Il Tempio della Ninfa

Trifoglio

Articoli / Erbario
Inviato da Violet 22 Giu 2013 - 05:17

TRIFOGLIO
Trifolium pratense, Trifolium repens

Riconoscimento e proprietà terapeutiche

Il trifoglio è una piccola pianta erbacea perenne che fa parte della famiglia delle Fabaceae, ed è conosciuta soprattutto nelle sue due specie più diffuse: il trifoglio rosso, o trifoglio dei prati – Trifolium pratense – sostituito nei pascoli di alta montagna dal trifoglio delle nevi, o Trifolium pratense nivale; e il trifoglio bianco, o Trifolium repens.

Questa piantina è diffusa in tutto il mondo e cresce soprattutto nei prati, nei pascoli, nei terreni incolti, ai margini dei sentieri di campagna e persino nei punti in cui l’asfalto delle città lascia spazio a piccole crepe e zone terrose, nelle quali il trifoglio cresce spontaneo ricordando la bellezza della natura selvatica laddove spesso se ne dimentica l’esistenza.



La parola “trifoglio”, e dunque il nome botanico trifolium, deriva dal latino tri, ovvero “tre”, e folium, “foglia”, ad indicare semplicemente le caratteristiche foglioline unite tre a tre che compongono la pianta, e questa tenera erbacea viene utilizzata da molti secoli come pianta da foraggio. A tal proposito i vecchi contadini la soprannominavano “erba da latte”, in quanto aumenta nelle mucche la produzione del latte.
Particolari caratteristiche del trifoglio sono la sua capacità di germogliare dopo essere rimasto allo stato dormiente per molti anni, e di crescere spontaneamente ovunque, anche in luoghi nei quali non ve ne sia mai stata traccia e senza bisogno della diffusione dei semi. A questo proposito si potrebbe credere che il trifoglio nasca semplicemente dalla terra, dall’acqua e dalla luce del sole, e che sia la piantina originale e “partenogenetica” che la terra partorisce da sé, in ogni luogo e in ogni tempo.

Il trifoglio comune non supera i 30 centimetri di altezza e si radica al terriccio tramite radici robuste e allungate, mentre il suo rizoma è legnoso e coperto da guaine scure.
Il fusto è eretto, ramificato, e cresce dai 10 ai 60 centimetri; le foglie invece sono formate da gruppi di tre foglioline ovali, oppure rotonde, che mostrano sulla pagina superiore un disegno bianco a forma di mezzaluna.
I fiori, che possono essere raccolti da luglio a settembre, sono solitari capolini peduncolati di colore rosa o violetto nel trifoglio pratense, e bianchi nel Trifolium repens; e i frutti si presentano come piccoli baccelli con un unico seme di forma ovale.

Sin dall’antichità, il trifoglio dei prati era abitualmente utilizzato come medicina naturale, specialmente contro le febbri, le infiammazioni, la tosse e la ritenzione idrica. Le sue proprietà lo rendevano ottimo anche come tonico, e si credeva che regolarizzasse il ciclo mestruale femminile.
Molto apprezzato dai Romani, era usato ovunque nell’alimentazione degli animali, soprattutto dei bovini, e nei loro trattati di medicina Dioscoride e Galeno gli avevano attribuito anche la proprietà di guarire dal morso dei serpenti velenosi.
In India, il trifoglio veniva aggiunto al foraggio delle puerpere per favorirne la lattazione e anche per ristabilire l’utero dopo le fatiche del parto, in quanto era considerato un ottimo tonico uterino.
Nella medicina popolare si utilizzano ancora i fiori essiccati, preparati come infuso, per curare tosse e raffreddore, mentre l’intera pianta viene somministrata per ridurre le mestruazioni troppo abbondanti. Queste caratteristiche sono riconosciute anche in erboristeria, in quanto il trifoglio pratense possiede effettivamente proprietà adatte ad alleviare tosse ed affezioni dell’apparato respiratorio, disturbi della menopausa e del ciclo mestruale, prostatite e ritenzione idrica. Inoltre, fluidifica e purifica il sangue e pare che abbia un benefico effetto sul tumore del seno e delle ovaie.
Per uso esterno, inoltre, è un ottimo detergente e disinfettante per la cura della pelle, in caso di dermatiti e foruncoli.

Il suo sapore dolce, piacevole e rinfrescante, lo rende ottimo per essere raccolto ed utilizzato in cucina. I fiori e le foglioline più giovani e tenere possono infatti essere aggiunte alle insalate estive, mentre quelle più grandi e mature vengono aggiunte alle gustose minestre di erbe e verdure; con i fiori, inoltre, si può preparare un tè dolce e delicato.
Per quanto riguarda invece il trifoglio bianco, o Trifolium repens, l’intera pianta è stata usata per molti secoli nella medicina tradizionale dei Nativi d’America per curare febbre, tosse e raffreddore, ma nonostante ancora oggi sia indicato contro le disfunzioni e i disturbi legati alla digestione, per curare le infiammazioni delle vie respiratorie, i sintomi influenzali e i dolori reumatici, è stato riscontrato che le sue foglie contengono una particolare sostanza che, una volta ingerita, si trasforma in acido cianidrico e può causare un lieve avvelenamento. Pertanto è meglio evitarne l’utilizzo.

