Il Tempio della Ninfa

La Samblana, principessa del bianco inverno

Articoli / Archetipi
Inviato da Violet 23 Feb 2013 - 01:25

Sulla gelida vetta delle montagne più alte, fra le grotte azzurre ricamate di ghiaccio e il luminoso candore della neve, in un bianco reame nel quale governa l’eterno inverno, viveva un tempo una bellissima principessa, ricordata nelle tradizioni dolomitiche come la Samblana.
La sua dimora prediletta era la cima del monte Antelao, ma si dice che in origine la fanciulla vivesse nel bosco Bayon, fra le fitte conifere che crescono sulla parte orientale della montagna.



Secondo la leggenda, la Samblana era un’antica principessa indigena che governava sui Maòi – o Bedoyeres, il matriarcale “Popolo delle Betulle” che abitava nella Pusteria (1). Sebbene molto bella, la giovane era assai ambiziosa, e non accontentandosi del piccolo paesello sul quale regnava, aveva voluto sottomettere anche i popoli vicini. Ogni anno, all’approssimarsi del gelido inverno, si faceva cucire un abito di candido velo, e questo doveva essere ogni volta più sfarzoso e luminoso, più lungo e con i ricami più preziosi. L’ultima di queste incantevoli vesti “era intessuta di luce, d’argento e di albume d’uovo ed era talmente lunga che mille fanciulle dovevano sostenere lo strascico, quando la principessa la indossava” (2). Tuttavia lei non era ancora soddisfatta, perché la bellezza che desiderava portare superava quella che le più abili sarte sapevano riprodurre, e per ottenere altri vestiti adatti alla sua aspirazione obbligava il popolo a pagare imposte sempre più gravose. Così fece per diverso tempo, finché i sudditi, non potendo più sopportare i suoi mutevoli capricci, le si ribellarono e la fecero prigioniera, confinandola sulla cima dei monti di vetro, in una landa deserta, gelida e ghiacciata che ancora oggi viene chiamata Nöfes.
Relegata in completa solitudine su quelle vette abbandonate, la Samblana venne dimenticata dagli uomini, e sul suo lunghissimo strascico bianco cadde la neve e si formò uno spesso strato di ghiaccio, così che la principessa non poté più spostarsi, né muoversi.
Allora ebbe modo di ripensare al suo regno passato e si rese conto con grande amarezza dei molti torti fatti al popolo che l’aveva amata e onorata, pentendosi profondamente per la severità e la prepotenza che vi aveva rivolto.
In tale dolorosa penitenza stette per lunghi anni, finché un giorno giunsero a lei due bambine molto piccole, le quali dissero di voler reggere la sua veste “affinché ella potesse liberarsi dei legami del ghiaccio” (3). La Samblana si rallegrò per la lieta compagnia che le due piccole ospiti le procuravano, e col passar del tempo altre bambine arrivarono dalla bella principessa, e poi ne vennero altre ancora, e tutte desideravano sorreggere il suo grande strascico per liberarla. Alla fine le piccole ancelle erano talmente tante che riuscirono a scrollare la neve e il ghiaccio dall’abito della Samblana e a sollevarlo, permettendole di muoversi di nuovo. Così, quando giunse il gelido inverno, la principessa cominciò a spostarsi di monte in monte, alla ricerca di un posto che le piacesse più degli altri nel quale stabilirsi. Dapprima visitò la Marmolada, poi si recò sulla Tofana di Mezzo, sulla Fradusta, e infine scelse la chiara vetta dell’Antelao, dove si dice che viva ancora adesso, circondata dai ghiacci, dalla neve e dalle sue bambine.
Sebbene passassero gli anni, infatti, molte giovinette continuarono a recarsi dalla candida fanciulla per offrirle il loro servizio, e ogni qualvolta divenivano più numerose di quanto fosse necessario per sorreggerne il pesante strascico, lei ne congedava alcune, donando loro un pezzetto del suo lucente vestito. E non appena le piccole damigelle lo indossavano, subito diventavano bianche come la neve, avvolte in un etereo biancore luminoso. Allora, e solo allora, se ne volavano via, verso i mondi incantati nei quali vivono tutte le anime luminose. (4)

