Il Tempio della Ninfa

FIABE E FAVOLE: Madama Holle

Articoli / Racconti
Inviato da Violet 05 Nov 2006 - 02:54

Madama Holle
rinarrata da Violet

Introduzione allo studio della fiaba [1]

Premessa

La fiaba narrata come segue, era quella che mia madre mi raccontava quando ero piccola, prima di mettermi a letto, ed era quella che io le chiedevo ogni volta, perché fra tutte era la mia preferita.

Col trascorrere del tempo, questa storia è rimasta custodita nella mia memoria in ogni suo particolare, e mi ha accompagnata nel corso di tutta la mia vita. Era qualcosa di talmente puro e prezioso che quando le rivolgevo i pensieri lo facevo come se dovessi aprire uno scrigno nascosto in un posto segreto dentro di me, dopo aver controllato che nessuno mi guardasse o si avvicinasse, per poi controllare semplicemente che la storia fosse ancora lì dove doveva essere, senza sfiorarla… doveva solo rimanere sempre lì.
Così anche i miei pensieri verso di lei erano discreti, per non disturbarla… e per mantenerla intatta.
Mi affascinava a tal punto che iniziai a cercarla nei libri di raccolte fiabesche, eppure non riuscii mai a trovarla uguale a come la conoscevo, e l’unica cosa che mi diceva mia madre quando gliene chiedevo la provenienza era che tanti anni prima, quando era piccola, aveva un bel libro di fiabe dalla copertina verde, nel quale la storia così narrata era contenuta, ma che un giorno, a causa del trasloco, il libro si perse e non lo ritrovò mai più.
La versione che era contenuta in quel misterioso libro verde era probabilmente l’unione di due fiabe distinte, molto simili fra loro, ovvero la splendida Frau Holle dei Fratelli Grimm e Le Fate di Charles Perrault; ma è possibile che fosse un’altra versione ancora, di provenienza sconosciuta, oppure rinarrata. In ogni caso, sebbene per svolgere l’analisi della storia e dei simboli sarebbe più giusto scegliere come testo di riferimento una delle due versioni sopracitate, che sono le più note, non posso fare a meno di scegliere quella con la quale sono cresciuta, perché se da una parte il significato e i simboli sono pressoché gli stessi, è lei soprattutto, e più di ogni altra, ad incantarmi ancora e a brillare di luce propria nel mio cuore.



