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Storia notturna. Una decifrazione del sabba
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La leggenda di Jurate e Kastytis e l'origine dell'ambra baltica
Sabato, 05 Luglio 2025 - 15:48 - 153297 Letture
Racconti Disseminata come gocce di miele sulle spiagge illuminate dal pallido sole del nord, l’ambra baltica è una delle pietre più antiche e preziose. La sua origine risale a milioni di anni fa, quando imperlava le immense foreste di conifere che crescevano laddove oggi si stende il Mar Baltico. Quando l’acqua marina le sommerse, il legno degli alberi lentamente si decompose e si sciolse, ma le gocce d’ambra indurita e pietrificata continuarono a galleggiare sul mare e a depositarsi sulle spiagge. Questi frammenti trasportati dalle onde, talvolta piccoli come granelli di sabbia, talaltra grandi come ciottoli, hanno ispirato la leggenda lituana della bella dea del mare Jūratė (1) e del pescatore Kastytis.

Quella che segue è la prima trascrizione della leggenda, pubblicata a Vilnius nel 1842 per mano dell’autore Adomas Liudvikas Jucevičius.




La leggenda di Jūratė e Kastytis
di Adomas Liudvikas Jucevičius

Nelle profondità delle acque azzurre del Mar Baltico, in tempi antichi, quando le bandiere lituane e samogitiche (2) ornate da un cesello e da un orso sventolavano sulla sua vitrea superficie, si ergeva il magnifico palazzo della regina del mare, Jūratė. Le mura di questo palazzo erano di pura ambra bianca, le porte erano d’oro, il tetto di squame di pesce e le finestre di diamanti d’acqua dolce. Un giorno la regina inviò tutti i suoi lucci a portare lettere alle ninfe più illustri di Jūra, chiedendo loro di recarsi da lei per riunirsi in un consiglio congiunto. Il giorno stabilito arrivò, e giunsero le dee invitate: quindi la regina, attorniata dai suoi cortigiani, apparve nella sala, salutò gli ospiti con un cortese inchino e, sedutasi sul trono d’ambra, iniziò a rivolgersi al popolo riunito:
“Miei cari amici e compagni! Sapete bene che il mio onnipotente padre Perkūnas, signore del cielo, della terra e del mare, ha affidato queste acque e tutti i loro abitanti alla mia cura e alla mia guida; voi stessi siete stati testimoni del mio governo gentile e felice. Non il più piccolo mollusco, né il pesce più minuscolo, hanno mai avuto motivo di lamentarsi o protestare, tutti hanno sempre vissuto in pace e armonia, e nessuno ha mai osato minacciare la vita di un altro. Tuttavia, un vile pescatore mortale, Kastytis, dalle sponde del mio dominio, dove il Sacro Fiume rende omaggio al mio regno, osa turbare la nostra pace, catturando i miei sudditi innocenti nelle reti e condannandoli a morte, mentre io stessa, alla mia tavola, non oso catturare un solo pesce; e persino della platessa, che amo tanto, mangio solo una metà e restituisco l’altra al mare (3). Non è ammissibile che una tale audacia resti impunita. Ecco le barche pronte ad aspettarci, navighiamo, cari compagni, verso le rive del fiume Šventoji, perché è proprio a quest’ora che il meschino pescatore è solito gettare le sue reti. Con le nostre danze e i nostri incantesimi lo attireremo nel freddo seno del mare, ci vendicheremo, lo strangoleremo nei nostri abbracci e copriremo con ghiaia bagnata i suoi bellissimi occhi, con i quali oggi incanta le fanciulle di tutta la Samogizia.”
Così lei parlò, e subito cento barche d’ambra decorate con perle si fermarono e, al suono di incantevoli canti, la regina con al seguito tutte le sue ninfe salpò per compiere la sua crudele impresa.
Era una giornata luminosa, il sole splendeva sereno, il mare era calmo, immobile come una lucente lastra di vetro: non un alito di brezza ne sfiorava la superficie, e solo poche barche scivolavano veloci, lasciando dietro di sé tracce simili a rughe sul volto di una donna un tempo bellissima, volto sul quale il tempo, il più grande nemico della bellezza e del fascino, aveva scavato i suoi sentieri. La terra era già vicina, ma il canto delle dee echeggiò e si infranse contro le foreste costiere, e ogni suono, ripetuto cento volte, tuonò minaccioso: ti chiama, giovane pescatore! E quando le vergini divine si fermarono vicino alla foce del fiume, videro il loro nemico seduto sulla riva a disfare le reti. Il pescatore era giovane e bello, solo una morbida peluria gli sfiorava le guance, e la bella fronte, alta e chiara, era ombreggiata da lunghi capelli neri. Con la pace ancora nell’anima e nel cuore, e un canto sulle labbra, sognando solo una pesca abbondante, si dedicava al suo lavoro. Improvvisamente udì dei suoni piacevoli e magici. Alzò gli occhi e vide cento barche scintillanti, con cento fanciulle di meravigliosa bellezza; e davanti a loro, con una corona in testa e uno scettro d’ambra in mano, la regina del mare. Ed ecco che risuonò una musica ancora più piacevole… mentre un meraviglioso gruppo di ninfe marine lo circondò, e con i loro canti e le loro malie, iniziarono ad attirarlo:

