Il Tempio della Ninfa

Óengus Mac Óc

Articoli / Celti
Inviato da Elke 26 Gen 2010 - 03:13

Allegro e giocoso, nel fiore degli anni e sempre gioioso come un fanciullo innamorato, ma anche volitivo e deciso, così era immaginato Óengus mac Óc, il Dio celtico dell’Amore, della Bellezza e della Giovinezza. E come tutti gli Dei di Luce e d’Armonia era inestricabilmente legato alla Natura e ai magici mondi oltre quello fisico; infatti si dice che i suoi baci fossero gli uccelli del cielo, ed in particolare, che quattro meravigliosi volatili dal canto dolcissimo originatisi dal tocco delle sue labbra formassero il suo seguito, insieme ai folletti e ad altre spensierate e leggere Entità che condividevano la sua essenza. E forse i fortunati e le fortunate amanti del Dio potevano volare, trasportati dai suoi particolarissimi ed infinitamente dolci baci, nel meraviglioso mondo degli Dei, dove Óengus viveva.

La leggenda narra ch’egli fosse lo splendido figlio del Dagda, il “Buon Dio”, e di Bóann “Mucca bianca”, entrambi appartenenti ai Tuatha Dé Danann, gli antichi Dei che per un certo periodo di tempo regnarono nella verde isola d’Irlanda.
Bóann sembra essere lo spirito del fiume Boyne e le varie fonti ci suggeriscono storie diverse al suo riguardo. In una di queste, ella era la sposa di Nechtan, il custode della Fonte di Connla dove nuotava il Salmone della Conoscenza, reso tale per aver inghiottito le magiche nocciole che contenevano ogni sapienza. Tale luogo era il più ameno che si possa immaginare e le acque che lì scorrevano potevano essere bevute solo dagli Dei. Inoltre, solamente Nechtan e i suoi tre coppieri potevano avvicinarvisi e attingere quel prezioso liquido, ma un giorno Bóann, incurante del divieto, costeggiò la sponda della Fonte, cosicché l’acqua straripò e rincorse la donna fino a sfociare nel mare dove ella morì annegata, e così ebbe origine il fiume Boyne, che ancora oggi bagna le brughiere di Erinn. E fu dunque grazie a Bóann che l’acqua della Fonte della Sapienza arrivò nel mondo degli uomini, e magari qualcuno di loro, qualche poeta, qualche innamorato o qualche apparente folle, poté beneficiare di essa.

In un’altra versione Bóann era la moglie di Elchmar, il re del síd (1) di Brug na Bóinne “la dimora sul fiume Boyne” e di lei si invaghì il Dagda, il buon Padre degli Dei. Per tenere lontano Elchmar in modo da potersi congiungere alla sua sposa, il Dagda lo mandò in viaggio e fece in modo che il sole non tramontasse mai durante la loro unione, né nei nove mesi successivi, così quando Elchmar fece ritorno alla propria dimora dopo diverse lune, credette di essere stato lontano un solo giorno.
Simbolicamente si potrebbe leggere in questo particolare fatto l’allusione ad un tipo d’Amore solare che nasce e si accresce senza aver nulla a che fare con l’oscurità e la disarmonia; un Amore che irradia il mondo e tutto ciò che sta in esso donando luce e calore indistintamente ed incondizionatamente; un Amore lucente, saldo, che rallegra e vivifica ogni creatura, in analogia appunto con l’astro diurno.
Quando verso la fine del lungo giorno il frutto della loro unione venne alla luce, Bóann esclamo: “E’ giovane un figlio concepito all’alba e nato prima dell’imbrunire!” (2) e da tale esclamazione derivarono i nomi di Óengus: Óengus Oc “Óengus il giovane”, Mac Óc “il figlio giovane” e Mac ind Óc “figlio della giovinezza”.
A tutti questi significati, già meravigliosi di per se stessi se pensiamo ad un’energia, una Forza incrollabile che è alla base dell’eterna giovinezza interiore che rende perennemente bimbi giocosi, va ad unirsi il significato di Óengus: “Unica Scelta”. L’Amore, quello vero e inebriante, magico e selvaggio, privo di condizionamenti come vento fra gli alberi, sarebbe dunque l’“Unica Scelta”, poiché sarebbe anche la sola cosa in grado di rendere felici e liberi, pieni ed appagati. Non può esservi altra decisione se non quella di seguirlo e ritrovarlo nel modo che ad ognuno è più congeniale; tutto il resto non è scelta ma distrazione, infatuazione momentanea, compromesso, rinuncia, allontanamento dalla Gioia, che può durare un istante o vite intere. E si può anche pensare che una volta fatta tale scelta ad essa si debba sempre essere fedeli, come appunto ad un Amante.