Madama Holle

C’era una volta una vedova che aveva due figlie. La prima delle due, che era la sua figliastra, era bellissima, dolce, gentile e di buon cuore, la seconda invece era brutta, arrogante e pigra.
La madre delle due fanciulle aveva affetto solo per quella scontrosa e villana, che vezzeggiava e viziava, lasciando che lei, pigra com’era, non facesse nulla in tutto il giorno. Al contrario, era invece molto malvagia e severa nei confronti della giovinetta buona e bella, e la obbligava a lavorare duramente, a lavare, spazzare e a filare all’arcolaio fino a che le dita le sanguinavano, senza mai concederle una buona parola o un gesto affettuoso.
Ogni giorno la bella fanciulla doveva andare al fiume a fare il bucato, e doveva fregare e fregare, pulire e ripulire i panni con il sapone, risciacquandoli nell’acqua gelata fino a quando diventavano bianchi come il latte. A furia di lavare e rilavare aveva le mani tutte screpolate, ma poco se ne curava. Era invece allegra e sorridente e aveva sempre una buona parola per tutti.
Un bel giorno, dopo aver raggiunto il fiume, la giovane iniziò a lavare i panni e, mentre fregava le sfuggì il sapone dalle mani, che scivolò nell’acqua e si allontanò dalla riva, cominciando a sprofondare sempre di più.
La poverina si disperò perché sapeva bene che se fosse tornata a casa senza il sapone la matrigna l’avrebbe sicuramente sgridata e magari anche picchiata, e così decise di fare tutto ciò che poteva per riprenderlo. Iniziò a camminare nell’acqua, entrando pian piano e bagnandosi prima le caviglie, poi le ginocchia, poi il busto, fino ad arrivare alle spalle e al viso. Ma il sapone continuava a scendere, sempre più giù nelle buie profondità, e a lei non rimase altro da fare che immergersi e seguirlo sott’acqua.
Nuota e nuota, la fanciulla giunse ai fondali del fiume, ma si sorprese nel rendersi conto che non aveva più bisogno di risalire in superficie per respirare, perché era come se laggiù ci fosse la stessa aria che respirava sulla terra, e non doveva nemmeno più faticare per nuotare, perché l’acqua non la trasportava più verso l’alto. Poco a poco le ombre del fondale si schiarirono e si aprirono davanti ai suoi occhi e lei si ritrovò in un meraviglioso giardino, pieno di luce e di colori brillanti e talmente belli che mai ne aveva visti di simili. In quel luogo incantato c’erano prati verdissimi e fiori dai profumi inebrianti, crescevano alberi da frutto e meli dalle mele rosse e dolcissime, e anche molte erbe e piante magiche visitate da animaletti buffi e amichevoli.
Rapita da quella visione, la fanciulla mosse qualche passo sulla morbida erba muschiata, illuminata da un sole dorato che splendeva alto sulla sua testa, ma presto si ricordò che era giunta sino a lì perché cercava il suo sapone.
Camminando, giunse nei pressi di una bellissima casetta piena di vasi di fiori colorati sui davanzali, e pensò che forse qualcuno ci abitasse, e che magari avrebbe potuto aiutarla a ritrovare ciò che stava cercando. Così, timidamente bussò alla porta…
Una vecchina si affacciò allora ad una delle finestrelle e chiese chi fosse a bussare. Aveva l’aria buona e gentile, ma anche due denti lunghi come delle zanne, e la fanciulla si spaventò molto quando la vide. Indietreggiando fece per scappare, ma l’anziana donnina, sorridendo amorevolmente, le disse:
«Non scappare bambina mia… non ti farò alcun male. Il mio nome è Madama Holle, e sembra che tu sia giunta fino a qui perché eri in cerca di qualcosa… il tuo sapone se non sbaglio.»
La fanciulla, davanti a tanta gentilezza, si sentì subito rincuorata e non ebbe più alcuna paura. Sentì invece di provare un grande e immotivato affetto per quella vecchia signora e, sorridendole timidamente, le rispose:
«Sì cara nonnina, ho smarrito il mio sapone e non posso tornare a casa senza, perché la mamma mi punirebbe. Tu per caso lo hai visto o sai dove io possa trovarlo?»
Madama Holle, con gli occhi luminosi e gioiosi, le rispose:
«Ma certo figliola, ho io ciò che tu stai cercando e te lo darò molto volentieri, ma prima vorrei farti una proposta… Ti piacerebbe stare qui con me per un po’ di tempo? Avrei proprio bisogno di una fanciulla buona e bella come sei tu che mi aiuti nelle faccende domestiche… Se ripulirai bene e riordinerai la casetta per me, vedrai che non ti mancherà nulla e ti troverai sicuramente molto bene. Ogni mattina dovrai ricordarti di sprimacciare il piumone che è steso sopra al mio letto, perché se così farai, le piume voleranno spinte via dal vento e diventeranno fiocchi di neve sulla Terra. Quando poi vorrai tornare a casa ti ridarò volentieri il tuo sapone…».
La fanciulla, incantata dall’amorevolezza che emanavano gli occhi e la voce della vecchina fu molto felice di accettare e di fermarsi per qualche tempo in quella graziosa casetta, circondata dal giardino e dai meleti carichi di frutti. Ogni giorno puliva e riassettava per bene tutte le sue graziose stanze, e tutte le mattine, affacciata alla finestrella più alta, sprimacciava e batteva con vigore il piumone, così che le piume volassero via e la neve cadesse sulla Terra. In cambio di questi lavori, che la fanciulla svolgeva con gioia e senza mai provare noia o stanchezza, Madama Holle la trattava sempre con dolcezza e a tavola non mancavano mai le cose più semplici e buone da mangiare, come l’arrosto, le verdure, i dolcissimi frutti degli alberi e i dolci.
La giovane stava davvero molto bene con la vecchia signora e non avrebbe mai voluto lasciarla, ma un bel giorno sentì un’improvvisa nostalgia, e così ebbe voglia di confidarlo a lei.
«E’ giusto che tu abbia nostalgia della tua casa e della tua famiglia» le rispose sorridendo la donnina, «e forse è giunto il tempo che vi ritorni. Ma visto che sei stata molto buona e anche molto brava a fare ciò che ti avevo chiesto, ti farò un dono. Quando tornerai sulla strada maestra che ti porta a casa e passerai davanti alla vecchia fattoria, il gallo canterà tre volte, e al terzo chicchirichì riceverai il mio dono per te.»
La fanciulla le fu molto grata e, dopo aver ripreso il suo sapone, la salutò a malincuore e uscì dalla porticina sul retro della casetta, fuori dalla quale si trovò immediatamente sulla strada di casa.
Mentre percorreva la via di ritorno, passò davanti alla fattoria e udì il gallo cantare una, due, tre volte, ma al momento non notò alcun cambiamento, anche se si sentiva ancora più felice di quanto non fosse mai stata.
Quando giunse a casa volle abbracciare la sua matrigna, ma questa, nonostante lei fosse mancata per diverse settimane, non mostrò affatto di essere felice di rivederla, ed anzi si arrabbiò molto e la sgridò. Ma tacque improvvisamente non appena la giovane le rispose:
«Ti chiedo scusa, mamma…»
Nel pronunciare quelle parole, dalla sua bocca erano infatti uscite due rose e un diamante, ma anche tante lucine che brillavano come stelle. Non solo… Quando la matrigna, riavutasi dalla sorpresa, la guardò meglio, vide che sulla sua fronte era apparsa una stella dorata che brillava come un piccolo sole.
Allora volle immediatamente sapere come era possibile un tale prodigio, pensando che se avere una figlia simile era già una gran fonte di guadagno, averne due uguali l’avrebbe resa la donna più ricca del mondo.
La giovinetta le raccontò tutta la vicenda, da quando aveva perso il sapone a quando aveva udito il terzo canto del gallo, e la madre decise subito di mandare anche l’altra ragazza al fiume, dicendole di seguire per filo e per segno tutto quello che sua sorella aveva fatto. La pigrona però le rispose:
«Ma mamma… io non ho voglia di andare al fiume! A fare il bucato poi, non ci penso nemmeno! Non sono mica una serva, e poi potrei rovinarmi le mani come quella sciagurata, e bagnarmi gli abiti, e…»
Senza lasciarla finire di parlare, la donna le ficcò il sapone in mano e la spinse fuori, sbattendo la porta. Trovatasi fuori di casa, la ragazza ripensò a ciò che la madre le aveva appena detto e si rese conto che con un dono simile a quello della sua sorellastra avrebbe ricavato molto denaro e notorietà, pertanto s’incamminò spedita verso il fiume.
Quando vi giunse, senza nemmeno fare finta di lavare il bucato, tirò il sapone nell’acqua e, lamentandosi e piagnucolando per il freddo, si mise a nuotargli dietro per riprenderlo.
Il sapone sprofondava e sprofondava, e la svogliata fanciulla, facendo un grande sforzo di volontà, lo seguiva, finché giunta ai fondali si trovò anche lei nel meraviglioso giardino, dove poteva respirare e camminare sulla soffice erba muschiata.
Ma lei non si curò affatto dell’incantata bellezza dei prati fioriti e del frutteto, non le importava nulla di ciò che la circondava, e se era scesa fin laggiù era solo per ottenere quel ricco dono.
Vide la graziosa casetta piena di vasi di fiori e vi si diresse in fretta. Bussò alla porta, e ad una delle finestrelle si affacciò la vecchina con le lunghe zanne, che con voce gentile chiese chi fosse a bussare.
La ragazza però non ne fu spaventata, perché era già a conoscenza delle fattezze della donnina, e senza sprecare tempo le chiese sgarbatamente se avesse visto il suo sapone.
La vecchina la guardò a lungo in silenzio, e poi le disse:
«Cara ragazza, ho io quello che tu stai cercando. Ma prima mi piacerebbe farti una proposta…»
La giovane la interruppe e le disse che avrebbe fatto tutto quello che lei le avesse chiesto, quindi domandò se poteva entrare in casa.
La vecchina naturalmente glielo permise, e sempre osservandola, le spiegò tutti i compiti che avrebbe dovuto svolgere, ovvero pulire bene la casetta, tenere tutto in ordine e soprattutto sbattere bene il piumone fuori dalla finestra, perché così le piume sarebbero scese come candida neve sulla Terra.
I primi giorni la ragazza, seppur controvoglia e goffamente, poiché non aveva mai lavorato in vita sua, pulì e riassettò come meglio riusciva, sprimacciando il piumone fuori dalla finestra. Ma dopo poco tempo iniziò a trovare inutile faticare in quel modo, così prese a tralasciare tante piccole cose. E più pensava a quanto la infastidisse fare la serva di una vecchina, che avrebbe potuto farsi tutti quei lavori da sola, più si sentiva stanca e svogliata. Presto non ebbe nemmeno più voglia di alzarsi dal letto al mattino, e smise di sprimacciare il piumone, così quell’inverno la neve non poté più scendere ad imbiancare la terra e tutta la Natura ne soffrì.
La vecchina allora le disse che era tempo che lei tornasse a casa, e la ragazza fu molto contenta di lasciarla. Ma soprattutto non vedeva l’ora di ricevere la sua ricompensa.
Prima di restituirle il sapone e salutarla, Madama Holle, le disse:
«Cara ragazza, per ripagarti del lavoro che hai fatto per me ti farò un dono. Quando tornerai sulla strada maestra che ti porta a casa e passerai davanti alla fattoria, il gallo canterà tre volte, e al terzo chicchirichì riceverai il dono che ti sei meritata».
La giovane, dopo essere uscita dalla porta sul retro ed essersi trovata sulla via maestra che conduceva a casa, si incamminò tutta orgogliosa e impaziente di ricevere la sua ricchezza, e passando davanti alla fattoria, udì il gallo cantare una, due, tre volte.
Com’era successo a sua sorella, al momento non si accorse di alcun cambiamento, anche se si sentì improvvisamente pesante e ancora più svogliata del solito. Ma quando corse ad abbracciare la mamma, urlando «Mamma! Sono tornata!», non poté resistere allo sgomento di vedersi uscire dalla bocca un brutto rospaccio e due serpi.
La mamma, non appena la vide, la squadrò inorridita ed esclamò:
«Quale sventura! Non solo perdi orridi animali dalla bocca, ma ti è anche cresciuta una coda d’asino sul sedere! Povera figlia mia! Di certo è tutta colpa della tua sorellastra! Ora le darò una punizione peggiore di tutte quelle che abbia mai ricevuto!»
La bella fanciulla, che aveva visto e sentito tutto, scoppiò in lacrime e, poiché non aveva altra scelta, fuggì via di casa, inseguita dalle imprecazioni della madre e piena di tristezza.
Corse e corse nel profondo del bosco, finché le forze le vennero meno, e giunta sul ciglio di una stradina illuminata dai raggi del sole, si sedette su una pietra piatta per riprender fiato.
Proprio in quel momento stava cavalcando per la via il principe del regno, un giovane bello come mai se ne erano visti e altrettanto buono e amorevole, e quando questi vide la fanciulla si fermò di colpo, incantato da tanta delicata bellezza, e le chiese chi fosse e da dove venisse, giacché non l’aveva mai vista prima.
La giovinetta, altrettanto incantata dal bel principe, volle rispondere alla sua domanda, ma non appena emise parola dalla sua bocca uscirono fiori profumati, rubini, e piccole luci colorate. Affascinato da tutto ciò che vedeva, nonché dalla stella dorata che brillava come un piccolo sole sulla fronte della fanciulla, le chiese come fosse possibile un simile prodigio.
Così lei gli narrò tutta la sua storia, e anche il motivo per cui era fuggita di casa, e il principe, profondamente innamorato, le chiese se avesse desiderato sposarlo.
Guidata dall’amore che sentiva di provare per lui, lei accettò immediatamente, e insieme partirono al galoppo verso il castello incantato, nascosto in cima alle rosee nuvole, per vivere insieme nella felicità per sempre.