La bella principessa della neve e dei ghiacciai di cui narrano i racconti dolomitici, altri non sarebbe se non un’antichissima divinità dell’inverno, che con l’avvento della nuova religione patriarcale venne dapprima dipinta come dispotica, ambiziosa e vanitosa, “in base al processo denigratorio delle divinità pagane” (5), e in un secondo momento venne punita ed esiliata fra i ghiacci eterni dei monti di vetro, dove si pensava che nessuno avrebbe più potuto udire la sua voce.
Tuttavia vi fu un tempo remoto in cui la Samblana viveva più vicina al suo popolo, e si aggirava nei boschi e vicino alle sorgenti, mostrandosi sempre benevola, generosa, e amorevole nei confronti degli uomini. Lei era la signora che portava la neve ad imbiancare le valli, ma proteggeva anche i boschi e gli animali dalle gelate. A lei si diceva appartenesse un maestoso e rigoglioso faggio che cresceva nel bosco Bayon, considerato sacro dagli antichi popoli, e sua era anche la piccola sorgente che vi scorreva poco distante, le cui acque erano ritenute magiche e terapeutiche. Si credeva infatti che guarissero da certe malattie, e accrescessero la fertilità nelle donne, che forse la raccoglievano per bagnare il ventre, invocando la dolce protezione della Dea. (6)
Quando ancora viveva fra la florida vegetazione montana, la Samblana aveva creato la prima stella alpina, fiore magico che sboccia solo ai margini dei crepacci e fra le alte rocce di montagna, ovvero nei luoghi più pericolosi e difficili da raggiungere (7), e inoltre aveva donato agli uomini le sue cipolle incantate, che crescevano attorno al laghetto Thigolye – letteralmente “lago delle cipolle”.
Questi magici tuberi, che si potevano cogliere fra i fitti larici e gli abeti rossi che circondavano il piccolo specchio d’acqua, proteggevano dal Barba Gol, un malefico stregone il cui unico intento era quello di gettare le sue infide bategoi – “stregonerie” – sugli uomini per stordirli e ingannarli, ovvero per confonderli e far perdere loro il senso della realtà. Bastava però tener con sé una delle cipolle della principessa per mettere in fuga il mago con i suoi infidi inganni, ed era inoltre sufficiente mangiarne una per guarire da alcune malattie rare e incurabili con le normali medicine dei dottori. (8)
Anche nel gruppo dolomitico di Brenta, a ovest del fiume Adige, si narrava un tempo di certe cipolle incantate, che erano state portate in quelle terre da una misteriosa regina straniera. Questo frammento di leggenda, insieme ad altri disseminati sino a sud delle Alpi, dimostrano che le storie sulla Samblana si diffusero anche in altri luoghi, spostandosi di monte in monte come il suo candido abito.
Con l’avvento del patriarcato, come accennato, la principessa venne dunque confinata sulle alte cime innevate, e nessuno sentì più parlare di lei. Ciò nonostante, una moltitudine di bambine si misero in viaggio per raggiungerla, esprimendo l’unico desiderio di starle accanto e di liberarla dai ghiacci che l’avevano rapita. Chi potevano essere nella realtà queste piccole damigelle dallo spirito antico?

Le figlie bianche della Samblana

Secondo alcune storie, le piccole ancelle della Samblana provenivano dalla terra degli uomini ed erano le anime delle bambine indesiderate, le quali venivano sacrificate dalle madri – o da una donna di conoscenza che svolgeva per loro l’arduo compito – e affidate simbolicamente alle amorevoli cure della principessa. Si credeva infatti che la fanciulla accogliesse con gioia le bimbe nel suo regno incantato, e che le piccole vivessero con lei nella più gaia armonia, fino al momento in cui sarebbero state pronte per volare oltre i ghiacciai.
A tal proposito, un tempo si diceva che la Samblana avesse adottato le molte bambine del paesello di Dobbiaco, nate in considerevole eccedenza rispetto ai maschietti. Le piccole avevano raggiunto il bianco reame accompagnate dalla Luna, che dopo averle dolcemente raccolte come una culla le aveva posate in cima al monte, e lì avevano vissuto a lungo accanto alla loro bianca signora.
In questa storia, come in molti altri frammenti leggendari, gli attributi di vanità e prepotenza della Samblana sono del tutto assenti, e l’origine del suo splendido vestito risulta essere molto diversa da quella più comune. Si dice, infatti, che per onorare la loro madrina, le bambine avevano voluto tessere e cucire per lei l’immenso velo immacolato, brillante più di mille stelle, e questo era talmente grande che la Samblana dovette tagliarlo in pezzetti, donandone uno a ciascuna di loro. Con questi magici lembi, le piccole damigelle si diressero poi sui monti e sulle valli, sui prati coperti di brina, nei boschi e sulle rive dei laghi, e ovunque andassero con il candido velo, lì si posava un soffice manto di neve.
La splendida e lunghissima veste della Samblana, infatti, altro non sarebbe se non l’immensa distesa innevata che ricopre la terra ogni inverno, che si ritrae con l’arrivo della primavera, e che dalla cima del monte Antelao si protende giù nelle vallate, fino ai villaggi abitati.