Certo è comunque, che per i più sarebbe impossibile o per nulla facile decidere di compiere un tale passo, ovvero abbandonarsi ad un Amore privo di tutte quelle comode (e costrittive) norme logiche, morali e sociali che regolano più o meno tutte le situazioni che oggi si definiscono “amore”. Bisognerebbe forse essere in grado di amare senza attaccarsi o dipendere dall’oggetto amato, spogliandosi di personalismi, egoismi e compiacimenti; tendendo con tutte le proprie forze a ritrovare, soprattutto dentro di sé, quella dirompente energia rappresentata da Óengus, Eros, Freyr, Dioniso, Pan e da molti altri, ma invariata attraverso lo scorrere del tempo e i molteplici nomi che le sono attribuiti. Probabilmente sarebbe d’obbligo (e liberatorio) abbandonare ogni reticenza, ritegno, timore e lasciarsi riempire, travolgere e portare via, dissolvendosi e riconoscendosi in Amore. Prima però si dovrebbe essere talmente fortunati da riuscire a richiamare la sua dolcissima attenzione, e da sempre si sa che le cose che più attraggono sono l’avvenenza, la grazia, la gentilezza, l’armoniosità, tutte qualità che in questo caso dovrebbe essere animiche ed interiori piuttosto che esteriori.
Ed una volta resisi tali, magari in un lunghissimo arco di tempo, si potrebbe forse attirare Amore con dolci parole, con la malizia innocente di una giovane donna, con la giocosità e la sensualità tipicamente femminili, danzando per Lui ed invocandolo dentro con parole tenere e libere; preservando sempre da influssi negativi quelle parti del corpo che per analogia sono considerate il suo tempio più gradito, onorandole estirpando alla radice tutti quei condizionamenti, consci od inconsci, che da secoli ci sono stati imposti.
E se le Donne dovrebbero essere più predisposte a questo, essendo più naturalmente portate ad aprirsi ed accogliere, anche a livello fisico, sembra che in passato siano esistiti anche Uomini in grado di fare ciò, e si spera che, seppur pochi, esisteranno sempre dei degni figli d’Amore.