Quanto alla matrigna e a sua figlia, vissero per sempre da reiette, nell’ignoranza, nella povertà e nella sfortuna.
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Studio della simbologia della fiaba

Oltre le acque
Il passaggio segreto e l’Altromondo


La nostra storia inizia con un misterioso viaggio nelle acque profonde, che secondo le antiche leggende, in particolare celtiche e germaniche, nascondevano il varco per accedere ai reami sottili.
Nella versione qui narrata, il passaggio segreto per giungere al giardino incantato è rappresentato dal fiume, ma spesso le soglie che si aprivano oltre il visibile erano anche i laghi, le sorgenti, i pozzi, le fontane, il mare, l’oceano e persino la fitta nebbia. L’elemento che in ogni caso rappresenta il passaggio è l’acqua, e i motivi potrebbero trovarsi nel potere di trasfigurazione e riverbero dell’acqua stessa. Castelli incantati, corti fatate e persino boschi e foreste, talvolta si trovavano proprio dove i comuni mortali vedevano solo una distesa d’acqua. E l’acqua stessa, riflettendo solo la realtà esterna, ingannava chi non era aperto a vedere oltre.
Al contempo, l’acqua riflette l’immagine di coloro che si specchiano sulla sua superficie, fungendo da soglia per penetrare dentro di sé, oltre il proprio sguardo, oltre se stessi e allo stesso tempo nel centro di se stessi, accedendo a regni sconosciuti che si nascondono oltre il velo della percezione razionale.
Sia sotto le acque che in mezzo alla nebbia i sensi sono attutiti, regna il silenzio, e questo stato d’essere potrebbe contribuire al risveglio di un sentire più profondo e sottile, grazie al quale è possibile scorgere ciò che solitamente è invisibile e a udire il linguaggio silenzioso.
Proprio a questo risveglio potrebbe riferirsi il dissiparsi delle ombre scure dei fondali lacustri dinnanzi agli occhi delle fanciulle, che superata la normale coscienza di veglia posano lo sguardo oltre.

Anche nella versione della storia raccontata dai Fratelli Grimm, il passaggio per accedere al mondo incantato è fatto di acqua: la fanciulla deve tuffarsi nel pozzo, dentro al quale ha lasciato involontariamente cadere il fuso che usava per filare, e solo dopo essere discesa nelle acque scure e profonde troverà il magico giardino in cui abita Frau Holle.
Nella versione di Perrault, invece, non si ha un vero e proprio viaggio nell’Altromondo, ma avviene un fatale (1) incontro con una Fata, che si presenta nelle sembianze di una povera vecchina logora e stanca nelle vicinanze di una fontana, dalla quale la fanciulla bella e gentile attinge dell’acqua e gliene offre da bere. E come appare chiaro, anche in questo caso il mezzo per accostarsi al divino è l’acqua.

Ciò che avviene in seguito all’attraversamento del passaggio acquatico, è l’inizio di una splendida esperienza vissuta in un regno oltremondano, nascosto nel centro più puro e intatto della propria terra interiore.
Questo misterioso regno, che si può raggiungere solo con grande coraggio e fatica, è descritto il più delle volte come un bosco incantato, un frutteto o un giardino fiorito, abitato da creature allegre e giocose. Vi cresce una vegetazione dolce e rigogliosa, con fiori profumati e prosperi alberi da frutto, fra i quali emergono in particolare i meli, carichi di rosse e dolcissime mele che attendono, ed anzi chiedono espressamente, di essere colte.
Proprio la presenza del grazioso meleto che cresce nel giardino rimanda agli antichi miti germanici e celtici che narrano della mela come frutto divino per eccellenza, e in particolare alle mele dell’eterna giovinezza custodite dalla bellissima dea Idun, e alla leggenda arturiana dell’isola di Avalon – da Afallon, che deriva da afal, “mela”, e significa letteralmente “luogo in cui crescono i meli”, o “meleto” – dove si diceva crescessero meli fatati i cui frutti avrebbero nutrito per tutta la vita senza mai esaurirsi.
La mela, infatti, simboleggia la conoscenza ultraterrena, la saggezza che riempie l’anima di coloro che di essa si cibano, ed è il magico frutto che simbolicamente cresce nei luoghi in cui le antiche armonie femminili esistono ancora.
Il viaggio che intraprende la buona fanciulla, seguita dalla sorellastra, si rivela dunque essere un vero e proprio viaggio iniziatico che la porta nel mondo sottile per far sì che apprenda i misteri della Madre antica – rappresentata, come vedremo, da Madama Holle – e che possa poi ritornare sulla terra portando con sé la luce conquistata, e risvegliata.


