una metamorfosi radicale, e da bellissima donna diventa essere mostruoso, inguardabile non solo per la sua bruttezza ma soprattutto per le fatali conseguenze provocate dal suo sguardo, che muta in grigia pietra chiunque lo incroci.
Medusa assume un aspetto talmente orrendo da sembrare opposto, e dunque completamente estraneo, alla sua vera natura. Eppure proprio per questo motivo potrebbe rivelarsi vero il contrario.
Secondo il mito, Atena trasformò Medusa per vendetta, come se tale gesto fosse una punizione generata da un odio profondo. Ma la figura della Gorgone appartiene in realtà a un epoca molto più antica, nella quale la dea e la donna non erano soltanto belle e benefiche oppure terribili e pericolose, ma erano entrambe le cose, in quanto luminose portatrici di vita e oscure dispensatrici di morte.
Sotto questa luce, Atena è solamente colei che mette in atto un cambiamento, un passaggio da una condizione all’altra, entrambe, però, già esistenti per natura nella medesima creatura, che è al contempo giorno e notte, bellezza e mostruosità, vita e morte.
La presenza o il prevalere di un aspetto non esclude la naturale compresenza dell’altro, perché entrambi sono parti complementari ed essenziali della stessa entità, la quale può scegliere, a seconda delle circostanze, quale mostrare.
Medusa muta la propria forma agli occhi di chi la guarda e prende le sembianze del suo potente lato oscuro, spaventoso perché incontrollabile, imprevedibile, inconoscibile e privo di qualsiasi limitazione. Il suo aspetto è più simile a quello di un animale, perché riflette la bestialità, la ferocia e il potere di provocare la morte, ed è proprio nel suo assumere questi tratti, così apparentemente lontani dalla bella e dolce fanciulla acquatica, che Medusa svela il suo vero volto di dea primitiva e completa, sorgente vitale e mortifera, signora della nascita e della putrefazione, caldo utero partoriente e spietata divoratrice di ossa.
Medusa è la dea venuta da lontano, sopravvissuta al tempo, la potente dea serpente di fronte alla quale la stessa Atena ellenica, nata dalla testa di suo padre, sfigura e scompare.

Gli elementi stessi che caratterizzano l’aspetto di Medusa non fanno che evidenziare questa sua peculiarità. I denti lunghi e appuntiti sono paragonati a quelli di un cinghiale, così come le unghie affilate sono proprie delle bestie feroci. Entrambi sono attributi che richiamano ciò che è selvatico, indomabile e pericoloso. Sono richiami di morte, e infatti nel suo aspetto mostruoso Medusa incarna proprio l’antica dea neolitica della morte e della rigenerazione, signora della trasformazione che passa dalla vita alla morte alla nuova vita.
Questo suo ruolo è suggerito anche da un altro dei suoi attributi, ovvero le due piccole ali d’ape dorate che lei mostra sulla schiena, uno dei più antichi simboli del rinnovamento della vita e dell’involarsi dell’anima verso la dimensione divina, a cui segue sempre una nuova e più elevata fase dell’esistenza.
La stessa simbologia di rigenerazione può essere ricondotta anche ai serpenti che si aggrovigliano sulla sua testa, i quali richiamano la sua appartenenza al reame acquatico e terrestre, e oltre ad avere il potere di uccidere e ri-vivificare insegnano il mutamento dalla morte alla rinascita attraverso il loro cambio di pelle.
In alcuni rilievi, inoltre, la Gorgone è raffigurata nella posizione del parto, accovacciata con un ginocchio appoggiato a terra. La sua espressione a denti digrignati richiama lo sforzo e il dolore lacerante che accompagna le doglie delle partorienti, e in questo aspetto Medusa incarna la forza creativa della donna e rappresenta la grande genitrice universale, colei che partorisce tutto il creato.

Se le orrende sembianze di Medusa contribuiscono a comprendere la sua particolare natura, vi sono altresì alcuni elementi che dimostrano ancora di più la complessità della sua figura originaria, e il motivo per cui era estremamente temuta in un mondo che, ormai governato dal patriarcato, rifiutava il potere del sacro femminino. Queste caratteristiche sono il suo sangue, dotato di proprietà straordinarie, e i suoi occhi, di fronte ai quali il potere trasformativo scaturiva implacabile e trasformava chiunque li incontrasse.