Per queste e per altre ragioni che di solito frenano negli uomini l’anelito a ricongiungersi al Divino, la simbolica leggenda che narra dell’innamoramento del Giovane Óengus giunge ad un lieto fine solo in seguito a varie traversie. Infatti, accadde in una notte di Samhain, quando i veli fra i mondi fluttuano sottili, che il Dio Giovane dormisse e facesse un sogno meraviglioso: immersa in un giardino dove tutto era contemporaneamente colorato e argentato come se emettesse una tenue luminescenza, stava una fanciulla splendida come nessun’altra, né mortale né divina. Non può essere descritta la bellezza di quell’apparizione onirica, se non paragonandola a quella di un prato primaverile costellato di fiori illuminati dal sole, mentre la brezza soffia gentile, le farfalle si posano sulle corolle dischiuse, e tutto sembra cantare un inno alla Natura. In poche parole, tutto in lei era perfetto e desiderabile. Mentre il Mac Óc contemplava rapito e pieno di reverenza quello spettacolo, la donna iniziò a suonare una piccola arpa d’oro, e la musica che produceva sembrava animare l’intero giardino e dargli la vita, e così anche il giovane Dio sentì che quella melodia svegliava il suo cuore e lo inebriava rendendolo felice. Poi la melodia diventò una nenia dolcissima che lo fece scivolare teneramente in un sonno senza sogni, ma pervaso da una vivida luce simile a quella dell’alba.
Quando Óengus si svegliò ricordò l’avvenenza straordinaria e la musica dolcissima, e si accorse di amare intensamente la misteriosa giovane apparsagli in sogno, anche se non sapeva nulla di lei, né le aveva parlato, e non sapeva quindi come fare a ritrovarla. Era talmente invaghito e perso nel ricordo del bel volto della fanciulla, che si dimenticò di mangiare, e così fece il giorno dopo e quello dopo ancora, cosicché cadde malato. Allora sua madre Bóann andò da lui e gli parlò, ed Óengus le rivelò il motivo della sua fiacchezza; così ella s’assunse l’impegno di trovare la bellissima donna del sogno, e per un anno intero attraversò in lungo e in largo tutta l’Irlanda, senza però riuscire a trovarla.
Venne dunque interpellato il Dagda, il quale, non potendo fare più di Bóann, si appellò a suo figlio Bov il rosso, Re dei síde del Munster, il quale promise di cercare per tutto un anno la fanciulla che aveva fatto innamorare così perdutamente il Giovane Dio.
Allo scadere del tempo stabilito egli tornò dal Dagda e da Óengus, e disse loro che aveva trovato la stupenda ragazza presso il Lago della Bocca del Drago insieme ad altre centocinquanta fanciulle legate a coppie da lucenti catenelle d’argento: essa aveva nome Cáer Ibormeith “Bacca di Tasso” e come le bacche del tasso le sua labbra erano rosse e morbide, e dal suo portamento si sprigionava la stessa maestà che impone reverenza e ammanta anche gli antichi tassi (3). Era la figlia di Ethal, il re di un síd del Connaught sul quale Bov non aveva potere, così consigliò al padre e al Mac Óc di recarsi alla corte di Aillil e Medb, i sovrani di quei luoghi, e di chiedere il loro aiuto. Questi, ben felici di fare un favore ai loro due importanti ospiti, chiesero la mano di Cáer Ibormeith al padre, il quale in un primo momento dichiarò di non volerla dare in sposa al figlio del Dagda, ma, messo alle strette dalle armate dei sovrani del Connaught e di Óengus, rivelò di non poter acconsentire poiché il potere della figlia era più grande del suo (4). Infatti, rivelò il padre, ella per un intero anno aveva forma umana, poi a Samhain si trasformava in cigno insieme alle sue centocinquanta ancelle, e con questo aspetto trascorreva dodici mesi, fino al giorno della fine dell’Estate, quando mutava nuovamente.
Appreso questo segreto, il giovane innamorato poté finalmente recarsi al Lago della Bocca del Drago. Giunto presso le sponde lambite dalle piccole onde gentili, scorse i magnifici volatili candidi nuotare placidamente nelle cristalline acque del lago, e fra loro vide un cigno di molto superiore per bellezza ed eleganza, così non gli ci volle che un istante per riconoscere in esso la sua amata Cáer Ibormeith. Allora, incantato dalla sua grazia di cigno non meno di quando l’aveva vista in forma umana, così le parlò:

“Oh dolce, meravigliosa Cáer Ibormeith,
frutto degli Dei, scarlatta bellezza d’Erinn,
tu che tutte le donne superi,
Delizia dei Giovani,
cuore dal canto meraviglioso!
Tu sei la Bellezza di ogni cosa
ed ogni Bellezza è parte di te.
Splendente Cáer Ibormeith,
inebriante miele dorato
Cigno dal candore che rapisce,
vorrai spiegare le tue ali
riempiendo di languore Óengus,
il Dio che ora ti parla, e ti chiede,
tenera Luce del bosco, di volare via con sé?”