La fanciulla buona e quella cattiva

Sin dal principio della fiaba appare evidente la differenza che esiste fra le due fanciulle, e la natura dei loro intenti.
La prima è bellissima, dolce e molto buona, e nonostante la vita triste e faticosa che è costretta a condurre è sempre allegra, sorridente e ben disposta verso tutti. Queste buone virtù nascono da una bellezza e da una grazia ben più profonde di quelle mostrate dall’aspetto esteriore, poiché nel linguaggio fiabesco ciò che appare all’esterno spesso riflette e rivela ciò che si cela all’interno.
La leggiadra bellezza della fanciulla è in questo caso il segno evidente di un’anima bella, luminosa e pura, che per sua natura è già predisposta a conoscere i regni d’armonia e a ricongiungersi con essi. Per la bella giovinetta, infatti, il viaggio e tutto ciò che ne consegue avviene naturalmente e per volere del destino, nulla è mai forzato, manipolato o preteso con presunzione o inganno.
Sulla riva del fiume, il sapone scivola via dalle sue mani e cade nell’acqua, allontanandosi verso l’ignoto, e in lei nasce spontaneamente la necessità di andare a riprenderlo, a costo di dover attraversare tutto il fiume o di nuotare fino ai suoi fondali. Così il sentiero tracciato per lei da mani invisibili si dipana dinnanzi ai suoi occhi, e lei lo percorre attivamente e con zelo, seppur inconsapevole della sua fatalità (1), fino a quando raggiunge la sua fortunata meta e riceve ciò che lei stessa, con le sue azioni, ha meritato.
La seconda fanciulla, invece, appare ben diversa e la sua storia è forzata dalla sua prepotenza e dalla brama di potere e ricchezza materiali. Oltre che brutta d’aspetto, a rivelare in questo caso una profonda disarmonia interiore, è presuntuosa e meschina, si rende facile preda della pigrizia e dell’invidia ed è guidata da una madre che è portatrice dei suoi stessi difetti.
Il percorso compiuto dalla bella sorella non viene inteso dalle due donne nel suo senso reale e profondo, ma solo come sterile mezzo per accumulare ricchezza, e l’intero viaggio della sfortunata ragazza è basato sull’imitazione e sull’inganno. Così, sulla riva del fiume, il sapone non scivola via da sé, ma viene lanciato nell’acqua appositamente, e il misterioso regno dei fondali lacustri, con la sua fatata bellezza, viene del tutto ignorato.
La giovane in realtà non fa altro che cercare di percorrere un sentiero che non è il suo, pretendendo una fortuna che non le appartiene, o che non è ancora in grado di meritarsi. Ma nessuno può ingannare il destino, e ognuna, a seconda delle proprie azioni, raccoglie esattamente ciò che ha seminato.
Sebbene la seconda ragazza creda infatti di seguire le orme della sorella, e quindi di ricevere lo stesso dono, lei non fa altro che percorrere la strada sua propria, inseguendo passo dopo passo la sorte che le sue stesse mani hanno filato, finché anche lei, a suo modo, riceve ciò che ha guadagnato.


La Dea dalle lunghe zanne

Al di là del mondo terrestre, oltre il passaggio attraverso le acque, le fanciulle giungono nel meraviglioso giardino incantato, dove, oltre il frutteto e in mezzo alla rigogliosa vegetazione, sorge la graziosa e accogliente casetta di Madama Holle.
La vecchia signora appare non appena si bussa alla sua porta, ed il suo aspetto inizialmente suscita terrore per via dei suoi strani e lunghissimi denti simili alle zanne di qualche grosso animale selvatico. Proprio questa sua caratteristica induce a pensare che lei non sia affatto una donna normale, come quelle che abitano sulla terra, ma una creatura intimamente legata al mondo ferino, alla natura e alla dimensione selvaggia femminile, che può mostrarsi buona, amorevole e premurosa, ma può anche diventare aggressiva e temibile.
In lei coesistono, in equilibrio perfetto, entrambi gli aspetti – luminoso e oscuro – che anticamente venivano attribuiti alla Grande Madre e alle dée che ne ritraevano i vari e infiniti volti, ed è per questo che la sua sola presenza, circondata da un alone di mistero e di potere, suscita in coloro che intuiscono la sua vera natura un senso immediato di panico, di rispetto, ma anche di devozione e amore, simili a quelli che si possono provare per una madre.
La sua origine divina è facilmente rintracciabile nelle antiche leggende e nella mitologia germanica, dove Frau Holle – letteralmente “Signora Holle” – altri non è se non la dea Holla/Holda/Hel, che regna nell’altromondo, è dotata di aspetti benevoli e terribili, ed è profondamente radicata al mondo naturale. Come scrive Marija Gimbutas ne Le dee viventi, nelle tradizioni germaniche esistono ancora reminiscenze di questa potente Dea della morte e della rigenerazione, che veniva ritratta come “una creatura da incubo e terrificante”. Si diceva che comparisse assieme ai suoi cani-lupo “che dilaniano le carni dei cadaveri”, e questo particolare è chiaramente sopravvissuto nelle sue zanne lunghe e appuntite.
In quanto madre dei morti” si credeva che Holla scortasse i morti nell’aldilà, “nei più profondi recessi delle montagne e delle grotte”. Era ritenuta una vecchia dall’aspetto sgradevole, ma possedeva molte virtù rigeneratrici: “È lei che fa sorgere il sole, e sotto forma di rana recupera la mela rossa, simbolo di vita, dal pozzo in cui cade in autunno. E quando i ghiacci si ritirano in primavera, Holla compare a volte sotto forma di una bella donna nuda che fa il bagno in un fiume o in un lago. Dunque personifica le potenze della vita che si rinnova dopo l'inverno, quando la temuta strega della morte si trasforma in una bella fanciulla primaverile. Le immagini di Freya, delle Valchirie e di Holla testimoniano la continuità della dea antico-europea vivificatrice, messaggera di morte e rigeneratrice. Può essere giovane, bella e forte, oppure vecchia, sgradevole e potente, a rappresentare un ciclo completo di vita, morte e rinascita. Così il suo potere si estende sui vivi e sui morti”. (2)
La graziosa vecchina in origine sarebbe dunque una grande e potente divinità, che era anche considerata la protettrice degli animali, del focolare, della casa e dei lavori domestici, in particolar modo della filatura.
Sempre nella tradizione germanica si diceva che Holle, nel suo aspetto di vecchia dai capelli bianchi e scarmigliati o, talvolta, di donna luminosa e bellissima, volasse per i cieli insieme al suo corteo fatato nelle notti che intercorrevano fra il solstizio d’inverno e il sei di gennaio, quando benediva i campi coltivati e visitava tutte le case per controllare se erano pulite e riassettate, e per accertarsi che tutti i lavori di filatura fossero stati portati a termine.
A seconda di ciò che trovava, avrebbe distribuito i suoi doni, che rappresentavano esattamente ciò che ognuno aveva realmente meritato. Se alla sua visita avesse trovato la casa ben pulita e riordinata l’avrebbe benedetta con la sua fortuna, ma se l’avesse trovata sporca e disordinata non avrebbe lasciato nulla, o nei casi peggiori l’avrebbe maledetta. E si potrebbe pensare che non fosse solo la condizione della casa o della filatura della lana e del lino ad interessare la dea Holle, quanto soprattutto la pulizia e l’ordine interiori di chi vi abitava, ovvero la loro purezza e armonia, o la loro meschinità e indolenza. Ciò a cui, del resto, lei guarda nella nostra fiaba.
Colei che le fanciulle incontrano oltre le acque del fiume, oltre i meleti e il giardino fiorito, è dunque una dea del perpetuo ciclo naturale di vita-morte-rinascita, una dea del destino che fila segretamente le sue trame ed elargisce la buona o la cattiva sorte.
Inoltre, lei incarna anche una maestra iniziatrice per coloro che sono interiormente predisposte a ricevere la sua segreta conoscenza, a ricongiungersi con la sua armonia e ad accogliere dentro di sé la sua luce… brillante sulla fronte proprio come un piccolo sole dorato. (3)
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Al servizio della vecchia signora…