Ricette curative
(Chiedere sempre consiglio al medico)

Infuso contro febbre, tosse e raffreddore: in una tazza di acqua bollente porre in infusione due cucchiaini di fiori di trifoglio essiccati, lasciando riposare per 20 minuti. Dolcificare con del miele e bere poco per volta nell’arco della giornata.

Impacco contro foruncoli e dermatiti: preparare un decotto con una tazza di acqua unita ad un cucchiaio di foglie e fiori di trifoglio. Lasciar bollire per alcuni minuti e poi spegnere il fuoco e far raffreddare. Imbevere una pezza di cotone pulita e porre sulla parte interessata per 20 minuti.



Miti, tradizioni e usi magici

I’ll seek a four leaved Clover
In all the Fairies dells
And if I find the charmed leaf
Oh, how I’ll weave my spells!

(S. Lover)

(Cercherò un quadrifoglio
In tutte le dimore delle Fate
E se troverò la foglia incantata
Oh, come intesserò i miei incantesimi!) (1)

Fra le sue tenere foglioline le gocce di rugiada si raccolgono in mille piccoli specchi, e la triplice mezzaluna rivela il candido tocco della dama del cielo. Il piccolo trifoglio dai fiori bianchi e rosa è la piantina dell’estate e delle tiepide notti di luna, quando le fate dei boschi danzano e cantano nelle loro gioiose e interminabili feste e i folletti suonano musiche allegre e dolcissime seduti ai piedi degli alberi. Anticamente si credeva infatti che questa piantina germogliasse solo nei luoghi abitati dalle entità fatate, e che fosse infuso e vibrante del loro benefico potere.
La tradizione celtica tramanda che fosse particolarmente caro ai druidi, i quali lo consideravano una delle erbe più potenti perché nelle sue foglie è contenuta la magia del numero tre, simbolo dei tre regni della vita – la terra, il cielo e il mare – delle tre età della luna, dei tre volti della Grande Madre e di molte altre triplici dimensioni dell’esistenza.
Nella mitologia gallese, questa piantina era associata alla bellissima Olwen, la fanciulla dai capelli più biondi del fior di ginestra, i seni più bianchi del petto di un cigno e le vesti scarlatte come le fiamme, della quale si diceva che nessuno potesse incontrare lo sguardo “senza essere profondamente penetrato d’amore per lei” (2). La sua storia, trascritta nella raccolta mitologica de I Mabinogion e intitolata “Culhwch e Olwen”, narra infatti che ovunque ella andasse, dentro e fuori le mura del suo castello, nei boschi e nei prati, nelle brughiere e lungo le spiagge selvagge, quattro trifogli dal bianco fiore nascevano sotto ai suoi passi, disegnando i sentieri incantati da lei percorsi.
Nella sua storia, la bella Olwen rappresenta la Fanciulla d’Amore, e come lei anche il trifoglio era legato all’amore, poiché si diceva che attraesse amore puro e fanciullesco, che fosse messaggero d’amore e che facesse nascere un nuovo amore in coloro che erano protetti dai suoi benefici influssi. Inoltre, la piantina era ispiratrice d’armonia, di pace e, com’è risaputo in tutto il mondo, era considerata un potente simbolo di buona fortuna.
Secondo le fiabe irlandesi, il trifoglio era il prediletto degli elfi boschivi, che si dilettavano a succhiarne i gambi e i dolci fiorellini, e che, se solo lo avessero voluto, avrebbero potuto regalare un pizzico di fortuna a chi ne avesse tenuto in mano un rametto. Tuttavia, ancor più del trifoglio a tre foglie, magico e oltremodo potente era ritenuto il raro quadrifoglio, che infondeva la preziosa fortuna dei regni fatati e proteggeva da qualsiasi influenza avversa.
Secondo i racconti popolari di Inghilterra, Francia, Svizzera e Italia, trovare un quadrifoglio lungo il cammino, e coglierlo delicatamente, avrebbe portato un’ondata di irrefrenabile felicità ed anche un nuovo amore, specialmente se a trovarlo fosse stata una bella fanciulla. Si dice infatti che la giovane avrebbe incontrato un innamorato prima del calar del sole.
Portare un quadrifoglio in una scarpa riconduceva il viandante fra le braccia del suo vero amore, mentre nel folklore inglese si credeva che nasconderne uno sotto al cuscino suscitasse sogni d’amore che, grazie alla sua magia, si sarebbero presto avverati.
Una delle proprietà incantate del trifoglio – e in particolar modo del quadrifoglio – era, come accennato, quella di proteggere dalle influenze ostili. A tal proposito, si credeva che la piantina non fungesse solo da viva protezione contro le oscurità, ma che potesse prevenirne gli attacchi, ovvero che rendesse capaci di prevedere e di intuire la minaccia di inganni e fatture, o il pericolo di cattive intenzioni da parte di persone vicine o entità malvagie, permettendo così di prevenirle, di difendersi e di rendere vano qualsiasi tipo di offesa.
Il dono di vedere e prevedere si estendeva tuttavia anche a ciò che di bello e armonioso proviene dal mondo invisibile. Era infatti credenza comune nei territori di origine celtica che portare indosso un quadrifoglio rendesse capaci di vedere le Fate e permettesse talvolta di accedere al loro reame di luce e armonia.
A tal proposito esiste una bella fiaba proveniente dalla Cornovaglia, in cui si racconta di una fanciulla, che una sera, com’era sua abitudine, si recò a mungere le mucche: “Le stelle cominciavano a brillare quando lei finì il lavoro con Daisy, la mucca fatata.
Il secchio era così pieno che essa riusciva a stento a sollevarlo. Prima di sistemarselo sulla testa prese una manciata di erbe e trifogli che si pose sul capo come un cuscinetto per reggere più comodamente quel peso. Ma appena i trifogli ebbero toccato la testa, lei vide apparire migliaia di minuscole creature che si affaccendavano intorno alla mucca. L’erba e i fiori di trifoglio formavano un mucchio che saliva fino all’altezza del ventre dell’animale, dove centinaia di quelle piccole creature correvano tenendo in mano bottoni d’oro, vilucchi, fiori di digitale; e bevevano il latte che Daisy lasciava colare come una pioggia dalle sue quattro mammelle. C’era anche un folletto più grande degli altri, che per meglio bere si era sdraiato e, appoggiando i talloni sul ventre della mucca, teneva con le mani una mammella, succhiandola avidamente.
Quando la fanciulla ebbe raccontato alla padrona ciò che aveva visto, la donna esclamò che doveva avere un quadrifoglio sul capo: così era, infatti.
” (3)