La fanciulla, udite le dolci parole che le venivano rivolte, abbagliata dall’avvenenza divina di Óengus e subito innamorata, accettò di buon grado il suo invito; allora il Dio Giovane si trasformò in cigno anch’esso, la raggiunse nuotando veloce nelle fresche acque del lago e l’avvolse con le sue ali candide. Poi in questa forma i due innamorati spiccarono il volo e compirono tre volte il giro del lago, cantando in maniera così dolce e con tale rapimento la loro gioia, che portarono la pace del sonno su tutti quelli che li udirono. Infine, si diressero verso il Brug na Bóinne, dove da allora vivono eternamente innamorati e lieti.

Óengus compare anche in altri due racconti d’amore, Il corteggiamento d’Étaín e L’inseguimento di Diarmaid e Gráinne. Il primo ricorda la favola classica di Amore e Psiche, poiché parla dell’allontanamento di Étaín, una amante di Mídir (che è anche il padre adottivo di Óengus), e delle traversie che ella deve affrontare per volere di un’altra sposa del Dio. In questo caso il Mac Óc aiuta la fanciulla e favorisce il riavvicinamento dei due.
Per quanto riguarda invece L’inseguimento di Diarmaid e Gráinne, si tratta di un episodio ambientato al tempo dei Fianna, una compagnia di grandi guerrieri e cantori guidati dal valoroso Finn, al quale, ormai in età avanzata, era stata data in sposa la giovane Gráinne “Sole”, figlia del Gran Re d’Irlanda. Ella era una fanciulla bellissima e di nobile animo, adatta a diventare una Regina, ma la notte prima delle nozze, durante un grande banchetto a cui erano stati invitati tutti i più potenti uomini dell’Isola d’Erinn, ella vide fra gli altri Fianna il bellissimo Diarmaid, detto “dalla voglia d’amore”. Egli mostrava infatti una strana voglia sulla fronte, la quale gli era stata procurata da una misteriosa dama che altri non era se non la Giovinezza. Qualsiasi donna la scorgesse s’innamorava immediatamente di quello splendido uomo, che era anche uno dei figli adottivi che Óengus aveva ospitato nel suo palazzo quand’era fanciullo, ed al quale aveva donato una lancia fatata ed una spada che non mancavano mai il bersaglio.
Gráinne, subito caduta sotto il potere del magico fascino di Diarmaid, lo avvicinò non vista e gli parlò dolcemente, tentando di convincerlo a fuggire con lei. Il giovane però oppose resistenza a quella proposta, non volendo guastare i propri rapporti con Finn, e allora la donna gl’impose il geis (5) di condurla via con sé, così c’egli non poté più rifiutarsi e fuggì con lei in un bosco.
L’indomani, non ci volle molto perché Finn capisse cos’era accaduto e si lanciasse all’inseguimento dei due fuggitivi, ma essi, aiutati da Óengus e protetti dalla maestria guerresca di Diarmaid, riuscirono a sfuggire a lungo, continuando a spostarsi nelle selve, cibandosi di bacche e selvaggina e facendo delle grotte e delle capanne abbandonate i propri rifugi (6). Così, a poco a poco, Diarmaid s’innamorò a sua volta della radiosa Gráinne.
I due dovettero affrontare parecchie avventure, fra le quali la conquista delle bacche di un sorbo magico custodito da un tremendo gigante. Quell’albero proveniva dal mondo dei Thuata Dè Danann e i suoi frutti erano in grado di curare ogni malattia, di inebriare e di ringiovanire chi se ne fosse nutrito.
Alla fine però, grazie all’intercessione di alcuni dei Fianna e di Óengus, si riuscì a venire ad un accordo e Finn rinunciò a vendicarsi, permettendo ai due amanti di vivere in pace e in tranquillità nelle terre di Diarmaid, nel forte chiamato Ráth Gráinne “Forte del Sole”.