Nella nostra fiaba, le fanciulle trovano la via per l’altromondo fra le acque trasparenti seguendo il sapone che hanno perso nel fiume – oppure il fuso nella versione dei fratelli Grimm – il quale scende sempre più in profondità, come trascinato da una forza misteriosa e impercettibile.
In effetti, si può intuire che il suo discendere verso i fondali non sia una semplice casualità, ma accada per volere del destino, ovvero che sia il mezzo della sua vecchia filatrice per attirare a sé coloro che sono destinate a incontrarla.
Non appena il fatale incontro avviene, Madama Holle accoglie con affetto le sue ospiti e rivolge loro una particolare proposta: se lo desiderano, potranno fermarsi a stare con lei per qualche tempo, durante il quale dovranno pulire e riordinare bene la sua piccola abitazione. (4)
Questi compiti dovrebbero essere intesi non come semplici faccende domestiche, simili a quelle che si svolgono abitualmente, ma forse come particolari pratiche rituali che la saggia donnina insegna alle sue protette, perché imparino a svolgerle dentro loro stesse.
Pulire e lavare significa strofinare per far brillare, spazzare via la polvere e la sporcizia, e poi sciacquare e risciacquare con l’acqua limpida, che scioglie, dissolve e purifica per riportare alla luce lo splendore originario delle cose. Svolgere questo compito ritualmente, potrebbe quindi voler dire ripulire il proprio interno e la propria mente pesantezze e stati d’animo opprimenti e oscuri, ovvero sciogliere le proprie macchie profonde fino a quando tutto torna a brillare: fino a far riemergere l’anima luminosa che riluce e scalda come un piccolo sole interiore. (5)
Riordinare, d’altra parte, potrebbe voler dire rimettere le cose al proprio posto, mettere ordine dentro se stessi, dissipare la confusione caotica dei pensieri che si rincorrono incessanti senza mai fermarsi e ritrovare l’equilibrio, l’armonia e la quiete che permettono di raggiungere un senso di gioia e felicità prescindenti da qualsiasi accadimento esterno, nonché una visione più limpida e vera della realtà.
Pulire e riordinare sono dunque due compiti che vanno svolti insieme, poiché non vi può essere l’uno senza l’altro; e mantenere tali pulizia e ordine può significare non perdere il prezioso lavoro svolto, continuando a compierlo costantemente, giorno per giorno, per diventare sempre più puri, sempre più equilibrati e sempre più centrati nell’armonia gioiosa che viene dall’anima.

Le fanciulle ospiti della vecchina, però, non devono solamente fare le pulizie e riordinare la sua casetta, ma anche sprimacciare con vigore il suo piumone fuori dalla finestra, così che le piume vengano spinte via dal vento e si trasformino in fiocchi di neve sulla Terra.
Nelle leggende germaniche era Madama Holle stessa a svolgere questo compito, e a lei si attribuivano le belle nevicate d’inverno, quando la neve scende leggera a imbiancare la terra e a proteggerla dal gelo. Non solo, “la nebbia che ammantava le vallate nasceva dal fumo del suo fuoco. La pioggia benefica cadeva quando stava usando l’acqua per lavare, mentre quando lavorava il lino, si vedevano i lampi e si sentivano i tuoni del temporale.” (6)
Ogni più piccolo cambiamento che avveniva in natura, aveva origine da lei, e tutta la natura dipendeva da lei, che manteneva l’equilibrio armonico delle stagioni e si occupava degli eterni cicli di vita, morte e rinnovamento.
Permanere accanto a lei doveva quindi avere, per le fanciulle prescelte, il senso di avvicinarsi sempre di più alla natura stessa e alla sua materna e dolcissima madre, fino a diventare simili a lei. E forse era proprio per ottenere questo preziosissimo risultato che la vecchina chiedeva alle sue amate protette di svolgere uno dei suoi sacri compiti, spargendo la neve sulla terra, perché così facendo le aiutava a risvegliare dentro di sé l’incantevole consapevolezza di essere parte integrante e attiva della natura, di agire per essa, insieme ad essa e in armonia costante con essa,
fino a rendersi delle piccole dee viventi, che conoscono, preservano e nutrono nel loro intimo l’immenso e appagante amore che nasce dal sentirsi parte dell’immenso spirito divino della Madre antica.