Da questo mito si deduce che alle bambine della principessa spettasse il gioioso compito di aiutarla a portar la neve sulla terra, proteggendo dal gelo la rigogliosa vegetazione montana.
Tuttavia, secondo un’altra versione della storia, le piccole ancelle, il cui sacrificio venne ricambiato con la nascita nei villaggi di molti maschi, non si fermarono a lungo nel regno d’inverno della Samblana, ma rinacquero sulla terra in forma di tanti dolcissimi colchici, “tutti rosa, tutti uguali”. Questi magici fiorellini erano chiamati Mirandoles della Samblana: “in essi abitavano le anime delle bambine che erano state mandate incontro alla Luna”. (9)

Osservando queste leggende da un punto di vista simbolico, si potrebbe pensare che il sacrificio delle moltissime bambine, che vennero letteralmente sostituite dai maschi, rappresenti l’eco del passaggio dal matriarcato, nel quale regnavano donne e divine sovrane, al patriarcato, in cui i maschi presero a governare al loro posto, relegando le antiche divinità sulla vetta delle montagne, nel profondo delle grotte o nel folto di boschi fitti e inaccessibili. La cultura degli arcaici popoli dolomitici, infatti, era sempre stata matriarcale, e questo è dimostrato anche dalla moltitudine di regine che popolano le leggende più antiche, e dall’assenza di figure maschili di uguale rilevanza. (10)
Se fosse possibile credere a questa interpretazione del sacrificio femminile, allora le bambine potrebbero essere considerate le piccole eredi dell’antica religione delle donne, che vennero simbolicamente esiliate sulla cima della montagna – come già era successo alla loro amata principessa – per permettere ai maschi di prenderne il potere. Lontane dal mondo che non le comprendeva più, restarono fedeli a loro stesse e alla loro tradizione, diventando portatrici di neve e dolci fiori rosa, e formando il gioioso e fanciullesco corteo della Samblana.
A tal proposito, sarebbe bello immaginare, o forse sognare, che le bimbe non fossero state realmente sacrificate, ma che invece avessero raggiunto certe grotte profonde e segrete, fra le nevi e i ghiacci, dove regnava una misteriosa principessa vestita di bianco, o colei che sulla terra rappresentava l’amorevole spirito della Samblana. Raggiunto il suo regno incantato, le fanciulle sarebbero divenute le sue ancelle, e avrebbero imparato giorno per giorno a rendersi sempre più bianche, ovvero a rendere la propria anima sempre più chiara, lucente e leggera, fino a librarsi nei reami sottili come tanti fiocchi di neve, ricongiungendosi alla sorgente armoniosa da cui tutto ciò che è puro e naturale prende vita. (11)