Passarono gli anni e i due innamorati generarono cinque figli, e furono felici. Finché una notte non vennero svegliati dall’abbaiare di un cane da caccia. Diarmaid voleva andare a vedere di cosa si trattasse ma Gráinne, presagendo qualche funesto avvenimento, lo trattenne e lo fece nuovamente sdraiare sul letto dove tante delizie avevano vissuto in quegli anni. La cosa si ripeté per tre volte nello stesso modo, e quando ormai l’alba si affacciava sul finire della notte, la donna non poté più trattenere il suo amante, che dopo essersi armato, ma senza prendere con sé le armi donategli dal Mac Óc, come Gráinne gli aveva consigliato, si avventurò nella campagna per scoprire chi guidasse la caccia e cosa rincorressero i cani.
Salito in cima ad una collina trovò Finn ad attenderlo, mentre il latrato degli animali che inseguivano la preda si faceva sempre più vicino. Chiese al capo dei Fianna il motivo per cui si trovasse lì, ed egli gli rivelò che lui e i suoi uomini stavano dando la caccia al Cinghiale del bosco di Benn Gulban, che era stato un fanciullo di nome Rot, compagno di Diarmaid presso il Brug na Bóinne. Il padre di Diarmaid l’aveva ucciso per sbaglio, e così il padre di Rot l’aveva trasformato in verro, decretando che la sua vita sarebbe stata lunga quanto quella di Diarmaid, e che egli sarebbe morto per causa sua.
Mentre Finn così gli parlava, il Cinghiale giunse correndo nel luogo dove si trovavano i due uomini e subito si avventò contro Diarmaid, il quale lo affrontò valorosamente, pur essendo consapevole di non poter evitare la morte. Fu un’aspra e violentissima lotta, ma infine il favorito di Óengus fece un passo falso che lo portò a cadere proprio dinnanzi alle lunghe zanne del Verro di Benn Gulban, che lacerò la sua candida pelle e lo sventrò, cadendo poi a sua volta, trafitto a morte da Diarmaid nel suo ultimo spasimo di vita.
Così l’amatissimo compagno di Gráinne, abbandonò il mondo dei mortali a causa della vendetta architettata da Finn. Ma Óengus, quanto seppe dell’accaduto, accorse sulle ali del vento con la sua gente a reclamare il corpo straziato del suo pupillo, che venne caricato su una lettiga d’oro, circondato dai fiori immortali della Terra Fatata e trasportato nel regno sotto al Brug na Bóinne. Lì il Mac Óc, pur non potendo farlo tornare in vita, operò su di lui in maniera tale che potesse parlargli ogni giorno.
Enorme fu il dolore della sposa quando Finn si recò a Ráth Gráinne e le riferì che il suo bel Diarmaid era perito. Una versione della leggenda dice che ella ne morì, mentre un’altra narra di come a quel punto il capo dei Fianna riuscì a conquistare il suo cuore e a farne finalmente sua moglie.
Tuttavia il folklore irlandese conserva un finale ben diverso, secondo cui Gráinne divenne una delle Regine dei síde, e forse riuscì a ricongiungersi al suo amatissimo compagno, anch’esso ormai parte della gente di Óengus.
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Se tutte le storie finora affrontate si concludono più o meno felicemente, con l’entrata dei protagonisti nel reame dei Thuata Dé Danann, il regno felice delle Fate, ben diverso è il racconto riguardante Ethné, figlia di Manannán mac Lir. La materia di questa narrazione è più tarda di quelle precedentemente esposte, ed anche l’ambientazione della seconda parte è da collocare in un tempo di molto successivo a quello nel quale si immaginano avvenute le avventure di Bóann, Cáer Ibormeith e Óengus, Midír ed Étaín, Gráinne e Diarmaid, e di tutti gli altri.
Ethné era una delle figlie del Signore del Paese sotto alle Onde, una delle magiche Terre dell’Altro Mondo, il quale alla sua nascita l’aveva affidata ad Óengus affinché la crescesse nella sua dimora lungo il Boyne. Quand’ella fu cresciuta, come tutte le donne della Gente Felice, acquisì una straordinaria bellezza ed una grazia innata che la rendevano desiderabile per qualsiasi giovane, così un giorno, come spesso succedeva nel Mondo Fatato, uno dei suoi splendidi abitanti le chiese di trascorrere la notte con lui. Ethné però si scandalizzò talmente tanto a quella proposta, alla quale oppose un fermissimo rifiuto, che perse la naturale spontaneità dei síde e iniziò a pensare secondo le norme e le leggi degli uomini mortali. Smise anche di nutrirsi del cibo preferito di quel Popolo divino, la carne dei maiali di Manannán, i quali uccisi e mangiati un giorno, tornavano vivi quello seguente, e la leggenda dice che sopravvisse grazie a “un angelo del Signore” che le portava del cibo ogni giorno.