Oltre a ciò che si conosce del trifoglio e del raro quadrifoglio, è rimasta anche una breve tradizione popolare legata al trifoglio a sole due foglie. Del suo potere magico parla infatti questa vecchia filastrocca inglese:

A Clover, a Clover of two
Put it on your right shoe;
The first young man (or woman) you meet
In field street or lane,
You’ll have him (or her), or one of his (or her) name
.” (4)

(Un Trifoglio, un Trifoglio di due [foglie]
Mettilo nella tua scarpa destra;
Il primo giovane uomo – o donna – che incontri
Per strada di campo o via
Lo avrai – o la avrai –, oppure ne avrai uno – o una – che abbia il suo stesso nome.)

Il piccolo trifoglio può forse apparire umile e semplice, e spesso passa inosservato fra la ricca flora di boschi e prati, ma il suo spirito è potente e la sua magia proviene dai reami sottili. Le sue proprietà medicinali, legate in particolare alla lattazione degli animali e alla cura delle donne, lo rendono una piantina cara al mondo femminile e ad esso intimamente intrecciata.
Poiché nasce dall’impronta delle fate, indica i sentieri fioriti che portano al loro regno, e il segno della bianca luna fra le sue foglie lo infonde della materna e amorosa benedizione della Signora d’argento. Come un triplice sigillo d’amore e fortuna che guida e protegge lungo la via della felicità.




Note:

1. Cit. da Richard Folkard, Plant lore, legends, and lyrics, pag. 71; traduzione a cura di Violet
2. Cit. da Culhwch e Olwen, in I racconti gallesi de I Mabinogion, pag. 136
3. Cit. da Alfredo Cattabiani, Florario, pp. 625-626
4. Cit da Richard Folkard, op. cit. pag. 287; traduzione a cura di Violet


Fonti

Florario, Alfredo Cattabiani, Oscar Saggi Mondadori, Milano, 1996
Plant lore, legends, and lyrics. Embracing the myths, traditions, superstitions, and folk-lore of the plant kingdom, Richard Folkard, Sampson bow, Marston & Company, London, 1892
I racconti gallesi de I Mabinogion, in Saghe e leggende celtiche, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, 2 voll., Milano, Mondadori
Il vischio e la quercia, Riccardo Taraglio, Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino, 2001
Piante selvatiche d’Insubria in alimentazione e in medicina, Gabriele Peroni, Associazione Culturale Terra Insubre, Varese, 2011
A Druid’s Herbal for the Sacred Earth Year, Ellen Evert Hopman, Destiny Books, Rochester, Vermont, 1995
Flora nettarifera. Note sulla flora apistica dell'Oltrepò pavese, Luigi Fossati, Stabilimento Tipografico Ramo Editoriale degli Agricoltori, Roma , 1947

Immagine 2: Clover Fairy, di Cicely Mary Barker


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