Le Yméles, messaggere della Samblana

Fra le molte damigelle che raggiungevano il regno nevoso della Samblana, si narra che arrivarono un giorno due gemelline, tanto belle e simili che sarebbe stato difficile distinguerle. Le bambine chiesero alla principessa di poterla servire, e lei ne fu molto felice, ma dato che di servitrici per reggere il suo strascico ne aveva a sufficienza, disse che avrebbe dato loro un compito diverso ma molto importante, quello di essere sue messaggere sulla terra e di aiutare in sua vece la buona gente in pericolo.
Da allora molte leggende nacquero sulle piccole Yméles – letteralmente “gemelle” – che erano tanto care al cuore dei montanari. Si diceva che fosse possibile vederle specialmente alle prime luci del mattino, sotto ai riverberi del sole nascente, mentre camminavano tenendosi per mano sugli alti pascoli, fra l’erba umida di rugiada, e fra le rocce e la ghiaia franosa dei ripidi costoni. Se si aveva la fortuna di vederle da lontano, bisognava fermarsi e salutarle con molta gentilezza, calando il cappello e offrendo loro un sorriso, perchè erano messaggere della principessa dell’inverno e il loro aiuto era prezioso.
Le gemelline si premuravano infatti di avvertire gli alpigiani in caso di gravi pericoli, così frequenti sui ripidi e franosi pendii. (12) All’occorrenza, lanciavano grida acute e inquietanti, che riecheggiavano fra le grigie montagne, per segnalare frane imminenti o violenti temporali, e mettevano anche in guardia dall’arrivo della terribile “ombra”, temuta specialmente dai pastori di pecore. Il passaggio rapido dell’ombra sui prati, sui boschi e sulle pendici dei monti, rivelava infatti la presenza dell’enorme avvoltoio degli agnelli, un rapace dagli occhi di fuoco che sorvolava le greggi, basso e minaccioso, per scegliersi la preda più ambita, mentre le pecore terrorizzate si lanciavano in corse folli, finendo spesso col precipitare dai burroni. (13) Le Yméles, però, conoscevano bene tutti i luoghi in cui i grandi volatili avevano nidificato, e non appena li vedevano spiccare il volo correvano ad avvertire i pastori, i quali raggruppavano subito gli animali e poi, con l’aiuto di piccoli specchietti di ottone, rifrangevano i raggi del sole verso l’avvoltoio, abbagliandolo e spingendolo a cercar cibo altrove.
Oltre a proteggere uomini e animali dall’avvoltoio degli agnelli, le buone gemelline avvisavano anche del nefasto comparire del Barba Gol, ovvero mettevano in guardia coloro che lo meritavano dell’avvicinarsi di illusioni e inganni. (14)

Per ringraziare le piccole Yméles della loro benevolenza e del loro soccorso, i montanari solevano indicar loro i boschetti in cui crescevano le fragoline di bosco più dolci, i lamponi più succosi e i mirtilli più deliziosi, poiché si sapeva, ne erano assai golose…
In una delle storie sulle buone gemelline si narra che il primo giorno in cui esse si presentarono alla Samblana, le portarono una bellissima pietra azzurra, che brillava come un piccolo sole e rifletteva tutto il turchese del cielo sereno e dei laghi immoti. Con questa pietra, chiamata Ray – “raggio” – la principessa si fece costruire un piccolo specchio magico, con il quale poteva catturare i raggi del sole invernale e rifletterli fin negli angoli più nascosti, gelidi e ombrosi delle vallate, portando luce e calore laddove ce ne fosse stato bisogno.
Si dice che vicino a Cortina, sulle alture di Pocol, si possa ancora intravedere, nel crepuscolo delle limpide sere d’inverno, il riflesso azzurro del magico Ray, che luccica lontano, sulla cima del monte Antelao… E forse, osservando quel fugace brillio, si può immaginare la bella Samblana che tiene alto il suo specchio lucente, raccogliendo gli ultimi riverberi di sole per offrirli al mondo.

La leggenda della bella principessa e delle sue messaggere, si diffuse in un tempo molto lontano anche a sud delle Alpi e vicino al Lago di Garda. Qui si dice che le due bambine, chiamate les egueles (15), emergessero dalle acque del lago e portassero alle genti i messaggi della loro bellissima regina, che indossava una splendida veste intessuta d’argento e trascorreva ogni inverno sotto lo specchio d’acqua, nel suo regno incantato. (16)