Nel mondo degli uomini, nel frattempo, trascorsero moltissimi secoli – ma non si può dire a quanti giorni, mesi o anni corrispondessero nel Regno Fatato, dato che in questo luogo il tempo scorre in maniera diversa, o forse non esiste nemmeno – ed Ethné continuò a non assaggiare mai neanche un poco del cibo squisito di cui gli altri si nutrivano, perdendo sempre di più l’innocenza e la semplicità dei suoi simili. Così, se da un lato ella con tale comportamento amareggiava alcuni di loro, per molti altri era diventata motivo di fastidio, poiché turbava la naturale ed inesausta gioia di quei luoghi di Pace.
Un giorno di sole, quando ormai la tenera primavera stava mutando il suo volto in calda estate, Ethné si recò presso un’ansa nascosta e quieta del Boyne, per fare il bagno al riparo da occhi indiscreti e, toltasi i vestiti, s’immerse e nuotò per un po’ nell’acqua fresca e trasparente. Quando uscì e volle rivestirsi, si accorse però di aver perso il magico mantello di nebbia che la rendeva invisibile ai mortali e le permetteva di scorgere la sua gente e la sua dimora. Lo cercò ovunque in modo sempre più affannoso ma senza riuscire a trovarlo, e quando chiamò a gran voce Óengus, le sue compagne di giochi e tutti i nomi dei Thuata Dé Danann, che ben conosceva, non udì nessuna risposta.
Disperata, non più in grado di ritrovare la via di casa, la fanciulla iniziò a vagare nei pressi del fiume, finché giunse a una costruzione dalla strana architettura sormontata da una croce in ferro battuto e, fattasi coraggio, bussò. Le venne ad aprire un vecchio uomo dalla lunga barba bianca, curvo e vestito molto semplicemente, il quale nell’aspetto le ricordava vagamente gli anziani saggi della corte di Óengus, ma quando questi parlò la sua voce le apparve molto meno dolce, anche se gentile, e i suoi occhi erano meno brillanti. L’uomo le chiese cosa ci facesse lì tutta sola, ed ella gli narrò per filo e per segno i suoi trascorsi, come avesse vissuto alla corte di Óengus, il modo in cui si era trovata priva del mantello fatato e la strada che aveva fatto per arrivare in quel luogo, che scoprì essere una piccola cappella.
Quando il vecchio, che era uno dei primi monaci giunti nell’Isola d’Erinn, venne a sapere la provenienza della fanciulla, e che per tutti quegli anni ella era stata nutrita da un angelo, la portò immediatamente da Patrizio, il primo santo irlandese, che la battezzò per far sì che divenisse del tutto umana, poiché era chiaro che non apparteneva più a quegli strani e inquietanti esseri abitanti dei síde. Così Ethné rimase a vivere insieme al monaco.
Ma un giorno, mentre si trovava un poco discosta dalla piccola chiesa e più vicina alle acque gorgoglianti del Boyne, alla donna sembrò di udire, mischiate al suono del vento e del fiume, delle voci dolcissime che chiamavano il suo nome. Ella avrebbe voluto rispondere e rivedere il viso benevolo di Óengus, giocare con le sue sorelle fatate nei prati, ascoltare i meravigliosi poemi e le musiche melodiose dei bardi dei síde, ridere insieme a quegli eterni giovani e passeggiare sotto agli alberi sempre fioriti e carichi di frutti, ma per l’emozione svenne e batté la testa al suolo. In seguito a quella caduta si ammalò gravemente, e nel giro di poche settimane morì, lei che era stata immortale, assistita dal vecchio monaco che le dedicò la piccola chiesetta sul Boyne, chiamandola Kill Ethné.