O bellissimo, giovane pescatore,
lascia il tuo lavoro, vieni alla barca:
con noi avrai danze eterne, e nozze,
e il nostro canto addolcirà le tue preoccupazioni.

Ti concederemo uno stato divino,
poiché vivrai con noi:
e tra noi sarai il signore del mare,
e il nostro dolce amante.


Il pescatore ascoltò, senza poter credere ai suoi occhi. Non sapeva cosa fare, finché catturato dalle insidiose lusinghe volle alzarsi e gettarsi fra le braccia delle dee. Ma la regina, con un cenno del suo scettro, ordinò alle compagne di tacere, e al giovane meravigliato disse:
“Fermati, giovane imprudente! Il tuo crimine è grande e merita una severa punizione; tuttavia, lo perdonerò a una condizione. La tua giovinezza e il tuo fascino mi hanno profondamente conquistata: se prometterai di amarmi, troverai la felicità nel mio abbraccio. Ma se rifiuti l’amore della regina Jūratė, canterò una canzone e presto sarai con me, e con un solo tocco del mio scettro perirai per sempre: scegli!”
Il giovane si inginocchiò, chinò il capo e giurò amore eterno. “Ora sei mio, resta, ma non avvicinarti a noi; perché un passo ti getterà in un abisso fatale. Navigherò verso di te ogni sera: qui su questa montagna, che d’ora in poi si chiamerà Castity in onore del tuo nome, ti vedrò sempre”. Detto questo, fece un cenno con lo scettro, i remi frusciarono sull’acqua e in silenzio, senza più risate né canti, le fanciulle salparono.
Era già trascorso un anno e ogni sera la regina del Mar Baltico giungeva a riva e incontrava il suo amato sulla montagna; ma Perkūnas, venuto a conoscenza di questi incontri segreti, si adirò, poiché la dea aveva osato innamorarsi di un mortale. E quando un giorno la regina tornò al suo palazzo, egli scagliò un fulmine dal cielo che, fendendo le onde del mare, lo colpì, uccidendo lei e riducendo la sua dimora d’ambra in frantumi. Quanto al pescatore, Perkūnas lo incatenò a una roccia in fondo al mare, e ponendogli davanti il corpo della sua amata, lo condannò a guardarlo e a piangere la propria sventura per l’eternità. Ecco perché ancora oggi, quando i venti marini increspano le onde, si ode un gemito lontano: è il pianto di un povero pescatore; e quando l’acqua restituisce frammenti d’ambra, questi sono i resti del palazzo della regina del Baltico. (4)