***

Sebbene esiliata fra i ghiacci, in un reame selvaggio fatto di picchi innevati e nude rocce, ma anche di caverne nascoste agli occhi dei mortali, la principessa Samblana non venne dimenticata da tutti, ma sopravvisse grazie al prezioso lavoro di rari raccoglitori di leggende. Così è ancora possibile conoscerla, e intuire la sua natura originaria di grande Dea del bianco inverno, dalla pelle chiara come la luna e le vesti ricamate di neve, ghiaccio e brina.
La Samblana fu una divinità delle donne, protettrice della fertilità femminile, madrina delle giovani fanciulle che con devozione si votavano a lei. Signora notturna, lunare, incarnava lo spirito della neve e degli aspetti più dolci dell’inverno, proteggendo e mettendo in guardia gli uomini da quelli più violenti. Nel ciclo stagionale presiedeva alla parte buia e fredda – ma al contempo segreta e ovattata – dell’anno, ed era armoniosamente contrapposta alle lucenti Figlie del Sole, che governavano nel tempo primaverile ed estivo. (17)
Ma la buona principessa era anche maestra di antichi misteri femminili, in quanto insegnava alle bambine a farsi bianche come la neve e le stelle alpine. Per giungere al suo regno bisognava percorrere il sentiero della Luna, ovvero essere condotte dai suoi raggi d’argento, e porsi al suo servizio voleva forse dire ricercare la purezza e il candore dell’anima, fino a quel sacro stato d’essere simbolizzato dal dono del velo bianco, che avrebbe permesso di volare nei regni d’armonia, tutte ricolme di candida luce.
La leggenda più conosciuta sulla Samblana si conclude dicendo che verrà un tempo in cui il suo lungo e pesante abito si sarà talmente accorciato che non toccherà più terra, e quello sarà il giorno in cui anche lei, ormai completamente libera, volerà via, recandosi finalmente “dove camminano le anime beate nello splendore eterno oltre i nevai”. (18)
Allora la signora dell’inverno si ricongiungerà a tutte le sue piccole figlie, e a coloro che da sempre e per sempre l’amarono e le furono fedeli.
Solo le due gemelline resteranno nel mondo, e si aggireranno liete nei boschi e nelle valli, per continuare a offrire buoni consigli e protezione a quegli uomini meritevoli che sapranno, con affettuoso rispetto, porgere loro un gentile saluto.
Ma fino a quel lontano momento, la bella principessa vivrà sulla vetta della montagna, e il suo spirito d’amore potrà essere percepito ovunque si posi una soffice coltre di neve.
E se qualche giovane fanciulla, sfuggita ad un mondo che non la comprende più, vorrà raggiungere il suo regno immacolato, non avrà che da invocar la luna, seguendo il suo sentiero riflesso sulla neve, in una serena notte d’inverno.
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Note

1. I Bedoyeres erano uno dei popoli di carattere matriarcale che abitavano la valle Pusteria. La parola ladina bedoyeres deriva da bedoia, ovvero betulla, e ha il significato di “Popolo delle Betulle”, e sebbene i boschi che queste genti abitavano siano ora essenzialmente popolati da conifere, è possibile ipotizzare che in un tempo antico vi crescessero molte betulle.
In queste rigogliose foreste i Bedoyeres onoravano regine e principesse, divine e probabilmente mortali, ed è facile dedurre che uno dei loro culti femminili fosse rivolto proprio alla Samblana, signora delle nevi che governava durante il tempo invernale.

2. Citazione da Karl Felix Wolff, Rododendri bianchi delle Dolomiti, pag. 23

3. Ibidem

4. Wolff, op. cit., pagg. 17-25

5. Vedi Leggendiario – La Samblana [1]

6. Quando sopravvenne il cristianesimo la sorgente che era appartenuta alla Samblana venne dedicata alla Madonna e le sue acque vennero ritenute miracolose per sua intercessione. Tuttavia col tempo il suo scorrere rallentò, fino ad esaurirsi. Per quanto riguarda invece il grande faggio, esso era ancora presente nel bosco sacro agli inizi del 1900, quando Karl Felix Wolff andò a visitarlo. Egli affermò che nonostante l’albero fosse morto, “quel luogo non aveva perso nulla della sua particolare bellezza e suggestione.” (Wolff, op. cit., pag. 21)

7. Per approfondire la simbologia e le leggende della stella alpina, vedi Stella alpina [2], ricerca di Violet per Il Tempio della Ninfa