Un’ulteriore notizia conservata nel folklore irlandese (7) riguardante Óengus, dice che il suo messaggero sarebbe l’Amadán na Breena, colui che dopo la Regina detiene maggior prestigio e potere nei vari regni fatati, ovvero il Buffone del forte. Questa figura non appartiene in realtà solo al popolo irlandese, ma si può ritrovare con nomi diversi in molte altre mitologie e gli studiosi gli hanno dato il nome generico di “trickster”. L’Amadán è il più folle e canzonatorio fra gli abitanti dei síde, sempre pronto a burlarsi di ogni cosa e di chiunque, irriverente e al di là di ogni limite, ma anche considerato “il più saggio di tutti”. Provoca il riso, e per questo è il prediletto dei sovrani dei tumuli e cambia aspetto ogni due giorni, forse a significare che la forma ha ben poca importanza e che ciò che invece conta è conservare sempre la predisposizione al divertimento, al gioco e alla leggerezza che è propria degli Dei, e che quindi ad essi avvicina. Egli ne è un portatore anche fra gli uomini, i quali se vengono toccati dal Buffone dei tumuli, diventano irrimediabilmente folli, tanto che a volte possono diventare giullari anch’essi e raggiungere le corti fatate di notte o durante il sonno. Altre volte invece sembra che il tocco del Giullare immortale porti in breve tempo alla morte.
Ma se, come a lungo si è creduto, ciò che muore nel nostro mondo nasce in quello dei síde, allora dev’essere ben lieta la sorte di coloro che, scelti dal matto ma sapiente messaggero di Óengus, in seguito alla dissoluzione di ciò che di mortale c’era in loro, sono accolti nella sua Corte Felice, dove per sempre potranno ridere, giocare e godere di Libertà e Bellezza perfette, lasciandosi travolgere dalla gioiosa follia di cui Óengus non è che uno dei molti nomi: Amore.