I doni del destino

Il cammino magico delle fanciulle è dunque tracciato dalle mani della vecchia signora, ma il suo esito dipende solo e soltanto da loro, poiché ognuna, avendo in mano i filamenti della tela del proprio destino, decide se tesserla bene oppure no.
Così, quando esse terminano il servizio alla sua casetta, Madama Holle offre loro un dono che rispecchia la natura delle loro azioni e del lavoro che hanno svolto per lei. Un dono che è solo e soltanto ciò che hanno meritato e che si rivelerà loro, nel mondo terrestre, non appena sentiranno il canto del gallo.
Le giovani escono quindi da una porticina che non era mai stata aperta prima, forse perché è la porta del risveglio al mondo, e si ritrovano nel loro paesello, sulla strada maestra che le conduce a casa. E non appena sentono il gallo cantare, ecco che ricevono la loro ricompensa.
La giovane dolce e bella, per aver svolto con amore, gioia e diligenza tutto ciò che la vecchina le ha chiesto di fare, riceve il dono della luce, che altro non è se non il riflesso del tutto compiuto e rivelato della sua interiorità lucente.
Resasi limpida e trasparente, piena di luce dentro e fuori e, grazie agli insegnamenti della sua maestra, simile a una piccola dea vivente, lei diviene una portatrice di luce sulla terra.
La stella d’oro che le compare sulla fronte, potrebbe richiamare il risveglio della visione luminosa, la consapevolezza della scintilla dorata che vive nel centro di sé ed è il segno della sua appartenenza non più soltanto al mondo terrestre ma anche a quello magico e celeste.
Ogni sua parola diventa il canto della sua saggezza, ed è preziosa quanto lo sono diamanti e rubini, piena della delicata bellezza dei fiori profumati, vera come la luce.
Il suo stato d’essere sacro – ovvero etimologicamente riunito al divino, dal latino sacer, che significa “avvinghiare, riattaccare, riunire” e si riferisce a un ricongiungimento con la divinità, nonché a tutto ciò che rappresenta un mezzo per realizzare tale riunione – è la sua vera ricchezza, e d’ora innanzi lei può, con la sua sola e semplice presenza, trasmettere amore e armonia intorno a sé, emanando quelle buone energie che ha coltivato e che vivono risvegliate dentro di lei.

La brutta e vile sorellastra, invece, dopo aver svolto con indolenza e in modo deplorevole i compiti che la nonnina le ha assegnato, con il solo scopo di ottenere una sterile ricompensa in denaro, deve fare i conti con la sua stessa miseria interiore, poiché anche lei riceve semplicemente ciò che le spetta.
Le serpi e i rospi che perde dalla bocca sono animali che nella fiaba incarnano la ripugnanza e il disgusto. Le serpi potrebbero indicare il veleno dell’invidia e dell’inganno, mentre i rospi, animali goffi che abitano nelle paludi e negli stagni, rappresentano la goffaggine, la pigrizia, la passività nei confronti della vita, e dunque il ristagno interiore e l’indifferenza verso l’azione che potrebbe liberare dal simbolico fango del quale la fanciulla è prigioniera. La coda d’asino, inoltre, è segno d’ignoranza, data probabilmente dal non aver colto la preziosa possibilità di apprendere ciò che la vecchia maestra poteva insegnare e dall’aver rifiutato di ricevere la sua saggezza.
Il vivere nella povertà che la giovane e sua madre dovranno affrontare è la risposta del destino alla brama della vana ricchezza, che non comprende la vera natura dei doni divini e ne desidera solo il valore materiale. (7)

Entrambe le giovani ricevono dunque ciò che hanno meritato e raccolgono i frutti delle loro azioni.
Tuttavia, per la bella fanciulla i doni del destino non sono finiti.
Il suo incontro col principe nobile e amorevole, che avviene dopo la fuga dalla sua vecchia vita, ovvero da una condizione avvilente che per lei, a seguito del suo risveglio alla luce, non poteva più continuare, ha forse il senso del suo completo ricongiungimento con l’Amore divino.
Le sue nozze col giovane sono le sacre nozze che, tramite l’amore immortale, riuniscono l’anima purificata con la sua sorgente, e il castello in cima alle nuvole potrebbe rappresentare il raggiungimento della vetta, ovvero il conseguimento ultimo della gioia e della beatitudine più sublimi, nei quali la fanciulla vivrà per sempre.

***

Questa è dunque la particolare fortuna che proviene dai mondi nascosti oltre le acque, e che può essere ricevuta dalle fanciulle che decidono di filare bene, con cura e amore, il proprio destino.
Tutto dipende solo e soltanto dal proprio filare, poiché ognuno ha in mano la propria tela e il proprio filo, così come ognuno ha in mano il proprio destino.
E imparando ad agire con zelo dentro di sé, a pulire e riordinare senza mai stancarsi, si potrebbe diventare talmente semplici e naturali e talmente trasparenti da rispecchiare tutta l’armonia della natura.
Così si tornerà a lei, come un candido fiocco di neve volato via dal piumone della buona vecchina, che dopo aver vagato a lungo trasportato dai venti, si posa finalmente sulla morbida terra, e sciogliendosi, si ricongiunge ad essa.