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Il sangue della donna

Il sangue che scorre nelle vene della Gorgone, come nel corpo sinuoso delle sue serpi, è un fluido che contiene un doppio potere: quello di avvelenare e quello di guarire, dunque di uccidere e di riportare in vita.
Secondo il mito, la prima goccia scaturita dai capelli di serpenti di Medusa – o secondo un’altra versione, dal lato sinistro del suo collo – provoca una morte immediata. Questa è infatti veleno letale, che immobilizzando la vittima in una morsa dolorosa la uccide in pochi istanti. La seconda goccia, invece, stillata dalle sue vene – o dal lato destro del suo collo – è in grado di resuscitare i morti e di guarire qualsiasi malattia.
Inoltre, il sangue della serpentessa è sangue che crea, capace di generare la vita, plasmarla e renderla manifesta in natura. Le gocce che cadono dalla sua testa recisa, infatti, si mescolano con l’arida terra desertica e fanno nascere i serpenti velenosi; mentre le stille che si sciolgono nell’acqua marina danno vita ai bellissimi coralli scarlatti che abitano nelle fresche ombre dei fondali.
Medusa di nuovo rivela la sua essenza terrestre e acquatica, umida, oscura e prettamente femminile. Le serpi sue figlie nascono dai suoi stessi flussi sanguigni, e il suo sangue rappresenta il sangue di tutte le donne.
Come scrive l’archeologa Marija Gimbutas, “la goccia mortale del sangue di Medusa può essere considerata un ricordo, trasferito e distorto, del potente sangue mestruale femminile”, e il suo terribile aspetto “probabilmente rifletteva le paure e i tabù relativi alle mestruazioni.” (1)
I serpenti e il mestruo sono intimamente legati sin dai tempi più antichi, e richiamano la sacra ciclicità e il potere ambivalente – vivificante, mortifero e rigenerativo – della donna. Il mestruo, che reca al contempo fertilità e sterilità, segue le dolci maree lunari, notturne e acquatiche, rotonde e dunque opposte alla tipica linearità maschile, e fu temuto sin dal principio dell’epoca patriarcale, quando venne privato della sua antica connotazione sacra e divenne motivo di vergogna e pudore: esso non era più una benedizione di vita e rinnovamento, ma una maledizione che avrebbe portato disgrazia, malattia e sfortuna a coloro che ne fossero entrati in contatto.
La sua era una virtù incomprensibile per gli uomini, che non avevano potere su di esso e non potevano in alcun modo domarlo, e fu per questo che la donna mestruata venne denigrata e allontanata, e prese le sembianze di una creatura orrenda, malvagia, intoccabile, assumendo nell’immaginario tratti mostruosi simili proprio a quelli della potente Gorgone, la terribile femmina che della sua unione amorosa col serpente non faceva alcun segreto.
In diverse tradizioni, inoltre, “si tramanda il pericolo che giunge dallo sguardo di una donna mestruata, che può mutare un uomo in pietra (…).” (2). Lo sguardo diretto di una donna che stava attraversando il suo periodo mestruale, era infatti considerato diabolico e si pensava che avrebbe provocato ogni sorta di calamità naturali, oltre che sterilità, deperimento e morte. Si credeva che potesse pietrificare quanto quello di Medusa, pertanto veniva accuratamente evitato, e la donna che ne era portatrice era relegata nella propria casa e costretta a tenere gli occhi bassi. Un segno di sottomissione e inferiorità che in realtà nascondeva il cieco terrore che l’uomo provava nei suoi confronti e in quelli della sua potente condizione.