8. Questo particolare è narrato in una breve fiaba, raccolta da Wolff nel suo prezioso testo:
Un ricco signore aveva un figlio. Questo giovane si ammalò e suo padre fece venire molti medici per curarlo. Il padre credeva nell’arte dei medici, e pensava che essi ne sapessero di più delle vecchie raccoglitrici di erbe. Ma tutto ciò che fecero i medici fu vano. Il figlio allora disse: ‘Datemi da mangiare una cipolla del laghetto del bosco’. I medici non lo permisero e il povero ragazzo morì. Dopo la sua morte, i medici gli aprirono lo stomaco e vi trovarono una massa dura come un sasso. Il padre la prese per avere un ricordo di suo figlio e si fece fare con questa un manico per coltello. Una volta, mentre tagliuzzava una cipolla come quella desiderata dal figlio, all’improvviso il manico del coltello sparì. Allora l’uomo comprese che con la cipolla egli avrebbe potuto salvare il figlio.” (Wolff, op. cit., pag. 19)
Questa storia, oltre a mettere in luce il passaggio che dalle antiche tradizioni medicinali, affidate alle sagge “raccoglitrici di erbe”, portò alla moderna scienza medica – la quale soprattutto all’inizio si rivelò non solo inutile, ma insensata ed estremamente dannosa per coloro che così spesso ne furono vittime – rivela il benefico potere delle cipolle magiche, che fanno “scomparire” certi mali, altrimenti incurabili con qualsivoglia medicina.
Considerando il significato simbolico della fiaba, si potrebbe ipotizzare che le malattie su cui agiscono i doni della principessa non siano quelle comuni, ma quelle che affliggono lo spirito, simbolicamente rappresentate come masse scure, pesanti e soffocanti, che però svaniscono come nebbia al sole se solo vengono toccate dalle influenze benefiche della Natura.

9. Citazione da Claudio Cima, Sui sentieri delle leggende, pag. 153. La leggenda narra che ci fu un tempo in cui nell’antico popolo delle betulle nascevano moltissime bambine, e nessun maschio. La regina era molto preoccupata, e avrebbe voluto dare alla luce un erede per suo marito, ma quando partorì una principessa decise che era arrivato il momento di tener consiglio con tutte le altre donne del popolo, per decidere cosa avrebbero potuto fare per assicurare la sopravvivenza della tribù. All’assemblea femminile venne invitata una maga, la quale decretò che tutte le madri con troppe figlie avrebbero dovuto portarle all’ombra del monte Serla in una notte di luna, e avrebbero dovuto lasciarle nel grande prato dove scorreva il gorgogliante ruscello Bruckele.
Così fu fatto, le bambine furono lasciate nel punto predetto, e non appena sorse la Luna la maga le raccolse e le portò via con sé.
Al suo ritorno, le madri vollero sapere che cosa ne era stato delle loro figliolette, e lei rispose che erano state tutte affidate alla buona Samblana, e che avrebbero ben dovuto rallegrarsi, perché da quel giorno al loro popolo era destinata la nascita di molti maschi.
Quella notte la regina e la maga si fermarono a dormire poco distante dal grande prato, nel rudere di un castello abbandonato i cui proprietari si erano estinti per mancanza di eredi. Quando sorse il mattino, le due donne uscirono dalle vecchie mura, e guardando avanti a sé rimasero senza parole… Sul prato erano sbocciati migliaia di bellissimi colchici rosa. La maga, allora, disse che quei magici fiorellini erano le Mirandoles della Samblana, e che in essi vivevano le anime delle figlie del popolo delle betulle.



10. Vedi Adriano Vanin, I popoli delle Dolomiti [3]

11. Queste capacità magiche erano appartenute sin dai tempi più remoti alle sacerdotesse e alle sciamane di tutto il mondo, come dimostrano diversi studi sull’argomento.

12. L’Antelao è un monte ben noto per i suoi tremendi temporali, le sue violente bufere di neve e le molte frane, che più di una volta precipitarono a valle sotterrando un paese intero. Per questo, nella leggenda, l’aiuto delle Yméles è fondamentale per salvaguardare la vita degli uomini e delle greggi.