Note:

1. Per il significato che qui si intende dare alle parole fatale e fatalità, si veda lo studio etimologico L’origine della Fata [2], di Violet

2. Marija Gimbutas, Le dee viventi, Edizioni Medusa, Milano, 2005, pp. 265-266

3. Per approfondire la figura di Holla cfr. Entità fatate della Padania, Alberta Dal Bosco e Carla Brughi, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1993; L’Oro Fatale, Mary Tibaldi Chiesa, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1994; Le origini della Befana: le Dee di Luce e Fortuna [3], ricerca di Violet per Il Tempio della Ninfa

4. Nel libro di Barbara Fiore La Signora dell’antica Casa, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1992, viene narrata una storia molto simile a quella qui riportata, e il suo significato iniziatico è evidente sin dall’inizio. Prima che la fanciulla giunga all’antica Casa, nella quale dovrà svolgere i lavori che la Signora le dirà di fare, una Fata la istruisce e le fa intuire il senso profondo che ogni suo gesto avrà al servizio della sua ospite: “Dovrai servire e riverire questa Signora come fa una perfetta cameriera, e dall’impeccabilità con cui assolverai i tuoi doveri verso di Lei dipenderà il tuo destino. Il servizio che svolgerai inizierà al calar del sole e terminerà all’alba, poiché la Luna e le Stelle saranno le testimoni, a favore o a sfavore, del lavoro che eseguirai. L’oscurità della notte celerà agli occhi indiscreti questo tuo lavoro, ed il mondo di ogni giorno nulla dovrà sapere di ciò che ti accadrà e di ciò che farai. (…) dovrai recarti alle otto di domani sera a questo indirizzo, consegnando questa busta che spiegherà alla Signora chi sei e cosa desideri, come in realtà tu non sappia fare nulla, ma abbia espresso il desiderio di imparare. E, mi raccomando, non scordarti i miei avvertimenti: dal tuo comportamento dipenderà il tuo destino!”. (Barbara Fiore, op. cit. pp. 20-21)

5. Il simbolico lavaggio e purificazione interiori attraverso la pulizia di un effigie di sé, è ben esposto nel libro di Barbara Fiore, op. cit., pp. 43-44, e si potrebbe considerare in stretta relazione con il motivo del pulire e riordinare la casa di Madama Holle.

6. Citazione da Violet, Le origini della Befana: Le Dee di Luce e Fortuna [4].

7. Nella versione dei Fratelli Grimm i doni distribuiti da Frau Holle sono diversi da quelli qui descritti, ma molto simili nel loro significato simbolico. La bella fanciulla, uscendo da un gran portone al quale la accompagna la vecchia signora, viene investita da una leggerissima pioggerella dorata, che la ricopre interamente e, aderendo alla sua pelle, la rende luminosa e ancora più bella di prima. In tal senso il suo aspetto esteriore riflette la lucentezza abbagliante che la giovane porta dentro di sé e che il buon servizio alla vecchina ha risvegliato. La fanciulla brutta invece, uscendo dallo stesso portone, viene investita da una gran quantità di pece, che la rende tutta nera e che, per quanto si provi a grattarla o a lavarla via, non la abbandona.
La pece che annerisce la fanciulla potrebbe quindi rappresentare il sudiciume e lo sporco interiori che non solo lei non si è curata di sciogliere e ripulire, ma ai quali si è del tutto rifiutata di rimediare per pigrizia e superficialità.
Così quando la prima torna a casa limpida e più lucente della luce, la seconda torna tutta sporca e nera dalla testa ai piedi, secondo la risoluzione del loro proprio destino. (Cfr. Frau Holle, Jacob e Wilhelm Grimm)


Fonti

Frau Holle, da Le fiabe del focolare, Jacob e Wilhelm Grimm, Mondolibri, Milano, 2005
Le Fate, da Fiabe, Charles Perrault, RCS Libri, Milano, 2000
Le dee viventi, Marija Gimbutas, Edizioni Medusa, Milano, 2005
Entità fatate della Padania, Alberta Dal Bosco e Carla Brughi, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1993
L’Oro Fatale, Mary Tibaldi Chiesa, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1994
Le Vergini Arcaiche, Leda Bearne, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 2006
La Signora dell’Antica Casa, Barbara Fiore, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1992
I Racconti della Vecchina del Bosco, Barbara Fiore, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 1995
I romanzi della Tavola Rotonda, Jacques Boulenger, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Edizione Mondolibri, Milano, 1981
La follia del Mago Merlino (Vita Merlini), Geoffrey of Monmouth, a cura di Alberto Magnani, Sellerio Editore Palermo, 1993
Il tempo dei celti, Alexei Kondratiev, Apogeo, Milano, 2005
Frau Holle [5], Jacob e Wilhelm Grimm, trascritta in Parole d'Autore [6]
Le Fate [7], Charles Perrault, trascritta in Parole d'Autore [8]
Le origini della Befana: Le Dee di Luce e Fortuna [9], ricerca di Violet per Il Tempio della Ninfa
L’origine della Fata [10], ricerca di Violet per Il Tempio della Ninfa
Le Filatrici del Destino [11], ricerca di ValerieLeFay


Per approfondire:

Le origini della Befana: Le Dee di Luce e Fortuna [12]
L’origine della Fata [13]
Le Filatrici del Destino [14]

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  [5] http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/grimm/holle.htm
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