Il legame positivo e negativo – a seconda delle epoche – fra la donna e il serpente è proprio di molte culture. Si riteneva che la prima mestruazione di una fanciulla fosse provocata dal morso di un serpente e che le donne fossero in grado di attirare i serpenti durante i loro giorni di sangue.
Sia il sangue che il serpente erano inoltre associati alla luna, al suo ciclico crescere e decrescere che favoriva in alternanza vita e concepimento nella fase luminosa, e morte e rigenerazione in quella buia. Allo stesso modo, la divina serpentessa era datrice di morte e di vita proprio tramite il suo sangue, una dea lunare e notturna, ctonia, inconoscibile. Una dea del sottosuolo, dove scorrono sinuose venature d’acqua e le serpi dormono arrotolate su se stesse.
La sua dimora è ben nascosta nel profondo della terra, in un antro segreto raggiungibile soltanto dopo aver a lungo camminato nel buio umido degli stretti cunicoli sotterranei. E il suo incontro provoca una trasformazione definitiva, perché dopo aver incrociato il suo sguardo, nulla di ciò che si credeva di conoscere ha più alcun senso.


Gli occhi e la pietra

Medusa è una dea in grado di trasformare, di iniziare a un nuovo stato d’essere, ovvero di rompere una condizione precedente per entrare in quella successiva, più elevata. Il suo potere risiede negli occhi, che in quanto specchi dell’interiorità mostrano il riflesso folgorante della sua energia divina primordiale.
Incrociare uno sguardo, guardare negli occhi qualcuno, è già di per sé un atto di coraggio, perché significa non solo affrontare a cuore aperto chi si ha davanti, ma anche porsi nella condizione di conoscere ciò che abita nella sua anima. Pertanto, guardare negli occhi una divinità antica e potente come la Terra stessa, è davvero paragonabile alla morte, perché la propria parte razionale viene a tal punto folgorata e travolta da essere temporaneamente annientata.
Fissare Medusa è perdere nel suo occhio, la vista, trasformarsi in pietra dura ed opaca. Per il gioco dell’incantesimo, colui che guarda è strappato a se stesso, privato del suo proprio sguardo, investito e invaso della figura che lo fronteggia.” (3)
Davanti agli occhi della Gorgone si viene da lei rapiti, trascinati altrove, mentre il corpo resta immobile ad attendere il ritorno alla vita. La divina serpentessa spinge infatti al sacrificio di sé, e in particolare della coscienza razionale, della personalità nel senso etimologico del termine – dal latino persona, “maschera” – e dunque dell’ego. Ciò che si pensa sia la propria realtà e il centro di se stessi viene annullato, resta come pietrificato, bloccato nella dimensione della pura materia. In questo caso, la pietra fredda e rigida richiamerebbe infatti la materialità di cui si è prigionieri, le dure limitazioni imposte dalle proprie false maschere, la pesante armatura che si indossa per difendersi dal giudizio, il muro cerebrale che ergiamo per separare e chiudere, e che non permette alla libera essenza spirituale di emergere per guidare l’umano verso la consapevolezza divina.
Dopo aver incrociato lo sguardo di Medusa, tutto ciò che si credeva di sapere e di essere rimane un lontano ricordo, e ciò che si è veramente viene alla luce, manifestandosi in tutta la sua grandezza.
Gli occhi della Gorgone sono infatti gli occhi della madre di morte e rigenerazione, intese però non tanto in senso fisico, ma iniziatico. Lei pietrifica l’umano per esaltare il divino, e attraverso il suo potere trasformativo chi la guarda perde la propria condizione di uomo mortale e diventa simile a lei: diventa un dio.