13. Il grandissimo avvoltoio che compare come “l’ombra” nella leggenda delle Yméles, è il Gypaetus barbatus, ovvero il Gipeto, chiamato anche Avvoltoio barbuto o, appunto, Avvoltoio degli agnelli.
Questo uccello vanta un’apertura alare di quasi tre metri, ha gli occhi rossi e una sorta di barba sotto al becco. La femmina è addirittura più grande e temibile del maschio.
Il suo aspetto è alquanto inquietante, e tenendo in considerazione la sua grandezza non stupisce il fatto che fosse molto temuto. Nonostante questo, la sua alimentazione consiste quasi esclusivamente di animali già morti e soprattutto di ossa. Il suo stomaco produce infatti succhi gastrici talmente potenti da poterle digerire. Non riuscendo però a spezzarle col becco, il gipeto le getta sulle rocce, lasciandole cadere da grandi altezze, così da frantumarle e poterle poi consumare facilmente.



Giunto quasi alla completa estinzione nell’Ottocento, quando moltissimi esemplari vennero uccisi, negli ultimi tempi si sta per fortuna reintegrando, e per la sua protezione i luoghi in cui nidifica vengono tenuti rigorosamente segreti.
Nelle Dolomiti il gipeto rappresentava l’animale totemico dei popoli predatori e aggressivi, e veniva invocato prima di compiere assalti, saccheggi e battaglie. Anche il popolo dei Fanes, in origine pacifico e rappresentato totemicamente dalla mite marmotta, lo assunse come nuovo totem quando divenne più battagliero e violento. (Vedi Adriano Vanin, Il regno dei Fanes- Avvoltoio [4])

14. Questa particolare cura che le messaggere offrivano a nome della Samblana, nonché il potere magico delle cipolle della principessa, potrebbero suggerire una sua particolare apprensione nei confronti di coloro che venivano minacciati dalle illusioni, ovvero la sua premura di risvegliarli dai malvagi sortilegi che annebbiano i pensieri e fanno perdere la limpida e profonda consapevolezza della realtà.

15. A tal proposito dice Wolff: “Dell’origine antica del racconto è testimone già la “s” finale del plurale ladino che non s’incontra più già da tempo nei dialetti intorno al lago di Garda.” (Wolff, op. cit., pag. 25)

16. Questa breve variazione del mito ricorda la figura della Dama del Lago e quella delle antiche Fate che abitavano sotto le acque di laghi e pozzi, emergendo per offrire i loro consigli agli uomini che li meritavano. Anche Frau Holle, l’antica Dea dell’inverno germanica, che portava la neve sulla terra sbattendo vigorosamente il suo soffice piumone, abitava in un bellissimo regno celato oltre le acque di un pozzo o di un lago.

17. Le Figlie del Sole erano la Soreghina, il cui nome significa “raggino di Sole”, Elba e Donna Chenina. Le loro leggende sono raccolte in Karl Felix Wolff, I monti pallidi, Cappelli Editore.
Nella storia della Soreghina si trova un riferimento alla Samblana molto bello: “Il grande Vernel era avvolto in un così pesante mantello di neve, che avresti potuto crederlo il trono della Samblana, la maestosa regina dell’inverno che abita sulle alte montagne ghiacciate, ogni anno sopra una cima diversa.” (I monti pallidi, op. cit., pag. 167)

18. Wolff, op. cit., pag. 24


Fonti

Rododendri bianchi delle Dolomiti, Karl Felix Wolff, Cappelli Editore, Bologna, 1993
I monti pallidi, Karl Felix Wolff, Cappelli Editore, Bologna, 1987
Sui sentieri delle leggende. Itinerari scelti nei luoghi delle leggende dolomitiche, Claudio Cima, Edizioni Mediterranee, Roma, 1992
Leggende delle Alpi, Maria Savi-Lopez, Editrice Il Punto, Torino, 2007
Entità fatate della Padania, Alberta Dal Bosco e Carla Brughi, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano
Fiabe d’Inverno. Fiabe e leggende delle Alpi, dell’Europa centrale e orientale e del grande Nord. Tradotte, narrate e illustrate da Maria Paola Asson, Edizioni Cierre, Sommacampagna, 2011

Il regno dei Fanes [5], di Adriano Vanin
L’albero della fiaba [6], di Maria Paola Asson
Leggendiario [7]

Immagine 1: Snow Queen, di Mairin-Taj Caya [8]
Le foto appartengono ai rispettivi autori.


Ringrazio moltissimo Maria Paola Asson per l’aiuto nella ricerca delle fonti e Adriano Vanin per la bella conversazione, nonché per le sue preziose ricerche.


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  [4] http://www.ilregnodeifanes.it/italiano/temi12.htm
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