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La leggenda del Lago di Monate
Lunedì, 17 Aprile 2017 - 04:30 - 979 Letture
Luoghi Era di gran lunga la fanciulla più bella del villaggio, e anche la più soave. Non appena un giovanotto la vedeva si innamorava perdutamente di lei, e molti l’avevano chiesta in sposa, ma tutti erano stati rifiutati, sia pure con parole buone e comprensive.
La gente del paese non sapeva darsi ragione del perché quella bella ragazza non volesse assolutamente sposarsi. Gliene erano capitati di corteggiatori ricchi e nobili, tanti che solo la metà avrebbe fatto insuperbire ogni altra fanciulla, ma Bianca aveva dato a ognuno di loro la stessa risposta:
“Amo un altro uomo, a lui ho giurato amore eterno. Egli mi ha promesso che ritornerà e manterrà la sua promessa. L’amore non si può imporre e il mio cuore ha già fatto la sua scelta.”



I poveri corteggiatori si rassegnavano alle parole della fanciulla e si allontanavano con la pena nel cuore. Così Bianca continuava a vivere con la sua vecchia madre in una casetta ai piedi del Monte Pelada, fra i campi di Osmate, e pur essendo povera non se ne lamentava mai. Dalla vita semplice riceveva serenità senza fine, accontentandosi di nulla e rallegrandosi di tutto.
Un giorno, la fama della sua bellezza giunse al ricco castellano del paese, che volle vederla con i propri occhi. Il suo palazzo sorgeva in una conca che a quei tempi era tutta di verdeggiante prateria, e l’unica sorgente dei dintorni sgorgava proprio nel pozzo del suo cortile. Le mandrie scendevano all’alba dalle alture circostanti, si sparpagliavano nei pascoli e al tramonto si raccoglievano sullo spiazzo del castello per l’abbeverata; così i contadini e le dame del villaggio vi si recavano per attingere l’acqua, reggendo i due secchi vuoti appesi in bilico al bastone tenuto sulla spalla, e sovente si intrattenevano a discutere dei lavori campestri con il padrone, che molto se ne interessava e amava amministrare la giustizia con perfetta equità.
Grande fu dunque l’indignazione di tutto il paese quando si seppe che Bianca aveva osato respingere anche la mano di un tale gentiluomo. Quel giorno, infatti, egli l’aveva attesa proprio accanto al pozzo del castello, dove lei era solita scendere per raccogliere l’acqua, e non appena la giovane aveva attraversato il ponte levatoio per entrare nel cortile, il sole l’aveva illuminata dalla testa ai piedi, e l’uomo ne era rimasto immediatamente affascinato. La bellezza di lei aveva acceso la sua ardente passione, ed egli, sicuro di sé e della disponibilità della fanciulla, che essendo povera e plebea a dir suo non avrebbe potuto desiderare di meglio, le chiese di sposarlo. Quello che non si aspettava era di ricevere la stessa risposta che Bianca aveva dato a tutti gli altri.
“Vi ringrazio di cuore, signore”, gli aveva detto, “ma non sono libera: attendo un uomo a cui ho giurato amore eterno. Egli si trova lontano, ma tornerà un giorno o l’altro, e io lo aspetterò.”
Il castellano non prese sul serio il rifiuto della fanciulla, ma col passare dei giorni crebbe in lui il desiderio di averla, e più lei lo respingeva più egli si intestardiva, finché alla fine ne venne un diverbio che fece perdere all’uomo il lume della ragione. Di colpo divenne prepotente, cattivo, e nel furore che lo rodeva non ebbe altro desiderio che quello di vendicarsi.
Anche la gente del villaggio cominciò a mormorare, a parlar male della povera Bianca, a guardarla di traverso e a giustificare l’ira del padrone.
“Come si fa a rifiutare un simile partito?” dicevano fra loro le comari di Osmate.