Purtroppo, sin dall’inizio dell’epoca in cui prevalse il regime patriarcale, quando il mito stesso di Medusa nacque così com’è giunto a noi, sono sempre stati pochi gli uomini disposti a lasciarsi trafiggere dallo sguardo folgorante della Gorgone, abbracciando la conoscenza che dal loro sacrificio sarebbe scaturita. La maggior parte di loro, infatti, non desidera affatto inoltrarsi nella labirintica interiorità della terra, percorrendo cunicoli umidi e stretti alla ricerca del segreto antro della serpentessa. Amano troppo la superficie e in essa si perdono, crogiolandosi nella sterile e grezza materialità.
Alla pietrificazione iniziatica della serpentana preferiscono la spoglia vacuità di una vita priva di qualsiasi contatto con la dimensione spirituale, una vita dedicata alla conquista, al possesso e all’esaltazione egoica.
Questo tipo di uomini e donne sono coloro che seguono l’esempio di Perseo – dal greco pértho, ovvero “distruggere”, “saccheggiare” –, il quale non si pone dinnanzi all’arcaica dea terrestre per lasciarsi toccare dalla sua accecante verità, accettandola e lasciando che essa purifichi e trasformi la sua esistenza, ma cammina verso di lei all’indietro. Si accontenta di una sua immagine riflessa dallo scudo, strumento con il quale da lei si difende e dietro il quale si nasconde, senza correre il rischio di incontrare i suoi malefici occhi.
Facendo attenzione a non inciampare nei suoi stessi piedi, l’eroe patriarcale dà le spalle alla dea serpente, le si avvicina mentre lei è profondamente addormentata, ignara e incapace di difendersi, e con un unico colpo le taglia la testa.
Così facendo, però, egli non ottiene nulla. La sua grandezza è vana quanto la sua gloria, perché rimane padrone – o vittima – della sua effimera razionalità. Decidendo di non vedere, di non sapere, egli resta ciò che è: un semplice uomo.


La maschera della Gorgone

Ciò che traspare dalla Medusa greca è dunque il grande potere della Gorgone primitiva, le cui maschere venivano probabilmente indossate dalle sacerdotesse dedite al suo culto per entrare in contatto, e quindi identificarsi, con la sua potente energia terrestre. Nel porre sul proprio viso la maschera della dea serpente, esse divenivano simili a lei, si lasciavano pervadere da lei e permettevano al suo sguardo di perforare i loro occhi: non per accecarli, ma per aprirli a una visione diversa, luminosa.
Coloro che volevano accostarsi a queste sacre donne e alla loro segreta sapienza, dovevano prima incontrare lo sguardo indagatore di grandi teste gorgoniche – dette gorgoneion – che si ergevano sulla soglia dei templi nei quali erano praticati i misteri. L’usanza di appendere o scolpire maschere e teste di Gorgoni sopra l’entrata dei luoghi sacri è infatti attestata in Grecia, e questi volti mostruosi erano posti anche sopra i forni destinati alla cottura del pane.
La loro presenza è stata interpretata come un invito ad allontanarsi, a non procedere oltre, poiché solo le iniziate al culto potevano varcare la soglia. In questo modo i misteri della dea serpente rimanevano protetti, e allo stesso modo il forno non veniva toccato o aperto, e la cottura del pane, alimento considerato sacro, non subiva sbalzi di temperatura che avrebbero potuto guastarlo.
Il terribile volto di Medusa impresso sulle porte dei templi e dei forni rivela anche un altro ruolo dell’arcaica dea serpente, quello di guardiana. Questa caratteristica è accertata anche dal significato etimologico del suo nome. Medusa deriva infatti dal greco antico medoysa, médousa o medousê, dal termine médo che significa “governare” ma anche “proteggere, difendere”. Medusa è quindi “la protettrice”, “la guardiana”.
La sua effige apotropaica è un avvertimento che il luogo da lei protetto è sacro, e dunque interdetto, poiché oltre la sua soglia sta avvenendo una trasformazione. Nel tempio avviene infatti l’iniziazione alla coscienza divina, e in modo simile, il forno è un luogo di mutazione della materia grezza, che diventa prezioso alimento attraverso la cottura.
Per questo la divina serpentessa non è solamente la signora della trasformazione iniziatica, ma è anche colei che la protegge, facendo in modo che il suo delicato processo non venga disturbato o interrotto, ovvero profanato.