I miti qui riportati sono stati rinarrati tentando umilmente di utilizzare un linguaggio che parli a qualcosa di più profondo della mente logica e disincantata degli adulti, e si è inoltre cercato di esaltare le parti considerate più significative. Essi perciò non sono del tutto aderenti agli originali, per conoscere i quali ci si può procurare un buon libro di mitologia. In particolare si consiglia Saghe e Leggende dell’antica Irlanda di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini.


Note

1. Il termine letteralmente significa “pace” ma indica anche le molte colline irlandesi credute porte verso il mondo degli antichi Dei e coloro che li abitano. Spesso questi posti sono resti di antichissime fortificazioni, sepolture e spazi sacri, ed ancora oggi sopravvivono nel folklore un gran numero di leggende e fatti particolari legati ad essi. Coloro che abitano i síde sono detti anche Daoine maithe “Brava gente”, Áes síde “Gente delle pace/dei tumuli”, “Buon Popolo”, “Corte Contenta” ed in altri modi ancora, e secondo alcuni sarebbero i Tuatha Dé Danann, gli Dei rifugiatisi nel mondo sotterraneo all’arrivo degli antenati degli odierni Irlandesi. Ammantati di nebbia e invisibili alla maggior parte degli uomini, essi divennero parte degli elfi, delle fate, dei folletti e di tutta l’allegra schiera di creature incantate che protegge i luoghi naturali, che si diverte a fare scherzi agli uomini e qualche volta può accogliere un bimbo mortale, una fanciulla o un ragazzo che troverà fra loro la pace e la gioia senza compromessi. Del síd del Brug na Bóinne si appropriò Óengus recandosi sotto mentite spoglie da Elchmar e chiedendogli un dono che gli fu concesso; il Giovane Dio domandò di poter regnare sul Brug “per un giorno e una notte”, ma poiché tutto il tempo è scandito da giorni e notti riuscì in questo modo ad ottenerlo per sempre.

2. Citazione da Saghe e Leggende dell’antica Irlanda vol. 1, di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Mondadori Editore, pag. 119.

3. Il nome della fanciulla può risultare piuttosto strano, ma oltre alla bellezza delle bacche di tasso, che potrebbe da sola aver indotto gli antichi bardi a dare questo nome alla giovane, si può forse considerare che l’arillo, ovvero la polpa rossa che riveste il seme, è l’unica parte del tasso non velenosa. Quest’albero contiene infatti un veleno mortale in ogni sua parte, tranne che nel rivestimento esterno delle bacche, le quali d’inverno contrastano con il biancore della neve e la nudità degli altri alberi; inoltre esso è associato al periodo buio dell’anno, a Samhain, al viaggio sotterraneo del Sole, a ciò che è nascosto e alla morte (anche come Iniziazione ad una nuova vita). “Bacca di Tasso” potrebbe quindi indicare la parte più benefica e vitale che in ogni uomo si cela, il suo nucleo scarlatto e vivo che resiste ai simbolici buio e inverno, l’unica che “non avvelena” chi di essa “si nutre”.

4. La traduzione di questo brano della storia è incerta e l’interpretazione contraddittoria. Se però supponiamo che Ethal possa rappresentare l’Io egoico, che spesso si mostra pauroso, capiamo il perché non voglia cedere la figlia ad Amore. Quando poi egli viene costretto, rivela, ed anzi ammette, che Cáer Ibormeith è più potente di lui, che è la vera sovrana, la Principessa. Solo ora, in seguito a questa ammissione Óengus, Amore, può avvicinarsi all’Anima, alla sua amata, e condurla via con sé nel suo magnifico reame.

5. Il geis era una sorta di tabù, un magico divieto che se fosse stato violato avrebbe attirato la sfortuna e avvicinato la morte. Tutti i grandi eroi della mitologia irlandese devono sottostare a molti di questi impedimenti.

6. I dolmen, luoghi che come gli antichi tumuli sembrano particolarmente amati dal Buon Popolo e considerati porte verso il loro mondo, nel folklore sono a volte indicati come “i giacigli di Diarmaid e Gráinne”, poiché si credeva che durante il loro errare essi avessero spesso riposato alla loro ombra.

7. Cfr. Il crepuscolo celtico, un’insieme di testimonianze orali e storie raccolte dal poeta irlandese William Butler Yeats, Edizioni SE , pagg. 111 e seguenti.


Fonti

Dizionario di mitologia celtica, M. J. Green, Bompiani
Fate, B. Froud e A. Lee, Rizzoli
I miti celtici, T. W. Rolleston, TEA
Il crepuscolo celtico W.B. Yeats, Edizioni SE
Il vischio e la quercia, R. Taraglio, Edizioni L’Età dell’Acquario
Le meravigliose leggende celtiche, Ella Young, Edizioni della Terra di Mezzo
Lo spirito degli alberi, F. Hageneder, Edizioni Crisalide
Saghe e Racconti dell’antica Irlanda, G. Agrati e M. L. Magini, Mondadori
Bifrost [1]
Tasso [2] di Violet


Testo di Elke. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.



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