“Come può essere tanto altezzosa da non voler sposare un signore così ricco e così buono? Potrebbe diventare una gran dama! Alla malora lei e quella testarda di sua madre che farebbe meglio a cavar di testa certe idee alla figlia, invece di difenderla! Guarda un po’ se questa sciocca meritava di esser tanto bella! Fosse capitata alla mia figliola una fortuna simile, ci pensava lei, non dubitate, a prenderla al volo!”
Fu così che una mattina d’autunno, sulla piazzetta del villaggio, venne proclamato un bando del feudatario che vietava alla ragazza e a sua madre di attingere acqua dal pozzo, e che proibiva a chiunque nel paese, pena la corda, la tortura e persino la morte, di dare aiuto alle due donne.
Per qualche tempo Bianca percorse ogni giorno il lungo sentiero che portava alla sorgente di Monteggia, per procurarsi l’acqua necessaria, ma quando sua madre si ammalò gravemente si ritrovò sola e disperata. Da due giorni non si staccava un istante dal capezzale della donna, e così l’acqua era finita. Per attingerne di nuova avrebbe dovuto lasciare da sola la povera malata, poiché le ci volevano due ore buone di cammino per un sentiero aspro e quasi impraticabile di notte. Eppure non avrebbe esitato un istante a correre laggiù, se avesse trovato una sola persona che avesse vegliato la vecchia durante la sua assenza. Ma tutti le avevano voltato le spalle.
Presa dalla disperazione, senza sapere più cosa fare, la fanciulla uscì di corsa e si diresse giù per la conca, verso il castello. Quando fu davanti alle porte del cortile bussò con tutta la forza che aveva in corpo. Le guardie accorsero, e prima che potessero chiederle chi fosse lei le implorò di condurla dal loro padrone.
Giunta in lacrime al suo cospetto, si gettò in ginocchio:
“Signore, non ti chiedo pietà per me, ma per mia madre! Lei non ha colpa! Vendicati su di me se lo desideri, ma lascia che lei viva! È malata e sta morendo di sete!”
Il castellano, consumato dall’odio per quella fanciulla che tanto aveva desiderato e che tanto lo aveva offeso, si mostrò sprezzante davanti al suo dolore.
“Mi hanno detto che a Monteggia c’è una fonte tanto fresca e tanto pura che sembra fatta apposta per resuscitare i morti!”
“Monteggia è lontana”, rispose Bianca, “mia madre muore e io non posso abbandonarla!”
“Ben le sta! Ti ha mal consigliata, tua madre! Razza di serpi, avete schizzato troppo veleno contro di me perché io debba piegarmi ai vostri comodi! Muoia assetata quella strega, non me ne importa!”
Il vento coprì di sibili e di urla selvagge le sue ultime parole, ma sulla furia della tempesta echeggiò la voce disperata della fanciulla:
“Che tu sia dannato! Per quel sorso d’acqua che hai negato a una morente, per quella sete che stanotte tormenta l’agonia di mia madre, né da vivo né da morto la tua acqua ti disseterà! Che la sete ti tormenti per tutta l’eternità!”
A queste parole un tuono fragoroso scosse il cielo e una tempesta violentissima si scatenò d’improvviso.
Nel frastuono della tormenta, che durò per tutta la notte, nessuno poté udire i sordi ribollimenti del sottosuolo che annunciavano la rovina. Il pozzo del castello cominciò a gettar fuori acqua e ancora acqua, che si riversava in fiotti sempre più impetuosi, allagando il cortile, inondando i sotterranei e le stanze del palazzo, rovesciando porte e finestre e invadendo tutta la prateria.
Quando squillarono le trombe d’allarme era troppo tardi. All’alba il castello e quanti erano al suo interno giacevano sommersi.
Laddove c’era stata la conca verdeggiante, luccicava ora uno specchio d’acqua limpida e tranquilla, che rifletteva i luminosi raggi del sole.
Così era nato il lago di Monate.