***

Mostruosa e ammaliante, temuta eppure desiderata, la dea dalle chiome di squame e dagli occhi di pietra vive nascosta nel centro della sua grotta tenebrosa, dove attende chi avrà il coraggio di cercarla e svegliarla dal suo lungo sonno profondo.
Allora starà a chi la troverà decidere se volgerle le spalle, oppure accettare di indossarne il volto.
Quel che è certo è che abbracciando la sua travolgente trasformazione si accederà alla diretta esperienza dell’antica dea terrestre, si ristabilirà il legame col sangue femminile e col sacro serpente primordiale, e si comprenderà il vero significato del sollevare il velo e aprire gli occhi per la prima volta davanti alla propria verità rivelata, ricordando che se la morte appare orribile e nera, il risveglio dopo di essa è sempre splendente di luce.

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Note:

1. Cfr. Marija Gimbutas, Le dee viventi, Edizioni Medusa, pp. 59-60
2. Ibidem, pag. 60
3. Cfr. Jean-Pierre Vernant, La morte negli occhi, Il Mulino, pag. 41


Immagini di antiche Gorgoni



Antefissa a testa di Gorgone dal Santuario di Portonaccio, 510-500 a.C., Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia




Antefissa a testa di Gorgone etrusca da Capua, 500 a.C., British Museum, Londra




Gorgone guardiana scolpita sul frontone dal Tempio di Artemide, Kerkyra, Corfù, 590 a.C.
Questo rilievo rappresenta la Gorgone in posizione di partoriente. Interessante è il motivo dei due serpenti che si avvolgono intorno al suo ventre e si intrecciano rivolti l’uno verso l’altro, richiamando l’immagine del caduceo, e dunque il potere del serpente di fornire il veleno e la cura. Il loro simbolo, associato a Medusa, ricorda il suo ruolo di guaritrice per mezzo del suo sangue.




Metopa con Perseo che decapita Medusa assistito da Atena, dal Tempio C di Selinunte, VI secolo a.C. circa, Museo Archeologico Regionale di Palermo
Anche in questa rappresentazione la Gorgone è raffigurata nella posizione del parto e tiene sotto il braccio uno dei suoi figli, il cavallo alato Pegaso.




Antefissa con testa di Gorgone dall’abitato in pianura del Monte Sannace, VI secolo a.C., Museo Nazionale Archeologico di Gioia del Colle


***

Per approfondire la simbologia del serpente consultare il testo Il Serpente e il potere femminile [1], di Laura Violet Rimola


Bibliografia

Le dee viventi, Marija Gimbutas, Medusa Edizioni, Milano, 2005
Medusa e le altre. Lo sguardo della donna e l’occhio del poeta tra mito e letteratura [2], Mara Ferroni, in Griseldaonline. Una rivista letterale nell’era digitale, a cura di Elisabetta Menetti, Archetipolibri - Gedit Edizioni, Bologna, 2007
I miti greci, Robert Graves, Longanesi, Milano, 1983
La Grande Madre, Erich Neumann, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1981
Il riso della Medusa, Hélène Cixous, in Critiche femministe e teorie letterarie, a cura di Raffaella Baccolini, Maria Giulia Fabi, Vita Fortunati, Rita Monticelli, CLUEB, Bologna, 1997
Imagini delli dei de gl'antichi, Vincenzo Cartari, Luni Editrice, Milano, 2004
La morte negli occhi. Figure dell’Altro nell’Antica Grecia, Jean-Pierre Vernant. Il Mulino, Bologna, 1988
Il gorgoneion di Minerva [3], articolo pubblicato sul blog ufficiale del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, 15 Febbraio 2017
Il Corpo della Dea, Selene Ballerini, Atanòr Editrice, Roma, 2002
Demoni e dee furiose nel mondo greco. Arpie, Chere, Erinni e Gorgoni [4], Anna Pirera, Il Cerchio della Luna, 2009
Medusa, la Gorgona Mortale [5], a cura di Roberto Salati e Sergio Rossi


Testo e ricerca di Laura Violet Rimola. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso scritto dell'autrice e senza citare la fonte.




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  [3] http://www.tempiodellaninfa.net/public/https://museoarcheologiconazionaledifirenze.wordpress.com/2017/02/15/larteinmaschera-gorgoneion-minerva/comment-page-1/#comment-513
  [4] http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dee_Furiose_demoni.htm
  [5] http://www.roth37.it/COINS/Gorgon/storia.html