***


La leggenda della dea Jūratė e del pescatore Kastytis, ovvero dell’origine dell’ambra baltica, è una delle più famose e amate della cultura popolare lituana. La sua prima trascrizione, qui riproposta, venne pubblicata a Vilnius nel 1842 nel testo Vspomnienia Žmudzi – “Memorie del popolo” – di Adomas Liudvikas Jucevičius (1813–1846), un membro del movimento lituano samogitico, poeta, scrittore, collezionista di folklore e storico locale che raccolse e descrisse numerose informazioni sulla vita e i costumi del popolo di Samogizia. Dalla sua prima pubblicazione, la leggenda venne ripresa in diverse varianti e ispirò la creazione di poesie, musiche, balletti, dipinti, illustrazioni, racconti, statue (5) e persino canzoni rock. In tal senso, dovrebbe essere considerata la narrazione originale, in quanto non ne esistono testimonianze scritte precedenti (6). Tuttavia si è sviluppata una seconda versione, ad oggi maggiormente diffusa nella cultura lituana (7), la quale si differenzia nella conclusione e aggiunge alcuni preziosi dettagli. In questa variante non è la dea Jūratė a perire per mano del tirannico dio del tuono Perkūnas, ma il giovane pescatore Kastytis. Dopo averlo ucciso, Perkūnas scaglia un fulmine sul palazzo di Jūratė, infrangendolo in mille pezzi, e incatena la dea alle sue rovine, oppure a una roccia che emerge dal fondale marino, dove lei è condannata a restare per sempre. Affranta dal dolore, la dea piange, e le sue lacrime si mutano in gocce d’ambra dorata che giungono a riva e si spargono sulla sabbia. Si dice che ponendole vicino all’orecchio si possa udire il triste lamento della dea che riecheggia ancora nel mare in tempesta. Il pianto di Jūratė è così commovente che persino le profondità del mare, sempre calme e fredde, certe volte non riescono più a sopportarlo e cominciano ad agitarsi e infuriarsi. Allora scuotono i resti del palazzo d’ambra e ne sollevano i ciottoli depositati sul fondo, che poi le onde trascinano fino alla costa, disperdendoli. Per questo quando, dopo una tempesta, compaiono sulle spiagge pezzi d’ambra grandi e dalle strane forme si dice che siano i frammenti del palazzo di Jūratė, donati dal mare alle spiagge baltiche.
Questa versione della storia, sebbene non sia la prima ad essere stata registrata, sembrerebbe tuttavia più verosimile, in quanto Jūratė è una divinità immortale, ed è più predisposta a una condanna ad aeternum, piuttosto che un semplice essere umano mortale come il pescatore Kastytis. Inoltre, in questo modo si spiega l’origine mitologica delle gocce d’ambra baltica come lacrime della dea, così come il lamento del mare in tempesta, talvolta simile al pianto di una donna che nemmeno la morte può liberare dal dolore.
La leggenda di Jūratė e Kastytis, tanto bella quanto triste, è diventata uno dei simboli della Lituania, ed è amata soprattutto dai giovani innamorati. E forse ancora oggi regalare un frammento d’ambra significa dichiarare amore vero, puro e trasparente come quello fra la dea e il suo pescatore. Un amore che nessun dio patriarcale può distruggere, né la morte estinguere.


Note:

1. Il suo nome, dalla parola lituana jūra, ovvero “mare”, significa lei è il mare, o colei che è il mare, e viene descritta talvolta come un’ondina, talaltra come una sirena, ma pur sempre come una divinità. In alcune raffigurazioni emerge dalla spuma del mare camminando fiera e splendente nelle sue vesti ambrate. Come dea marina, governava il mare e proteggeva tutte le sue creature, così come i naviganti e i pescatori – a patto che non si avvicinassero troppo al suo palazzo, attorno al quale la pesca era severamente vietata.