Quando tira vento, e sulla superficie lucida del laghetto si formano vortici e gorghi, dice la leggenda che è il signore superbo e cattivo, colui che negò l’acqua alla fanciulla, che confitto nel fondo seguita a bere senza tregua, a ingoiare acqua e a rigurgitarla fuori, senza tuttavia estinguere la sete che non avrà mai fine.


***

La leggenda è liberamente tratta e riadattata dalle versioni contenute in Costanzo Ranci, La sponda magra. Leggende del Lago Maggiore, Libreria Editrice “Ambrosiana”, Milano, 1931, pp. 87-96; Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine, Cappelli Editore, Bologna, 1959, pp. 11-14; ed Enciclopedia della Fiaba, Vol. I, Fiabe classiche, mitologiche e regionali italiane, a cura di Fernando Palazzi, Casa Editrice Giuseppe Principato, Milano – Messina, 1953, pp. 446-447.
La sintesi e il riadattamento sono a cura di Laura Violet Rimola.

***


Il Lago di Monate nella leggenda
Il tradimento delle acque


La leggenda qui narrata contiene, come altri racconti simili, il tema della distruzione e dell’inabissamento dell’armonia antica causati dal tradimento del sacro femminino.
Nella storia, colei che incarna la femmina sacra è la bellissima Bianca, la quale rappresenta la vergine antica, ovvero la donna integra, libera e indipendente che sceglie per se stessa e decide di attendere l’amore vero, incurante delle ricchezze, della notorietà e del titolo nobiliare a cui invece ambiscono le invidiose comari del paese.
La sua bellezza, nonché la gioia che lei trae dalla vita semplice e da tutto ciò che la natura le offre, rivelano la sua vicinanza alla dimensione dello spirito, mentre la sua vita terrena è inestricabilmente legata al lavoro dei campi, dunque alla terra, e alle acque.
Il castellano che vive nella conca verdeggiante, d’altra parte, inizialmente potrebbe essere considerato un alleato della terra, un servitore premuroso e giusto che offre l’acqua sorgiva in sua vece. Tuttavia, nel momento in cui egli pone dinnanzi al proprio ruolo la brama di possesso, e di conseguenza diventa crudele, insensibile e vendicativo, il fragile equilibrio armonico si incrina e si spezza, portando alla rovina il regno che su queste delicate fondamenta era stato costruito.
Negare l’acqua alla femmina sacra, che dell’acqua è naturale emanazione per eccellenza, è infatti il peggior gesto che possa essere compiuto dall’uomo, poiché è come proibire alla terra il dono che è lei stessa, per prima, a offrire spontaneamente al mondo.
La maledizione della fanciulla è quindi il selvaggio urlo della terra violata, che fa tremare il sottosuolo e scuotere il cielo, mentre le acque sotterranee partecipano del suo dolore e rispondono al terribile oltraggio. La sorgente che prima dissetava, zampillando leggera nelle profondità del pozzo, comincia ora a ribollire, a crescere e a riversarsi fuori, sempre più violenta, sempre più inarrestabile, fino a inondare l’intera prateria e a sommergere il castello del malvagio possidente, il quale subisce su di sé la stessa punizione – solo infinitamente più grande – che aveva voluto infliggere alla fanciulla. Per quanta acqua possa ingurgitare, egli non ne sarà mai dissetato, e rimarrà eternamente secco, arido, privato per sempre di quell’elemento vitale che egli ha così meschinamente tradito.

Ciò che resta nell’antico regno è dunque un limpido lago, ora silenzioso e tranquillo, che pur nascendo dal dolore della donna, ne rappresenta allo stesso tempo l’integrità, la libertà e la fermezza, che resiste a qualsiasi tentativo di piegarla o abbatterla. Un limpido lago, che porta la pace e rispecchia i raggi del nuovo sole, preservando nei suoi fondali la memoria del tempo passato.


Il Lago di Monate nella storia
Origini e primi insediamenti


Secondo quanto riportato dalla leggenda, il Lago di Monate nacque dall’esondazione delle acque che scorrevano nel pozzo del castellano. Questa formazione è in effetti piuttosto realistica, in quanto il bacino lacustre non ha immissari, ad eccezione di alcune rogge, ed è tutto alimentato da limpide sorgenti sotterranee. Le sue acque provengono proprio dalla profondità della terra, ed esse, oltre a rigenerarlo costantemente, mantenendolo pulito, lo rendono anche meno freddo di altri laghi alimentati da fonti esterne.
La sua superficie è trasparente, mentre le sue dolci rive sono allietate da dorati canneti che ondeggiano al minimo soffio di vento, da alcuni giardini e da fitte boscaglie, nelle quali è ancora possibile percepire l’antico spirito muliebre che veglia sulle acque.

Storicamente, la zona venne abitata sin dall’Età del Bronzo medio e recente, dal XVI secolo al XII a.C., come dimostrano i molti reperti rinvenuti nei fondali del bacino, fra cui resti di palafitte e diversi oggetti di uso comune, come ciotole e vasellame domestico, macine di pietra per la lavorazione dei semi di corniolo, punte di freccia in selce, strumenti di bronzo, tra cui asce, spilloni, armi, aghi e lesine, e soprattutto un gran numero di materiale legato alla tessitura femminile, come rocchetti, pesi da telaio e fusarole. (1) Si potrebbe dunque pensare che intorno alle sponde del lago le antiche donne amassero intrattenersi per filare e tessere le fibre del lino e della lana, e che ben conoscessero la presenza del sacro femminino che mormorava con il dolce scialacquio delle acque.
La stessa Osmate, il paesello in cui secondo la leggenda abitava la bella Bianca, è possibile che anticamente fosse dedicato proprio a una divinità femminile onorata nel territorio. La parola Osmate, in origine Oscemate, sembra infatti derivare da Osce-Mater, o Oscio-Mater, una dea a cui si dice che i Romani avessero eretto un tempio nel luogo dove, con l’avvento del cristianesimo, venne costruita la Chiesa dei Santi Cosima e Damiano. (2) Una antica Mater a noi completamente sconosciuta, dunque, ma probabilmente legata alla terra e alle acque sorgive, che sgorgavano copiose dalle profondità del suo grembo per dar vita al grazioso lago, e recare sollievo a chiunque avesse desiderato attingerle e dissetarsi.

***

Quel laghetto aereo, incastonato nell’ultimo contrafforte di Monte Pelada che sporge a dominare la piana, riflette tutta la luminosità dei cieli sconfinatamene aperti sopra il suo specchio. L’ombra delle nuvole che trapassano non l’offusca, ma appena ne spulisce la lucentezza e nelle notti oscure il riflesso d’una stella è sufficiente a brunirne la superficie d’argento.
Se tu risali il declivio di Osmate, ti si presenta uno di quei fenomeni di natura che nessuna opera d’arte potrà mai eguagliare in bellezza: il laghetto è lì, tutto raccolto nel fianco del monte (…). La coppa è così colma che par debba traboccare dal lato della balza, dove un fragile labbro di smeraldo contiene a stento le acque, sopra l’abisso. (…)
Nessun immissario: le acque zampillano per mille polle dalla terra, limpide e cristalline a tal punto che se ti chini a guardare le chiome dei castagni e delle grandi quercie, protese sullo specchio del lago, non riesci a distinguere dove le rame pendenti abbiano fine e dove ne incominci il riflesso.
Bisogna salire quassù a primavera, quando i pescheti sono un sol fiore e un vaporoso nembo di rosa avvolge i declivi; nell’anfiteatro delle Alpi scintillanti di neve e di ghiacci, il luogo ha una suggestiva bellezza, forse unica al mondo, che sovente ti farà pensare a questo solitario e sconosciuto laghetto di Monate.


Costanzo Ranci, La sponda magra. Leggende del Lago Maggiore, Libreria Editrice “Ambrosiana”, Milano,1931, pp. 87-88


Alcune foto del Lago di Monate scattate dall'autrice








***


Note:

1. Cfr. la guida Valutazione Ambientale Strategica - Rapporto Ambientale - 2009-2013, Comune di Osmate, Provincia di Varese.
I reperti sono oggi conservati ai Musei Archeologici di Varese, Como, Gallarate e Legnano.

2. Cfr. Antiquario della Diocesi di Milano, Francesco Bombognini, Carlo Redaelli, Milano, 1828, pag. 70; http://www.ilvaresotto.it/Citta/Osmate.htm


Bibliografia

Costanzo Ranci, La sponda magra. Leggende del Lago Maggiore; Libreria Editrice “Ambrosiana”, Milano, 1931
Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine, Cappelli Editore, Bologna, 1959
Enciclopedia della Fiaba, Vol. I, Fiabe classiche, mitologiche e regionali italiane, a cura di Fernando Palazzi, Casa Editrice Giuseppe Principato, Milano – Messina, 1953
Valutazione Ambientale Strategica - Rapporto Ambientale - 2009-2013, Comune di Osmate, Provincia di Varese
Antiquario della Diocesi di Milano, Francesco Bombognini, Carlo Redaelli, Milano, 1828
Il Varesotto – Osmate: http://www.ilvaresotto.it/Citta/Osmate.htm
Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello – Varese


Ricerca e testo di Laura Violet Rimola. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso scritto dell'autrice e senza citare la fonte.


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Re: La leggenda del Lago di Monate (Punti: 1)
da fairymoon 23 Mag 2017 - 11:41
(Info utente | Invia il messaggio) http://ladimoradellasignoradelbosco.blogspot.com/)
Tragico eppure meraviglioso questo racconto, grazie di avercelo donato. Quanta meraviglia spira dale foto. Sono sicura che la giovane Bianca sia lì con tutta la sua bellezza e sia ancora intent a custodire il cammino di chi cerca l'Amore vero con tutte le sue forze.



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