2. La Samogizia – in lituano Žemaitija – è una regione storica della Lituania, situata nella parte occidentale del paese. Il popolo samogitico – o žemaičiai – è un gruppo etnico con una propria lingua, una propria cultura e una forte identità regionale, che lo ha portato a resistere a qualsiasi influenza esterna e persino all’integrazione con il resto della Lituania.

3. Nel folklore lituano, e in particolare samogitico, si dice che le platesse abbiano un occhio solo e una forma sottile che le fa assomigliare a un pesce “a metà” perché la regina Jūratė, pur essendone molto ghiotta, ne mangiò solo una parte e restituì al mare l’altra, che in tale forma dimezzata continuò a vivere.

4. La leggenda è interamente tratta da Jucewicz, Ludwik Adam/Jucevičius, Liudvikas Adomas (1813–1846), Wspomnienia Żmudzi, Wilno: Nakład I Druk T. Glücksberga, 1842, pagg. 103-109. Versione italiana a cura di Laura Rimola.

5. Fra le più famose statue dedicate al mito di Jūratė e Kastytis vi sono quella della dea del mare che emerge dalle onde, esposta nella città polacca di Jurata – che prende nome da lei – e quella dei due amanti, esposta nel parco della cittadina lituana di Palanga.




6. Purtroppo Adomas Liudvikas Jucevičius nel suo testo non indicò alcuna fonte di questa leggenda, e alcuni sostengono che prima della sua pubblicazione non ve ne fosse traccia nella tradizione popolare lituana, pertanto che fosse stata inventata da lui (Cfr. Audrone Bliujiene, Northern Gold: Amber in Lithuania, pag. 32). Se questo fosse vero, ciò non toglie che la leggenda sia comunque diventata parte integrante della cultura lituana, e che il popolo lituano le sia profondamente affezionato. È inoltre possibile che la storia non fosse conosciuta nella cultura lituana generale perché apparteneva esclusivamente alla tradizione e al territorio samogiziani, e che il popolo samogitico, per la propria forte identità regionale e la resistenza a integrarsi, ovvero a lasciarsi influenzare dal resto del paese, semplicemente l’avesse custodita senza che nessuno la rendesse nota prima della pubblicazione di Jucevičius.
Nel 1899 la stessa versione narrata da Jucevičius venne riassunta e pubblicata anche da Vincentas Juzumas nel suo testo Žemaiciu vyskupijos aprašymas – “Descrizione della diocesi samogiziana” (Cfr. Vincentas Juzumas, Žemaiciu vyskupijos aprašymas, pagg. 350-351).

7. È probabile che la popolarità di questa seconda versione sia dovuta alla composizione della ballata Jūratė e Kastytis del famoso poeta lituano Maironis – Jonas Mačiulis (1862 – 1932) – pubblicata nel 1920 e molto amata dal popolo della Lituania.


Bibliografia

Ambra. Dalle rive del Baltico all’Etruria, Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, Gangemi Editore, Roma, 2012
Bliujienė Audronė, Northern Gold: Amber in Lithuania (c. 100 to c. 1200), Brill, Leiden - Boston, 2011
Herva Vesa-Pekka e Lahelma Antti, Northern Archaeology and Cosmology: A Relational View, Routledge, London, 2019
Jucevičius Liudvikas Adomas (1813–1846), Wspomnienia Żmudzi, Wilno: Nakład I Druk T. Glücksberga, 1842
Juzumas Vincentas, Žemaiciu vyskupijos aprašymas, Žemaiciu Vyskupystes Muziejus, Varniai, 2013
Žemaitis Augustinas, Lithuanian mythology and folklore

Enciclopedia Treccani
La Via dell’Ambra
True Lithuania
Žemaičių žemė


Testo e ricerca di Laura Violet Rimola. Nessuna parte di questo testo può essere riprodotta o utilizzata in alcun modo e con alcun mezzo senza il permesso scritto dell’autrice e senza citare la fonte.


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